In 10 anni raddoppio bottiglie acqua in plastica,sono 10 mld

Ismea, eco-trend non frena gli acquisti +0,9% nel 2019

Negli ultimi dieci anni sono più che raddoppiate il volume delle vendite delle acque minerale imbottigliate in plastica. Il numero delle bottiglie è passato da 5 miliardi del 2009 a 10 miliardi nel 2019, con un trend che non accenna a fermarsi. Lo scorso anno l’aumento nazionale è stato dello 0,9%, interessando sopratutto il Sud e la Sicilia (+2,7%). E’ la fotografia scattata dall’Ismea che mette in evidenza come, nonostante i tanti eco-movimenti globali anti-plastica, tanti consumatori non riescano ancora a rinunciare alla comodità della bottiglietta “usa-e-getta”.

L’Italia, del resto, è campione mondiale di consumo di acque minerali in bottiglia, la maggior parte in plastica, collocandosi al terzo posto dopo Messico e Thailandia. A fare la parte del leone nei consumi del 2019, tra le diverse tipologie di acqua, segnala l’Ismea, è quella naturale con il 71% dei volumi pari a 7,2 miliardi bottiglie acquistate con un valore quasi triplicato nel giro di soli 3 anni. Le acque effervescenti, invece, sono state scelte dal 13% delle famiglie per 1 miliardo di bottiglie, contro le 500 mila del 2016. Stessi numeri per le gassate comprate dall’11% dei consumatori, pari a 1 miliardo di bottiglie. Numeri più contenuti ma ugualmente rilevanti per le acque leggermente gassate, scelte dal 5% delle famiglie con 500 mila bottiglie, il doppio di quelle consumate nel 2016.

La stringente emergenza climatica e la lotta contro l’inquinamento da plastica non ha spinto la vendita di acque in vetro, anzi. Nel 2019 gli acquisti sono stati 24 milioni, 7 milioni in meno rispetto a dieci anni fa. Un trend negativo confermato anche per l’acqua effervescente e quella leggermente gassata sempre in vetro, ma non per quella gassata in netta controtendenza, con 5,5 milioni di bottiglie acquistate contro i 3 milioni del 2009.

Bag Waste Reduction Law: dal 1° marzo lo stato di New York mette al bando i sacchetti in plastica monouso

A partire dal 1° marzo nello Stato di New York entra in vigore la Bag Waste Reduction Low, la legge che mette al bando in tutto lo stato i sacchetti in plastica monouso, mentre su tutti gli altri (principalmente quelli in carta) sarà applicata una tassa di cinque centesimi di dollaro (pari a poco meno di cinque centesimi di Euro).

L’obiettivo della legge firmata lo scorso anno dal Governatore Andrew Cuomo è quello di ridurre il più possibile gli oltre 23 miliardi di sacchetti di plastica monouso che circolano nello stato e di azzerare i 10 miliardi di sacchetti distribuiti ogni anno a New York City.

Il nuovo divieto si applicherà a tutti i proprietari di negozi, operatori di centri commerciali e produttori che riscuotono le tasse statali (che per un italiano sono equivalenti alla nostra Iva quando acquistiamo un bene o un servizio), inclusi i negozi di alimentari, distributori di benzina e bodegas.

Ma non tutti i sacchetti in plastica saranno vietati, infatti saranno consentiti quelli per l’acquisto degli alimenti e i farmaci con prescrizione medica. Esenti invece dalla tassa i sacchetti di plastica preconfezionati venduti in blocco, come i sacchetti per i rifiuti o sandwich (in pratica dei sacchetti con chiusura ermetica per conservare il cibo). Saranno anche esenti dalla tassa tutti coloro che partecipano al Programma di assistenza nutrizionale supplementare (SNAP) e al programma Donna, neonati e bambini (WIC).

Dei cinque centesimi di tassa tre andranno al Fondo di protezione ambientale dello Stato, mentre gli altri due centesimi verranno utilizzati per pagare la distribuzione di sacchi riutilizzabili. Si perché l’idea di Cuomo è quella di inondare la città di sacchetti riutilizzabili. La campagna dal nome #BYOBagNY fino ad oggi ha già distribuito gratuitamente ai residenti oltre 700 mila borse riutilizzabili.

Infatti la messa al bando è stata accompagnata da una massiccia campagna di comunicazione dove vengono spiegati ai cittadini non solo i danni ambientali dei sacchetti ma anche le modalità su come evitare di dover pagare cinque centesimi ogni volta che si fa un acquisto. Ovviamente la soluzione è semplice, basta avere con se sempre un sacchetto riutilizzabile.

Inoltre per aumentare l’efficacia della legge tutti i negozi sul quale si applica il NYS Plastic Bag Reduction, Reuse and Recycling Act saranno tenuti a raccogliere i sacchetti di plastica e altre materie plastiche (come film in plastica, sacchetti di pane e involucri di plastica che provengono da scatole di acqua, asciugamani di carta e altri oggetti simili) per incentivare il riciclo.

Ci sono voluti quasi quattro anni ma tra qualche giorno anche New York potrà dire di essere in prima fila nella battaglia contro i sacchetti in plastica.

Fonte: Luigi Vendola per Eco dalle Città

In Francia monouso venduti come riutilizzabili

La pratica denunciata dall’associazione Zero Waste France riguarda stoviglie di plastica distribuite da catene della GDO

Nei giorni scorsi, l’associazione ambientalista Zero Waste France ha criticato la catena della grande distribuzione Carrefour per aver messo in commercio, a proprio marchio, stoviglie monouso in plastica – vietate nel paese a partire dal 1°gennaio scorso – etichettate come “riutilizzabili, lavabili fino 20 volte in lavastoviglie“. A seguito della segnalazione, Carrefour ha annunciato a stretto giro di social la decisione di togliere i prodotti dagli scaffali in tutti i suoi punti vendita.

Prima di denunciare l’accaduto, Zero Waste France ha provato a lavare i piatti e le posate in lavastoviglie, con risultati facilmente intuibili. Come afferma l’associazione: “Già dal primo lavaggio i piatti sono usciti leggermente deformati e ammaccati. Dopo meno di 10 utilizzi, la maggior parte era lacerata o aveva assorbito il colore o tracce di grasso degli alimenti contenuti”.

I venti cicli in lavastoviglie sono quanto una circolare del Ministero dell’Ambiente francese pone come discriminante tra stoviglie monouso e riutilizzabili più volte.

Se Carrefour proponeva questi prodotti a proprio marchio, altre catene – secondo Zero Waste France – stanno ancora vendendo stoviglie di plastica usa e getta, spesso presentate come riutilizzabili.

Fonte: Polimerica

Cresce l’attenzione all’impatto ambientale del packaging sui consumatori

Lo dicono i dati di Nomisma 2020. Se ne parlerà a “Packaging speaks green”, forum internazionale dedicato alla sostenibilità nella produzione industriale a Bologna

L’impatto ambientale del packaging influenza il 43% dei consumatori nella scelta dei prodotti alimentari, mentre il 48% ha smesso di acquistare prodotti con eccesso di imballaggi e il 41% non è disposto a pagare in più per l’eco-pack, perché considera un compito dell’industria e dei retailer produrre packaging a minor impatto ambientale. A partire da queste rilevazioni di Nomisma 2020, il 20 e 21 febbraio a Bologna si tiene “Packaging speaks green”, forum internazionale dedicato alla sostenibilità nella produzione industriale.

Ucima e Fondazione Fico hanno riunito per l’occasione molti brand leader a livello globale, da Amazon a Coop, Coca-Cola, Fater (Jv P&G e Angelini), Massimo Zanetti Beverages, Tim Letts, Deputy Director climate and energy di Wwf a intervenire sul nuovo progetto mondiale per sviluppare modelli sostenibili di business e la Fao con un intervento legato alla sostenibilità in rapporto agli sprechi.

Le caratteristiche che per il consumatore rendono sostenibile un prodotto sono l’essere biologico (42% dei responsabili acquisto), avere una confezione di materiali riciclati o a basso impatto ambientale (37%), derivare da un processo produttivo che usa fonti rinnovabili (31%) o con basso consumo di energia-acqua (18%), che garantisce il giusto reddito a chi lo produce (24%). Mentre per immaginare un pack sostenibile i consumatori pensano a una confezione di materiali degradabili (56%) o riutilizzabili (39%). La sostenibilità entra dunque nelle priorità degli italiani ed è plebiscitaria la consapevolezza che piccole azioni quotidiane da parte di tutti siano necessarie per salvaguardare l’ambiente: lo dichiara il 98% degli italiani. Tra le azioni praticate più spesso dagli italiani svetta la raccolta differenziata, praticata dall’83%, segue la riduzione dei consumi energetici (78%) e idrici (77%), limitare l’acquisto o l’utilizzo di bottiglie di plastica (41%), preferire trasporti sostenibili (38%). Social (34%) e programmi in tv (32%) sono un punto di riferimento per acquisire più informazioni e altrettanto importanti sono le campagne di sensibilizzazione (32%). Contano anche i testimonial internazionali, da Greta Thunberg a Leonardo Di Caprio (29%). L’ambiente è in cima alle preoccupazioni degli italiani per il 37% degli intervistati: 1 su 3 dichiara che è su questa priorità che dovrebbe concentrarsi l’azione del governo nazionale e delle istituzioni internazionali, mentre per il 67% l’ambiente diventerà preoccupazione dominante nel 2050.

Lo spreco alimentare vale 15 miliardi, l’80% è nelle case

Oltre 2.200.000 tonnellate di cibo si sprecano ogni anno nelle case degli italiani, per una stima di 36,54 chilogrammi a testa e un valore di quasi 12 miliardi di euro che sommati ai 3 miliardi 293 milioni di spreco della filiera ci portano ad oltre 15 miliardi di euro in totale. Lo rende noto la “campagna Spreco Zero”, anticipando il Rapporto Waste Watcher 2020 che sarà presentato in occasione della 7/a giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, il 5 febbraio, quest’anno nel segno della prevenzione degli sprechi per la salute dell’ambiente e dell’uomo. La Giornata avrà il patrocinio dei ministeri dell’Ambiente e della Salute.

Lo spreco domestico – secondo l’analisi compiuta per il 2018 da “Diari di Famiglia progetto Reduce” – vale fra il 75 e l’80% della filiera complessiva, che comprende lo spreco nei campi (7,8%), nell’industria (6,5%), nella distribuzione (7,4%) per un totale di 15 miliardi che equivale allo 0,86% del Pil del 2018. Gli italiani sprecano, in media, 65 chilogrammi all’anno a testa di alimenti. Lo afferma la Fondazione Barilla center for food & nutrition in vista della Giornata contro lo spreco alimentare che ricorre il 5 febbraio rilevando che il Food Sustainability Index ci pone, in Europa, al 13/o posto per quantità di cibo che si perde a monte della filiera agro-alimentare e per sprechi durante le fasi di trasformazione, distribuzione e consumo. Il danno economico è di 2.600 miliardi di dollari all’anno.
Frutta e verdura sono i prodotti più gettati, ma per produrli (e non mangiarli) sono serviti 73 milioni di metri cubi di acqua, tanto quanto il fabbisogno di acqua potabile di 18 giorni della Lombardia, 23 giorni del Lazio, 27 della Campania e 153 della Puglia; con quella quantità si potrebbero riempire 80 piscine olimpioniche al giorno, ha calcolato la Fondazione.

“L’impegno per lo sviluppo sostenibile e la prevenzione degli sprechi – spiega il fondatore Spreco Zero-Last Minute Market Andrea Segrè – passa attraverso il monitoraggio dei comportamenti e quindi attraverso i dati. Sei anni fa (2014) 1 italiano su 2 dichiarava di gettare cibo quasi ogni giorno, nel 2019 solo l’1% degli intervistati ha dichiarato di cestinare il cibo quotidianamente. Lo spreco del cibo resta in testa alla nefasta ‘hit’ degli sprechi per il 74% degli italiani. Seguono lo spreco idrico (52%), nella mobilità (25%), di energia elettrica (24%) e in generale legati ai propri soldi (16%)”.

Spreco alimentare, in Francia esteso il divieto ai privati della ristorazione collettiva e dell’industria agroalimentare

Dal primo gennaio 2020 in Francia anche gli operatori privati della ristorazione collettiva e quelli dell’industria agroalimentare sono obbligati a rispettare la legge del 2016 contro lo spreco di cibo. Come fanno già lo Stato, gli enti pubblici e le autorità locali per i loro servizi di ristorazione, anche i privati sono tenuti a gestire gli alimenti invenduti nel rispetto della gerarchia prevista dalla stessa legge. Per combattere lo spreco di cibo i privati dovranno, nell’ordine, mettere in campo azioni per prevenire la produzione degli sprechi, donare gli alimenti ancora buoni che sono rimasti invenduti destinandoli al consumo umano e, in subordine, valorizzandoli per l’alimentazione animale, l’utilizzo in agricoltura e il recupero di energia.

Gli operatori della ristorazione collettiva che preparano più di 3 mila pasti al giorno e quelli dell’industria alimentare che fatturano all’anno più di 50 milioni di euro, hanno l’obbligo di promuovere accordi con le associazioni che donano cibo e altri prodotti invenduti.

Per chi trasgredisce la legge è prevista un’ammenda di 3.750 euro e l’eventuale penalità aggiuntiva della pubblicazione o diffusione a mezzo stampa.

L’estensione degli obblighi introdotti dalla legge francese contro lo spreco di cibo, che ha anticipato solo di qualche mese la legge italiana (166/2016, cosiddetta Legge Gadda), e che si applica anche alla distribuzione alimentare, è stata disposta con l’ordonance n. 1069 del 2019 all’interno della legge del 2018 su agricoltura e alimentazione sostenibile e accessibile a tutti, nota come legge EGAlim. 

Fonte: Eco dalle Città

Indagine della BEI sul Clima: il 94% degli italiani intende smettere di utilizzare le bottiglie di plastica e il 66% lo ha già fatto

La Banca europea per gli investimenti (BEI) ha lanciato la seconda edizione dell’Indagine sul Clima, condotta in partenariato con la BVA, una società di consulenza specializzata in ricerche di mercato. L’indagine è un indicatore di come i cittadini percepiscono il fenomeno dei cambiamenti climatici nell’Unione europea, negli Stati Uniti d’America e in Cina. La seconda serie di risultati fa luce sulle azioni che i singoli cittadini contano di fare per contrastare i cambiamenti climatici.

Paragonati al resto d’Europa, gli italiani dicono nel complesso di essere disposti a fare di più per adeguare il loro stile di vita nel segno della prevenzione ai cambiamenti climatici. L’indagine valuta le seguenti quattro categorie di azioni:

Prodotti alimentari. La sostenibilità in materia alimentare è al centro dell’impegno dei cittadini italiani. Il 93% cerca attivamente di comprare più prodotti locali e stagionali e il 48% lo fa già sistematicamente. Gli italiani si dicono anche pronti a modificare la loro alimentazione: il 73% ha ridotto il consumo di carne rossa. Vi è in ogni caso una discrepanza tra le fasce di età più giovani e quelle più anziane: rispetto ai più giovani, gli italiani più anziani si impegnano di più ad acquistare unicamente prodotti alimentari locali.

Rifiuti. Il 97% degli italiani non usa più prodotti in plastica, o almeno ne ha ridotto il consumo. Più in particolare, il 94% degli italiani dice di avere l’intenzione di smettere di comprare le bottiglie di plastica, il 96% ha intenzione di comprare meno prodotti imballati con la plastica. Le donne, rispetto agli uomini, sembrano essere più propense a limitare il consumo della plastica: il 65% delle italiane dice di aver smesso di utilizzare i sacchetti di plastica per la spesa rispetto al 55% degli uomini.

Trasporti. Quando si tratta di optare per mezzi di trasporto più ecocompatibili, il 69% degli italiani dice di scegliere di camminare oppure di prendere la bicicletta per gli spostamenti giornalieri. Solo il 54% sceglie di usare i trasporti pubblici, percentuale che è inferiore alla media europea (64%). 

Vacanze. Il 77% degli italiani dice di trovarsi d’accordo con l’idea di fare meno viaggi in aereo per combattere i cambiamenti climatici, percentuale che è superiore di due punti rispetto alla media europea (75%). Per il 30% degli italiani si tratta già di una pratica consueta.  Analogamente, l’86% dei cittadini italiani dice che opterebbe per il treno, invece dell’aereo, per delle percorrenze pari o inferiori a cinque ore.

Abitazione. Il 38% degli italiani dice di aver ridotto l’uso dei condizionatori, come pratica rispettosa dell’ambiente, mentre coloro che si dicono disposti a non accenderli più nell’anno nuovo raggiungono il 75%, ovvero una percentuale quasi doppia. Inoltre, il 60% della popolazione intende passare a un fornitore di energia verde, mentre il 22% sostiene di averlo già fatto.

Marchi e società. Il 79% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni dice di aver partecipato, o parteciperà, a manifestazioni a favore del clima, cifra che scende al 69% per la fascia di età compresa tra i 30 e i 64 anni. Inoltre, il 54% degli italiani intende investire in fondi verdi, e l’11% dice di averlo già fatto.

Anche i cittadini di altre parti del mondo si dimostrano disposti ad agire fattivamente contro i cambiamenti climatici nel 2020. Sul tema del ridurre il consumo della plastica il consenso è chiaro: l’81% degli americani, il 93% degli europei e il 98% dei cinesi dicono di aver l’intenzione di comprare meno prodotti di plastica. In ogni caso, per quanto riguarda l’abitazione, gli atteggiamenti non sono uniformi: oltre il 94% degli intervistati cinesi intende passare a un fornitore di energia verde, mentre solo il 70% degli europei e il 64% degli americani ha in conto di farlo. Un andamento analogo emerge nella propensione a investire in fondi verdi: oltre l’86% della popolazione in Cina è ben disposta a farlo nel 2020, mentre quella degli Stati Uniti lo è per il 56% e quella europea per il 52%.

La Vicepresidente della BEI Emma Navarro, responsabile dell’azione per il clima e dell’ambiente, ha affermato: “Mi entusiasma vedere quanto i cittadini europei si impegnino nella nostra lotta comune contro i cambiamenti climatici. Le azioni individuali positive per il clima creano quelle tendenze economiche e sociali nelle nostre società che saranno d’aiuto nel risolvere la problematica dei cambiamenti climatici. La Banca europea per gli investimenti è decisamente impegnata a fornire i mezzi che consentono ai cittadini di portare avanti questa lotta che è la realizzazione di un futuro più sostenibile. Rincuora vedere come le persone si facciano paladine di questa causa e la rendano parte integrante della loro vita: in questa lotta ce la faremo solo se decidiamo di batterci insieme.”

Fonte: Eco dalle Città

Olimpiadi. Al villaggio degli atleti arrivano i letti di cartone, che poi verranno riciclati

Le strutture del letto nel Villaggio degli Atleti alle Olimpiadi di Tokyo in programma la prossima estate saranno realizzate in cartone e le  strutture saranno riciclate in prodotti di carta dopo i giochi. “Questi letti possono sopportare fino a 200 chilogrammi e sono più forti quelli in legno “, ha spiegato ad AP Takashi Kitajima, direttore generale del Villaggio degli atleti.

Anche parte dei componenti del materasso saranno riciclati in prodotti di plastica. I letti e alcuni altri mobili sono stati presentati nei giorni scorsi; l’intero complesso dell’Athletes Village sarà completato a giugno. Le Olimpiadi si aprono il 24 luglio, mentre  il 25 agosto partiranno le Paralimpiadi. Gli organizzatori affermano che questa è la prima volta che i letti e le lenzuola delle camere destinate a ospitare gli sportivi sono stati realizzati con materiali riciclabili. Il Villaggio degli Atleti, costruito accanto alla Baia di Tokyo, comprenderà 18.000 posti letto per le Olimpiadi e sarà composto da 21 torri di appartamenti. Nei prossimi anni sono in programma ulteriori costruzioni edili.

Gli annunci immobiliari dicono che le unità verranno successivamente vendute o affittate, con prezzi di vendita a partire da circa 54 milioni di yen – pari a  500.000 $ – e aumentando fino a tre o quattro volte di più. Alcuni temono che la grande offerta di appartamenti che saranno rese disponibili dopo le Olimpiadi possa avere ripercussioni sui valori immobiliari.

fonte: e-gazette

Stretta ai monouso in Francia

Secondo la legge sulla transizione energetica varata dal Parlamento francese nel 2015, modificata l’anno scorso con la legge Égalim, dal 1° gennaio 2020 verrà messa al bando in Francia una serie di articoli monouso in plastica, quali bicchieri e tazze, stoviglie e posate, cannucce, vaschette per gelato e carni, insalatiere, contenitori e agitatori per cocktail, chiusure di vetro usa e getta.

Il decreto attuativo, pubblicato nei giorni scorsi (testo integrale), introduce la categoria dei prodotti monouso (à usage unique) ed esenta dal divieto di commercializzazione i prodotti compatibili con il compostaggio domestico e costituiti da almeno il 50% di risorse rinnovabili, deroga valida però solo fino al 3 luglio 2021. Per gli imballaggi previsti dalla normativa, inoltre, l’interdizione scatterà più tardi, anche in questo caso il 3 luglio 2021, per uniformarsi ai dettami della direttiva SUP e non entrare in contrasto con la direttiva sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio. Fino alla stesa data sarà consentito l’uso di posate in plastica negli istituti penitenziari, ospedali e nel trasporto aereo, ferroviario e marittimo.

Inoltre, il decreto del 27 dicembre introduce una proroga di sei mesi per i prodotti fabbricati o importati prima del 1° gennaio 2020, al fine di consentire lo smaltimento delle scorte eventualmente in magazzino.

Il 1° gennaio scatteranno altri due divieti, relativi alla vendita di bastoncini in plastica per la pulizia delle orecchie e alla distribuzione di acqua in bottiglie di plastica nella ristorazione scolastica.

Infine, il Parlamento francese sta attualmente esaminando progetto di legge sulla lotta contro i rifiuti e l’economia circolare (antigaspillage o anti spreco) che, in virtù di un emendamento, punta a vietare l’immissione sul mercato di tutti imballaggi monouso in plastica entro il 2040

Fonte: Polimerica.it

Ecco il supermercato dove la plastica è bandita (e trionfa l’economia locale)

Il Comune trentino di Ossana ha concesso un locale per un supermercato a una condizione: vietare contenitori di plastica e vendere quasi solo prodotti sfusi

Quell’immobile di proprietà pubblica era sfitto da anni. Per il Comune di Ossana, piccolo borgo da 800 abitanti in alta Val di Sole (Trentino), nessun vantaggio. Per la collettività nessun servizio in più. L’amministrazione comunale ha quindi pensato di sfruttarlo per una piccola rivoluzione: far aprire un supermercato che fosse, al tempo stesso, un simbolo delle azioni quotidiane possibili per la transizione ecologica, un esempio di lotta contro l’inutile produzione di rifiuti inutili, soprattutto plastici. E, per di più, ha voluto farne uno strumento per rafforzare l’economia territoriale e le filiere corte agricole.

Buone pratiche tra gli scaffali

«In Val di Sole abbiamo decine di produttori agricoli, allevatori e altre piccole imprese che faticano a trovare spazio nella Grande distribuzione organizzata classica e vengono messe a repentaglio dalle sue logiche spietate” spiega il sindaco di Ossana, Luciano dell’Eva. «Dovevamo assegnare un locale di proprietà comunale a Fucine, una frazione del nostro Comune. Abbiamo quindi pensato di farne un veicolo di buone pratiche».

L’idea, peraltro, fa parte di un pacchetto di iniziative che il Comune sta mettendo in campo da anni tese a ridurre l’impronta ecologica – a partire da quelli del settore turistico e della mobilità – ed è in prima linea per scelte di sostenibilità ambientale.

Un bando scritto bene

Lo strumento che ha reso possibile la piccola rivoluzione è un bando di gara. In Italia, spesso sono scritti molto male (e nei settori più disparati), con danni importanti per l’interesse collettivo. Questa volta, è accaduto il contrario.

Il bando per il nuovo supermercato conteneva vincoli precisi e stringenti: obbligo di vendere i prodotti alimentari secchi o senza il confezionamento in plastica o altro materiale (per una quota di almeno il 70%) o usando vetro (per almeno il 20%). La soglia sale ad almeno il 90% per i prodotti liquidi (olio, vino e altre bevande) che, in più, per il 75% dovranno essere stati prodotti o trasformati entro 110 chilometri dal punto vendita.

Norme “chilometriche” analoghe anche per il banco frigo (90% dei prodotti sfusi o in vetro e l’80% dovrà provenire da massimo 40 km di distanza) e per quelli ortofrutticoli freschi o trasformati come salse, sughi, creme e marmellate (90% sfusi o in vetro, dei quali 70% entro i 40 km e 20 entro i 110 km).

Inoltre, per i prodotti destinati alla pulizia e all’igiene, oltre ai requisiti dell’assenza di packaging e della provenienza territoriale, è stato inserito un obbligo di venderli in maxi-confezioni di vetro o alluminio per almeno il 20% del totale. Per trasportare la spesa poi tutti i contenitori dovranno essere realizzati in carta, stoffa o altro tessuto riutilizzabile. Addio shopper in polimeri plastici, insomma.

Il sogno della vincitrice: un biodistretto ai piedi dell’Ortles

Ad aggiudicarsi il bando è stata la titolare di un’azienda agricola biologica della zona: Patrizia Pedergnana, una giovane ragazza della Val di Pejo. La sua è la tipica storia di chi ha deciso di “tornare alla terra” convinta che coniugare attività umane e tutela dell’ambiente e della biodiversità sia non solo necessario ma anche possibile.

Nella sua azienda produce eccellenze locali ed è anche diventata “custode dei semi” per salvarli dall’estinzione. «Coltivare le antiche sementi della Val di Sole è un’azione concreta contro il collasso della biodiversità e per salvare la nostra tradizione» spiega a Valori. «Peraltro, questi semi dimostrano di avere una grande capacità di adattamento alle condizioni del territorio di origine per quanto difficili possano essere».

Nella nuova avventura del supermercato packaging free, Patrizia ripone un sogno personale: «creare un piccolo agrodistretto biologico a chilometro zero ai piedi delle vette alpine dell’Ortles Cevedale». Per riuscirci ha pensato di fare del “suo” supermercato uno snodo per i produttori locali. «Il loro ruolo è cruciale, al pari di quello dei consumatori – osserva – ma troppo poco spesso si rendono conto di quale straordinario potere abbiano nelle loro mani».

Fonte: Valori.it