Con l’e-commerce troppi imballaggi usa e getta. Ma ora arrivano le startup del riutilizzo

Il Covid-19 è stato il definitivo trampolino di lancio per le vendite online. Secondo le stime di un rapporto dell’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development) pubblicato il 3 maggio, il balzo dell’e-commerce tra le restrizioni di movimento causate dalla pandemia, ha aumentato la quota delle vendite online globali dal 16% al 19% nel 2020. Il Regno Unito ha visto il picco più marcato nelle transazioni online con un aumento del 7,5 %; così anche per Cina (4,2%) e Stati Uniti (3%). Le vendite online B2C per le 13 principali aziende del mondo hanno toccato il record di 2,9 trilioni di dollari nel 2020. Cifre da capogiro che hanno messo in crisi i punti vendita fisici e arricchito quelli digitali, esacerbando i problemi nel gestire i rifiuti da imballaggio usa e getta.

Confezionare i beni che consumiamo per il trasporto via corriere, infatti, comporta un utilizzo di materiali decisamente maggiore rispetto agli acquisti fatti direttamente in negozio che include anche i materiali di protezione. Gli effetti sull’ambiente causati dalla continua crescita degli imballaggi usa e getta, che siano di carta, cartone, plastica o polistirolo, si è acuito e le previsioni non sembrano delle più rosee. Secondo le stime del Global E-commerce Plastic Packaging Market, nel 2020 il mercato globale degli imballaggi in plastica per l’e-commerce è stato valutato 10,26 miliardi di dollari e si prevede che raggiungerà i 21,78 miliardi di dollari entro il 2026.

Anche nel settore dell’e-commerce si stanno facendo strada alcune soluzioni riutilizzabili, prevalentemente in materiali plastici in varie dimensioni poiché leggeri e facilmente igienizzabili. Si tratta di opzioni adatte a varie tipologie di prodotto che, comparate a quelle monouso, hanno un minore impatto sull’ambiente ma anche sul budget delle aziende perché sul medio e lungo termine vengono a costare di meno.

Sistema centralizzato e decentralizzato

Il riutilizzo degli imballaggi anche nell’e-commerce rappresenta un processo a ciclo chiuso, circolare, dove l’imballaggio non viene sprecato in un singolo viaggio, ma conserva le sue funzioni senza perdere di valore all’interno di cicli di vita che possono anche durare anni.

Da un recente studio  The Rise of Reusable Packaging: Understanding the Impact and Mapping a Path to Scale di Fashion for Good, in collaborazione con l’università di Utrecht e la Sustainable Packaging Coalitionmirato al mondo della moda, emerge che l’impiego di imballaggi riutilizzabili nelle spedizioni al posto del monouso possono portare a importanti riduzioni nelle emissioni di CO2 e nel consumo dei materiale in peso. Lo studio fa anche luce sul numero e la natura della variabili che possono influenzare drasticamente l’impatto ambientale tra le quali le distanze di trasporto, i tassi di restituzione e i tipi di imballaggio utilizzati.

Alcune delle opzioni più comuni di packaging usate nel commercio online (buste in plastica e in cartone) sono state valutate attraverso un’analisi LCA per misurare le emissioni di CO2 equivalenti associate a ciascuna opzione ipotizzando una spedizione di uno stesso bene. In generale i risultati hanno evidenziato che le comuni buste in LDPE (polietilene a bassa intensità) d uso singolo devono oltre tre quarti delle emissioni di carbonio alla fase di lavorazione delle materie prime – indicazione che rafforza la scelta di realizzarle con un alto contenuto di materiale riciclato.

Nel caso degli imballaggi riutilizzabili, una proporzione molto maggiore (tra il 40% e il 60%) delle  emissioni derivano invece dalla fase di trasporto, considerato che le emissioni riferite alla fase di fabbricazione del bene vengono ripartite ( e quindi ammortizzate) su molteplici usi. Da un confronto degli impatti ambientali di un ciclo d’uso tra un imballaggio in cartone (monouso), una busta in LDPE (polietilene a bassa densità) monouso e una riutilizzabile (sempre in LDPE) emerge che :

  • le buste riutilizzabili gestite con un sistema centralizzato (ovvero rese a un unico centro per le operazioni di controllo e igienizzazione prima di essere rimesse in distribuzione presso i rivenditori che ne fanno uso) causano il 39% in meno di emissioni di carbonio per ciclo di utilizzo rispetto a buste  monouso dello stesso materiale con il 30% di contenuto riciclato;
  • le buste riutilizzabili in un sistema decentralizzato (ovvero quando rese al centro di distribuzione dei prodotti da cui partite) causano il 72% di emissioni di carbonio per ciclo in meno rispetto a una busta monouso in LDPE realizzata con il  30% di contenuto riciclato;
  • l’imballaggio riutilizzabile ha l’82% in meno di emissioni di carbonio per ciclo rispetto a una busta in LDPE vergine.
  • in tutti i casi si genera l’87% in meno di rifiuti di plastica (in peso) quando si utilizzano buste riutilizzabili piuttosto che monouso (indipendentemente dal contenuto di materiale riciclato con cui possono essere state realizzate)

“L’imballaggio riutilizzabile è una leva chiave per ridurre l’impatto della plastica anche nel settore della moda. Ci auguriamo che i risultati di questo studio servano a convincere il settore che la circolarità è realizzabile oggi e a utilizzarli come toolkit per tracciare il proprio percorso e scalare soluzioni più sostenibili delle attuali”, afferma Katrin Ley, amministratore delegato di Fashion for Good.

Vista dal lato del cliente la differenza tra gestire un imballaggio monouso o riutilizzabile si presenta nel momento in cui ha esaurito la sua funzione e invece di essere “buttato”  viene chiesto al destinatario di restituire l’imballaggio, tramite posta o altra modalità di consegna. Nel modello centralizzato l’imballaggio viene reso a un nodo logistico aggiuntivo, come anticipato, dove viene pulito e ricondizionato quando necessario, che non coincide con il centro di distribuzione del bene che ha trasportato. Successivamente viene inviato ai centri di distribuzione che fanno capo ai rivenditori online, e il ciclo ricomincia.

Nel modello decentralizzato invece l’imballaggio torna direttamente al centro di distribuzione del rivenditore da cui è partito con operazioni di pulizia e manutenzione effettuate nello stesso hub, senza un passaggio intermedio presso un nodo logistico aggiuntivo.

Il modello decentralizzato si è rivelato in alcuni casi più sostenibile rispetto al sistema centralizzato, perché si elimina un passaggio e si riducono i viaggi che gli imballaggi devono percorrere con minori emissioni di CO2 prodotte. Tuttavia l’adozione di entrambi i modelli determina un impatto ambientale sensibilmente inferiore al modello tradizionale basato sul packaging monouso, sia in plastica che in carta.

Tra i casi studio che vedremo, RePack utilizza un modello centralizzato con un hub logistico per l’Europa situato a Tallinn in Estonia – così come Hipli in Francia– mentre gli altri casi citati hanno adottato un modello decentralizzato. Tuttavia, quando si ripensano i modelli di business è inevitabile imbattersi in cambiamenti necessari che non possono riguardare solamente una sola azienda. Infatti spesso richiedono un cambiamento a livello di sistema e il consenso e la collaborazione di tutte le parti interessate lungo la catena del valore di un particolare prodotto. Il passaggio ad imballaggi riutilizzabili rappresenta un’area in cui la collaborazione tra marchi, rivenditori e produttori di imballaggi riutilizzabili innovativi può sviluppare soluzioni e processi che soddisfano tutta la catena di approvvigionamento migliorandone la sostenibilità. Un esempio che ben chiarisce le potenzialità dell’approccio di sistema è la collaborazione nata recentemente tra RePack e la finlandese Axla Logistics. Quest’ultima che gestisce la completa logistica dell’e-commerce per i prodotti delle aziende clienti proporrà le buste di RePack agli acquirenti online, con benefici per entrambi i partner dell’accordo.

RePack e l’accordo con le poste francesi

Utilizzare la confezione più volte sembra la soluzione più sostenibile e ci sono Paesi, come la Francia, in cui si iniziano a vedere movimenti e iniziative concrete verso vari modelli di riutilizzo. La più grande compagnia postale in Francia, La Poste, ha firmato recentemente un accordo di collaborazione per un progetto di 9 mesi con la startup finlandese RePack che offre ai commercianti aderenti le proprie buste riutilizzabili. Una volta che il consumatore riceve il prodotto, le buste riutilizzabili, provviste di un’etichetta prepagata, vengono ripiegate e inviate all’azienda tramite posta ordinaria. RePack, che collabora con quasi 150 marchi e ha in circolazione 250mila pacchi in tutta Europa, pulisce e controlla la qualità dell’imballaggio prima di rimandarlo ai negozi e ai magazzini di distribuzione. RePack ha vinto recentemente il premio German Design Award 2021 nella categoria ‘Excellent Communication Design Packaging’ per la comunicazione presente sulle sue buste.

Nel 2020 si è registrata in Francia una crescita del settore dell’e-commerce del 32%, il doppio rispetto all’anno precedente e che ha generato circa 1,3 miliardi di pacchi consegnati. Un fenomeno in crescita che  ha probabilmente indotto La Poste a ripensare il proprio modello, considerato che gli imballaggi sono responsabili di una quota che compresa dal 10% al 30% delle emissioni di CO2 del commercio online.

A questo proposito va detto che la Francia, a differenza di altri Paesi, ha previsto con la sua legge anti-spreco (anti-gaspillage) per un’economia circolare del 2020 il perseguimento di obiettivi di riduzione e riutilizzo che nel caso degli imballaggi richiede ai produttori che il 5% degli imballaggi sia riutilizzabile entro il 2023 e che entro il 2027 si arrivi al 10% rispetto all’immesso al consumo.

In Olanda Robin, una piattaforma online con sede ad Amsterdam, offre il meglio di ciò che le boutique locali della città hanno da offrire e le consegne a domicilio avvengono in bicicletta. Per consegne fuori città Robin si avvarrà degli imballaggi riutilizzabili di RePack attraverso il servizio postale.

Le virtuose realtà d’Oltralpe

In Francia non c’è solo RePack che offre ai rivenditori online un sistema di riuso che non produce rifiuti e gestisce gli imballaggi in un ciclo continuo. La startup Hipli ha ideato delle buste riutilizzabili in tre formati in materiale sintetico impermeabile che stanno all’interno di una pochette con chiusura a cerniera che i clienti possono restituire facilmente per posta. La busta è progettata per essere utilizzata 100 volte che significa – secondo le stime di Hipli – circa 25 kg di rifiuti evitati. ll funzionamento è abbastanza semplice. Il rivenditore online che vuole aderire al sistema inserisce l’opzione riutilizzabile tra le modalità di spedizione. L’acquirente interessato che sceglie l’opzione è invitato a restituire l’imballaggio in modalità prepagata tramite servizio postale con la pochette che, una volta richiusa, presenta già l’indirizzo di spedizione prestampato. Il costo per il servizio di resa e manutenzione dell’imballaggio corrisponde a 2 euro ed è in genere sostenuto dal rivenditore online che può decidere se ribaltarlo sul cliente o meno.

“In pratica il 10% dei nostri partner non addebita il nostro servizio al cliente e gli altri parzialmente, in media il contributo è di 1 euro” spiega Anne-Sophie Raoult, co-fondatrice di Hipli. Attualmente Hipli conta un centinaio di piccole aziende clienti nel settore della moda, oggettistica e cosmetica con circa 100mila pochette in circolazione che hanno un tasso di restituzione dell’89%.

Un’altra startup francese ancora in fase di test è Opopop, che si propone di sostituire con le sue buste riutilizzabili in materiale sintetico 1 milione di pacchetti usa e getta entro tre anni e di ottenere un tasso di restituzione del 95%. Il servizio funziona con un sistema di deposito cauzionale digitale (con addebito di un importo di 5 euro qualora ‘imballaggio non sia reso entro 15 giorni) oppure nella modalità del pagamento “a consumo”, a un costo di 1,65 euro per ogni rotazione.

Chiudere la carrellata sulla Francia LivingPackets, con sedi a Nantes, Parigi e Berlino, che sta introducendo sul mercato europeo una tecnologia di imballaggio intelligente molto sofisticata. Si tratta di una scatola, “The Box”, progettata per compiere mille viaggi e che porta fino a 5 kg di peso, adatta per l’80% dei prodotti venduti online, come si può leggere sul sito. Questa Box incorpora un sistema per il fissaggio del carico e in più un display dove si possono inserire e aggiornare dati come l’indirizzo e altre informazioni rilevanti per la logistica. Dentro la scatola ci sono dei sensori e una telecamera integrata per monitorare il contenuto della spedizione e le condizioni ambientali a cui è esposto il carico: temperatura, umidità e possibili urti durante il trasporto. Il lancio del servizio – che l’azienda descrive come “packaging-as-a-service” – è partito all’inizio di quest’anno con accordi in via di definizione con le oltre mille potenziali aziende clienti in Francia e Germania, che hanno contattato LivingPackets manifestando interesse per il prodotto e il servizio offerto.

Anche negli Usa si sperimenta il riuso innovativo

Le startup statunitensi LimeLoop Returnity utilizzano entrambe un modello logistico decentrato e una tecnologia digitale sofisticata. Puntando a realizzare un modello di spedizione più digitale, LimeLoop usa dei sensori GPS inseriti nell’imballaggio, che tracciano le spedizioni e rivelano dati come l’apertura del pacco. Rivenditori e clienti finali possono interagire ulteriormente con l’imballaggio tramite un’app.

LimeLoop noleggia i propri contenitori “intelligenti” ai rivenditori online, tramite un servizio di abbonamento. I clienti che ricevono la merce acquistata utilizzano un’etichetta di spedizione prepagata per restituire l’imballaggio al magazzino del produttore più vicino tramite UPS.
Le confezioni prodotte da LimeLoop sono realizzate in vinile riciclato da vecchi cartelloni pubblicitari e sono riutilizzabili fino a 2000 volte.

Michael Newman, fondatore di Returnity, spiega bene la filosofia del progetto. “Affrontare il tema del packaging significa saper vedere un sistema – afferma – Non si tratta solamente di un prodotto, ma di  rocessi e partecipazione. Solamente da questa prospettiva mentale si potrà capire come funzionano gli imballaggi riutilizzabili all’interno dei sistemi”. Returnity fornisce soluzioni di imballaggio riutilizzabili alle aziende, che possono rimpiazzare una vasta gamma di imballaggi utilizzati nelle spedizioni personalizzandole: buste, scatole, borse, borsoni e porta-abiti progettati per risparmiare spazio e facilmente impilabili dopo l’uso. Robusti e realizzati in materiali riciclati, possono “resistere” a più di 40 spedizioni.

Returnity fornisce anche un sistema logistico integrato che include pulizia e manutenzione degli imballaggi riutilizzabili. Una piattaforma denominata “Returnity’s 3P Platform” supporta le aziende a fare la “scelta giusta” sotto l’aspetto operativo, economico e ambientale. La startup statunitense si avvale della partnership di Happy Returns, una rete di luoghi fisici che si occupa di spedire gli imballaggi resi dai clienti ai suoi hub regionali – in contenitori riutilizzabili anch’essi – dove vengono smistati e restituiti ai rivenditori. Le aziende che utilizzano il pacchetto completo di Happy Return, che include anche la gestione dei resi, risparmiano in media il 20% sulle spese di spedizione con un 10% nel primo anno, rispetto all’utilizzo di imballaggi monouso. I consumatori restituiscono l’imballaggio in soli 60 secondi e il rimborso è immediato. Negli Stati Uniti sono operativi oltre 700 punti di resa per i contenitori, con circa 15mila imballaggi in continua circolazione.

Dalla Norvegia all’Olanda, pacchi e pallet riutilizzabili 

Packoorang è un’azienda norvegese che fornisce un servizio di imballaggi riutilizzabili ai rivenditori online con due linee di prodotto: le “Packoorang Mailer Bags, buste in varie dimensioni e modelli che possono essere usate fino a 500 volte, e i pallet riutilizzabili Palloorang, adatti per settore del B2B. Packoorang  collabora inoltre con aziende partner che mettono a disposizione uno spazio fisico e possono fungere da centri di raccolta per gli imballaggi resi dagli utilizzatori del servizio. Lanciata nel 2019, l’azienda progetta le sue opzioni riutilizzabili in poliestere – con o senza imbottitura – a partire da bottiglie riciclate e altri scarti di fabbricazione del settore del tessile.

Il rivenditore che si affida al servizio di Packoorang sceglie le opzioni riutilizzabili più adatte ai propri prodotti che possono essere personalizzate. I clienti che scelgono l’imballaggio riutilizzabile lo rendono in modalità prepagata postale al centro logistico unificato o presso altri punti di raccolta. Dopo le usuali operazioni di controllo e pulizia gli imballaggi ripartono poi alla volta dei centri di distribuzione dei rivenditori online.

Fonte: Simone Fant e Silvia Ricci per Economiacircolare.com

Votato in Consiglio dei ministri il recepimento della Direttiva SUP

Nel Consiglio dei Ministri di giovedì 5 agosto 2021 è “stato votato il recepimento della cosiddetta ‘Direttiva SUP’ (Single Use Plastics), la norma europea volta a prevenire e ridurre l’impatto sull’ambiente di determinati prodotti in plastica e a promuovere una transizione verso un’economia circolare, introducendo un insieme di misure specifiche, compreso un divieto comunitario sui prodotti in plastica monouso ogni qualvolta siano disponibili alternative”. E’ quanto annuncia il Ministero della Transizione Ecologica.

Il CdM ha approvato in totale dodici decreti legislativi di attuazione di norme europee, tra cui quello di attuazione della Direttiva SUP (direttiva UE 2019/904 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 giugno 2019).

Secondo quanto si apprende, il decreto legislativo esclude dal divieto di immissione sul mercato i prodotti plastici monouso realizzati in materiale biodegradabile e compostabile (certificato conforme allo standard europeo della norma UNI EN 13432 o UNI EN 14995), con percentuali di materia prima rinnovabile uguali o superiori al 40 per cento, o superiori almeno al 60% dal 2024, secondo specifiche condizioni. Questo qualora non vi siano alternative riutilizzabili ai prodotti di plastica monouso destinati ad entrare in contatto con alimenti (Parte B dell’Allegato) e in altre specifiche condizioni.

Esclude inoltre i rivestimenti in plastica inferiori al 10% del peso totale del manufatto, che invece sono inclusi nella direttiva europea.

La messa al bando non sarà comunque immediata: la norma permette di smaltire le giacenze di piatti, posate e cannucce fino ad esaurimento scorte, a condizione che ne sia dimostrata la data di produzione o di acquisto prima dell’entrata in vigore del decreto.

Come riporta Il Sole 24 Ore la norma prevede anche misure di sostegno allimprese per la loro “riconversione” da plastica tradizionale a prodotti consentiti e incentivi sotto forma di credito d’imposta per la produzione di manufatti riutilizzabili o realizzati in materiale biodegradabile o compostabile. Sono state inasprite le sanzioni per chi non rispetterà il dettato legislativo.

Fonte: Eco dalle Città

Direttiva SUP: facciamo il punto

Il 3 luglio 2021 è scaduto il termine di recepimento della Direttiva 904/2019 (c.d. Direttiva “SUP” – Single Use Plastics) in tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea. Ciò nonostante, nel nostro Paese nulla è cambiato rispetto a prima: si rammenta, infatti, che in Italia non è stato ancora emanato il decreto legislativo di recepimento della suddetta direttiva. Attualmente è stata predisposta solo una bozza di decreto legislativo che, come tale, potrà essere oggetto di modifiche e che, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe essere emanato il prossimo ottobre.

Considerati i malintesi e i fraintendimenti che si sono generati dal 3 luglio 2021 circa la vigenza o meno in Italia delle disposizioni contenute all’interno della Direttiva 904/2019, in questo articolo si cercherà di chiarire in che modo avviene il recepimento di una direttiva europea nel nostro Paese e a che punto siamo con l’accoglimento della normativa europea sulle plastiche monouso.

1. Il recepimento di una direttiva europea

La direttiva è un atto legislativo adottato dal Consiglio e dal Parlamento Europeo secondo la procedura legislativa ordinaria, oppure solo dal Consiglio secondo le procedure legislative speciali (nel qual caso il Parlamento deve dare l’approvazione o essere consultato).

Affinché una direttiva abbia effetti a livello nazionale, i Paesi membri dell’Unione devono recepirla adottando provvedimenti nazionali (o modificando quelli esistenti). Il recepimento deve avvenire entro il termine indicato al momento dell’adozione della direttiva (di norme entro due anni). Qualora un Paese membro non recepisca una direttiva, la Commissione può avviare procedure di infrazione e adire la Corte di Giustizia dell’UE.

Con riferimento al nostro Paese, il Governo assicura il periodico adeguamento dell’ordinamento nazionale all’ordinamento europeo con la Legge Europea e la Legge di delegazione europea[1] secondo quanto previsto dall’art. 30 della Legge 234/2012[2]. In particolare, la Legge di delegazione europea contiene le deleghe legislative volte all’attuazione di atti legislativi europei, alla modifica o abrogazione di dispositivi vigenti (limitatamente a quanto necessario per garantire la conformità dell’ordinamento) o alle sentenze di condanna della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Con la Legge di delegazione europea vengono, inoltre, conferite al Governo le deleghe per la predisposizione dei decreti legislativi di attuazione delle direttive europee o altri atti dell’Unione Europea.

Questi decreti sono adottati su proposta del Ministro per gli Affari Europei e del Ministro con competenza prevalente secondo le procedure e le scadenze di delega indicate dagli articoli 31 e 32 della Legge n. 234/2012 e sono predisposti con il coinvolgimento dei Ministeri interessati attraverso un’attività coordinata dall’Ufficio legislativo del Ministro per gli Affari Europei.

Il decreto legislativo viene sottoposto all’approvazione preliminare da parte del Consiglio dei Ministri e, dopo l’acquisizione degli altri pareri previsti dalla legge, trasmesso alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica per l’espressione del parere dei competenti organi parlamentari. Acquisito tale ultimo parere, il provvedimento viene nuovamente sottoposto al Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva.

Dopo l’emanazione da parte del Presidente della Repubblica, il decreto viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore dopo 15 giorni dalla suddetta pubblicazione.

2. La Direttiva 904/2019 (c.d. Direttiva SUP)

Il 5 giugno 2019 è stata formalmente adottata da parte del Parlamento Europeo e del Consiglio la Direttiva 904/2019 (pubblica in Gazzetta Ufficiale dell’UE L 155/1 del 12 giugno 2019), tesa a ridurre l’incidenza di determinati prodotti di plastica monouso sull’ambiente, in particolare sull’ambiente acquatico, e sulla salute umana. La Direttiva SUP – entrata in vigore il 2 luglio 2019[3] – riguarda, nello specifico, i prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa e gli attrezzi da pesca contenenti plastica, prodotti che, insieme, rappresentano circa il 77% dei rifiuti marini.

La Direttiva SUP, in particolare, prescrive agli Stati membri dell’Unione di promuovere la transizione verso un modello di economia circolare e di adottare un diversificato ventaglio di misure al fine di ridurre l’incidenza sull’ambiente e sulla salute umana di determinati prodotti in plastica e, in particolare, dei prodotti in plastica monouso, i quali, essendo destinati ad avere un’unica applicazione di brevissima durata, rappresentano l’origine di un copioso e costante flusso di rifiuti e che – a causa delle loro modalità di impiego – sono caratterizzati da un alto tasso di rischio di dispersione e di abbandono nell’ambiente e, soprattutto, nell’ambiente acquatico.

Peraltro, al fine di garantire condizioni uniformi di esecuzione negli Stati membri, l’art. 12, paragrafo 2, della Direttiva stabilisce che: «Entro il 3 luglio 2020 la Commissione, in consultazione con gli Stati membri, pubblica orientamenti recanti esempi di cosa sia considerato un prodotto di plastica monouso ai fini della presente direttiva, se del caso».

In applicazione di tale disposizione, il 31 maggio 2021 la Commissione Europea ha diffuso le Linee Guida di orientamento per l’applicazione della Direttiva 2019/904/UE (pubblicate in data 7 giugno 2021 sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea)[4].

In particolare, con tali orientamenti, la Commissione Europea ha voluto fornire una “guida” sulle definizioni chiave contenute nella direttiva stessa e sugli esempi di prodotti da considerare come rientranti (o meno) nel suo campo di applicazione, al fine di garantire che le nuove norme siano applicate correttamente e uniformemente in tutti gli Stati membri[5].

3. La Legge di delegazione europea 2019-2020

Sulla G.U. n. 97 del 23 aprile 2021 è stata pubblicata la Legge 22 aprile 2021, n. 53, ovvero la Legge di delegazione europea 2019-2020, recante delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e per l’attuazione di altri atti dell’Unione Europea. Tale norma, entrata in vigore l’8 maggio 2021, si compone di 29 articoli e di un allegato e contiene importanti novità in campo ambientale e, in particolare, in tema di circular economy.

Uno degli articoli più rilevanti in campo ambientale della Legge di delegazione europea 2019-2020 è sicuramente l’articolo 22contenente i principi e i criteri direttivi a cui dovrà necessariamente attenersi il nostro Governo al momento del recepimento della Direttiva (UE) 2019/904.

Al momento del recepimento di tale Direttiva (che doveva avvenire entro il termine del 3 luglio 2021il nostro Governo dovrà attenersi – oltre che ai principi e ai criteri direttivi generali di cui all’art. 32 della Legge 234/20121 – ai criteri fissati dalla Legge di delegazione europea 2019-2020, ovvero:

a) Conformemente a quanto previsto dall’articolo 1 della Direttiva SUP, dovranno essere previste misure finalizzate a promuovere la transizione verso un’economia circolare (attraverso modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili) e a garantire una riduzione duratura del consumo dei prodotti monouso elencati nella Parte A dell’Allegato alla Direttiva 904/2019 (Prodotti di plastica monouso di cui all’articolo 4 sulla riduzione del consumo).

Di conseguenza, il Governo dovrà prevedere una serie di interventi mirati a ridurre il consumo di:

1) tazze per bevande, inclusi i relativi tappi e coperchi;

2) contenitori per alimenti, ossia recipienti quali scatole con o senza coperchio, usati per alimenti:

  1. destinati al consumo immediato, sul posto o da asporto;
  2. generalmente consumati direttamente dal recipiente; e
  3. pronti per il consumo senza ulteriore preparazione, per esempio cottura, bollitura o riscaldamento, compresi i contenitori per alimenti tipo fast food o per altri pasti pronti per il consumo immediato, a eccezione di contenitori per bevande, piatti, pacchetti e involucri contenenti alimenti.

Inoltre, in aggiunta a quanto disposto dalla Direttiva 904/2019, tra le tipologie di prodotti monouso cui si applicano gli obiettivi di riduzione del consumo di cui all’art. 4 della Direttiva SUP – ai sensi dell’art. 22, comma 1, lettera e) della Legge di delegazione europea 2019-2020 – dovranno essere inclusi anche i bicchieri di plastica.

A questo proposito, potrebbero evidenziarsi criticità dal punto di vista della conformità della normativa nazionale al diritto comunitario, in quanto la Direttiva 904/2019 include, tra le tipologie di manufatti in plastica monouso cui si applicano gli obiettivi di riduzione, solo le “tazze per bevande”.

Le Linee Guida sull’applicazione della Direttiva SUP, inoltre, non esplicitano mai tali prodotti tra quelli ricompresi nel campo di applicazione della Direttive UE: in particolare, il paragrafo 4.4. (Contenitori per bevande, bottiglie per bevande e tazze per bevande, compresi i relativi tappi e coperchi) – che fornisce una “panoramica” sui criteri previsti per tali prodotti – non menziona mai i “bicchieri”, ma parla genericamente di “contenitori per bevande”.

b) Conformemente a quanto previsto dagli 4 e 11 della Direttiva 904/2019, il Governo dovrà, con riferimento ai materiali destinati ad entrare in contatto con gli alimenti, incoraggiare l’utilizzo di prodotti sostenibili e riutilizzabili, alternativi a quelli monouso, anche mettendo a disposizione dei consumatori finali, presso i punti vendita, prodotti riutilizzabili opportunamente definiti nelle loro caratteristiche tecniche in modo da garantirne molteplici utilizzi, ma comunque nel rispetto della normativa vigente in materia di igiene e sicurezza degli alimenti.

c) Qualora non sia possibile l’uso di alternative riutilizzabili ai prodotti in plastica monouso di cui alla Parte B dell’Allegato alla Direttiva SUP (Prodotti di plastica monouso di cui all’articolo 5 sulle restrizioni all’immissione sul mercato), destinati ad entrare in contatto con gli alimenti, l’ 22, comma 1, lettera c) della Legge di delegazione europea 2019-2020 prescrive al Governo di consentire l’immissione nel mercato di prodotti monouso qualora questi siano realizzati in plastica biodegradabile o compostabile certificata conforme alla UNI EN 13432 e con percentuali crescenti di materia prima rinnovabile.

Tale disposizione, tuttavia, si pone in contrasto con quanto esplicitato nelle Linee Guida dal legislatore europeo. Infatti, nelle suddette Linee Guida della Commissione viene chiarito che:

«Sulla base del regolamento REACH e dei relativi orientamenti dell’ECHA, i polimeri prodotti mediante un processo di fermentazione industriale non sono considerati polimeri naturali in quanto la polimerizzazione non ha avuto luogo in natura. Pertanto, i polimeri risultanti dalla biosintesi attraverso processi di coltivazione e fermentazione di origine antropica in contesti industriali, ad esempio i poliidrossialcanoati (PHA), non sono considerati polimeri naturali in quanto non sono il risultato di un processo di polimerizzazione che ha avuto luogo in natura. In generale, se un polimero è ottenuto mediante un processo industriale e lo stesso tipo di polimero esiste in natura, il polimero fabbricato non può essere considerato un polimero naturale

Da ciò si desume che le restrizioni e le altre prescrizioni contenute nella Direttiva 904/2019 debbano applicarsi non solo alle plastiche originate da fonti fossili, ma altresì alle plastiche realizzate a partire dalle biomasse. Detto in altri termini, contrariamente a quanto previsto dall’art. 22 della Legge 53/2021, le plastiche biodegradabili e compostabili non sono, a livello europeo, escluse dalla definizione di plastica di cui all’articolo 3, paragrafo 1, della Direttiva SUP [6].

A tal proposito, è necessario segnalare che, qualora il legislatore nazionale operasse, attraverso il decreto legislativo di recepimento, scelte diverse da quelle adottate a livello comunitario, la Commissione Europea potrebbe avviare nei confronti del nostro Paese una procedura di infrazione.

d) Conformemente a quanto disposto dall’ 10 della Direttiva SUP, il Governo italiano dovrà adottare misure volte ad informare e sensibilizzare i consumatori e ad incentivarli ad assumere comportamenti responsabili, al fine di ridurre la dispersione e l’abbandono dei rifiuti derivanti dai prodotti in plastica contemplati dalla Parte G dell’Allegato alla Direttiva (Prodotti di plastica monouso di cui all’articolo 10 sulle misure di sensibilizzazione).

Inoltre, dovranno essere previsti interventi volti a ridurre la dispersione dei rifiuti derivanti dal rilascio di palloncini (di cui al punto 8) della summenzionata Parte G dell’Allegato), ad esclusione di quelli per uso industriale o altri usi/applicazioni professionali che non sono distribuiti ai consumatori.

e) Conformemente con quanto previsto dall’ 14 della Direttiva 904/2019, dovranno altresì essere introdotte sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive in caso di violazione delle disposizioni nazionali attuative della Direttiva SUP.

f) Infine, il Governo sarà tenuto ad abrogare l’art. 226-quater del Dlgs. 152/2006 (Plastiche monouso) in quanto – con il recepimento della Direttiva 904/2019 – si avrà una normativa più specifica e puntuale sul tema.

Piacenza, 26 luglio 2021

Note:

[1] Il disegno di legge di delegazione europea, con l’indicazione dell’anno di riferimento, deve essere presentato dal Governo entro il 28 febbraio di ogni anno. È, inoltre, prevista la possibilità di un secondo disegno di legge di delegazione europea (“secondo semestre”) da adottare, se necessario, entro il 31 luglio di ogni anno, nonché la possibilità dell’adozione da parte del Governo, di appositi disegni di legge per l’attuazione di singoli atti normativi dell’Unione Europea, in casi di particolare importanza politica, economica e sociale.

[2] Legge 24 dicembre 2012, n. 234, Norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione Europea, pubblicata in G.U. n. 3 del 4 gennaio 2013 ed entrata in vigore il 19 gennaio 2013.

[3] Art. 18 Direttiva 2019/904UE: “La presente direttiva entra in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea [12 giugno 2019]”.

[4] Commission guidelines in single-use plastic products in accordance with Directive (EU) 2019/904 of the European Parliament and of the Council of 5 June 2019 on the reduction of the impact of certain plastic products on the environment, C (2021) 3762 final.

[5] Tali esempi, peraltro, non devono considerarsi esaustivi, posto che servono soltanto a fornire un’illustrazione su come interpretare talune definizioni e i requisiti pertinenti alla Direttiva nel contesto degli specifici prodotti di plastica monouso. Come chiarito nelle stesse Linee Guida, infatti, «il contenuto [delle Linee Guida], compresi gli esempi, rispecchia il punto di vista della Commissione Europea e, in quanto tale, non è giuridicamente vincolante. L’interpretazione vincolante della legislazione dell’UE è di esclusiva competenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea».

[6] A tal proposito, si segnala che il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani interrogato dal Senato sul tema ha annunciato di aver avviato sul punto una serie di interlocuzioni con la Commissione Europea. Il Ministro ha affermato che: “[..] Con riferimento alle plastiche biodegradabili e compostabili, in un’ottica di transizione verso la gestione circolare della plastica, le stesse dovrebbero essere considerate come alternative sostenibili alle plastiche standard.”.

Fonte: Federica Martini per Tuttoambiente.it

Riciclo di rifiuti ingombranti, a Genova Amiu prepara un mercatino online

Un market place per il riciclo dei rifiuti ingombranti. Si tratta del progetto Efficacity che Amiu sta mettendo a punto, insieme a diversi partner, con un budget di due milioni di euro per metà finanziati da Regione Liguria con fondi europei. Con 6 partner (Algowatt, Camelot,  Gter, Circle, Colouree, Flairbit) Amiu sta mettendo a punto il software che permetterà ai cittadini di fotografare il rifiuto da dare via e immetterlo nel mercato virtuale: da lì, potrà prendere la via del riuso, e Amiu non interverrà, oppure del riciclo, con i canali di ritiro dell’azienda dei rifiuti.  

Il software è in via di elaborazione, il progetto dovrebbe partire all’inizio del 2022 per una durata, sperimentale, di 18 mesi. 

“La Regione ha investito un milione di euro in questa iniziativa in cui crediamo – ha detto l’assessore allo Sviluppo economico, Andrea Benveduti – I nostri nonni prima di dismettere un oggetto ci pensavano a lungo: lo portavano in campagna, lo passavano a un vicino. Oggi si butta via tutto appena si rompe e non si aggiusta più nulla”. PUBBLICITÀIl presidente di AMIU, Pietro Pongiglione, osserva: “Questo progetto è un esempio di prevenzione e collaborazione specie per gli ingombranti che sono più difficili da smaltire, ma anche più semplici da rielaborare dal punto di vista delle potenzialità. Poi c’è la collaborazione, tra pubblico e privato. Infine, l’aspetto ecologico che precorre i tempi della transizione ecologica”. 

Tiziana Merlino, direttrice operativa: “Un anno fa abbiamo fatto il primo brain storming sul progetto e siamo stati in qualche modo precursori della transizione ecologica, non è solo un riciclo ma, anche, un riuso”. 

Fonte: il Secolo XIX

Direttiva SUP: per l’Italia il recepimento può attendere

Nonostante i vari interventi del Ministro Cingolani apparsi sui media nelle settimane precedenti alla data di entrata in vigore della Direttiva sulle plastiche monouso SUP, l’Italia ha finito per non recepire la direttiva entro il termine del 3 luglio. Secondo indiscrezioni parrebbe che il decreto legislativo di recepimento finisca per slittare a dopo l’estate .

EuPC l’associazione che in Europa rappresenta i trasformatori europei di materie plastiche, nel comunicato stampa divulgato recentemente sulla SUP lamenta una situazione estremamente frammentata, con i singoli stati che procedono al recepimento in ordine sparso. Secondo l’associazione l’eterogeneità delle legislazioni nazionali e la pubblicazione tardiva delle Linee guida hanno contribuito, a rendere la situazione ancora più complicata e confusa.

Nella nota di EuPC si legge : “La Francia ha deciso di prendere una certa distanza dalle disposizioni della Direttiva e, dopo aver raccolto i riscontri di molte parti interessate, uno dei testi notificati è stato recentemente rinviato al legislatore nazionale per la modifica, causando ulteriori ritardi. L’Italia potrebbe essere l’unico Paese a prendere la discutibile decisione di escludere i prodotti in plastica a base biologica dal campo di applicazione della legge di recepimento, mentre in Svezia il ritardo sembra essere uno scenario inevitabile a causa dell’altissimo numero di risposte che la bozza del testo di la normativa nazionale ricevuta dai portatori di interessi. Molti paesi come la Romania e la Bulgaria non hanno ancora compiuto passi concreti verso il recepimento.”

La direttiva sulle materie plastiche monouso – prosegue la nota – “è un atto legislativo europeo peculiare che lascia ampio spazio di interpretazione ai legislatori nazionali. Gli Stati membri stanno sviluppando interpretazioni dissimili di molti concetti cardine, che alla fine causeranno l’impossibilità di preservare l’obiettivo finale dell’armonizzazione in tutta l’Unione europea.”

Il Rapporto della coalizione Break Free from Plastics

Una panoramica sullo stato dell’arte del recepimento da parte degli Stati membri dell’UE della direttiva SUP la offre il recente rapporto “Moving on from single-use plastics: how is Europe doing? ” Assessment of European countries’ transposition of the Single Use Plastics Directive, frutto del lavoro congiunto di Zero Waste Europe, Surfrider Europe, Rethink Plastic Alliance e Seas at Risk.

Se l’Europa vuole davvero allontanarsi dalla plastica monouso e avvicinarsi all’economia circolare – si legge nella relazione – il livello di ambizione negli Stati membri che emerge rimane nel complesso insufficiente. Solo cinque paesi (Estonia, Francia, Grecia, Irlanda e Svezia) hanno mostrato di volere esplorare appieno il potenziale offerto dalla direttiva nell’eliminazione graduale della plastica monouso andando persino oltre ai requisiti imposti.

Il resto degli Stati membri ha adottato solamente i requisiti minimi o, peggio ancora, non ha adottato alcuna (o molte) delle misure previste. Inoltre, in molti paesi, il processo di recepimento è ancora in corso – come in Belgio, Finlandia, Ungheria, Italia, Lussemburgo, Portogallo e Spagna – o è appena iniziato come nel caso di Bulgaria, Repubblica Ceca, Polonia e Romania.

Le nove raccomandazioni del rapporto delle ONG ai paesi membri per un recepimento ottimale della direttiva
La relazione, sottolineando che la transizione verso prodotti e modelli aziendali basati sulla prevenzione e il riutilizzo non può più essere ritardata invita gli Stati membri a:

  • Garantire la piena attuazione e applicazione dei divieti contenuti nella direttiva in tutta l’UE ed estendere i divieti ad altri articoli monouso in plastica;
  • Prevenire spiacevoli sostituzioni dei materiali adottando misure per garantire che gli articoli vietati siano sostituiti con alternative riutilizzabili, piuttosto che con prodotti monouso in altro materiale;
  • Fissare obiettivi di riduzione quantitativi ambiziosi per altri articoli non vietati per ridurne il consumo e promuovere il riutilizzo: come bicchieri e tazze per bevande, contenitori da asporto per alimenti pronti al consumo, ma anche altri articoli come involucri da imballaggio e salviette umidificate;
  • Introdurre quanto prima, e al più tardi entro il 2024, regimi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) pienamente vincolanti che includano una forte eco-modulazione dei contributi ambientali a carico dei produttori, che coprano almeno i costi completi tra raccolta, trattamento, pulizia ambientale causati dal fine vita dei loro prodotti e le iniziative di sensibilizzazione;
  • Fissare obiettivi minimi di contenuto riciclato per gli articoli in plastica di almeno il 50% per le bottiglie e del 30% (minimo) per gli altri articoli;
  • Implementare sistemi di depositi per contenitori di bevande o aumentare le prestazioni dei sistemi esistenti in modo che: a) raggiungano al più presto il 90% di raccolta differenziata delle bottiglie; b) includano bottiglie di plastica, lattine per bevande e bottiglie di vetro; c) includano sia bottiglie di bevande ad uso singolo che ricaricabili (vuoto a rendere).
  • Attuare e far rispettare pienamente i requisiti di marcatura della Direttiva;
  • Mettere in atto misure di sensibilizzazione per i cittadini incentrate sugli impatti ambientali e sulla salute della plastica monouso, sulla necessità di ridurre i consumi, e sulla disponibilità di alternative riutilizzabili per sostituire il monouso;
  • In contemporanea con l’adozione delle misure individuate garantire un’accurata raccolta e monitoraggio dei dati onde potere valutare e/o adeguare le misure, per migliorare l’efficacia.

Senza volere mettere il carro davanti ai buoi, e ammesso che quanto riportato nella scheda sull’Italia non venga smentito nel decreto di recepimento, non ci sono per ora indizi sulla volontà da parte italiana di volere accogliere buona parte di queste raccomandazioni.

Nel capitoletto “Main Issues” colpisce in negativo la scelta di affidare ad accordi volontari tra soggetti pubblici e privati gli obiettivi di riduzione dei consumi. Esiste infatti sufficiente evidenza storica a documentare l’inefficacia di accordi e protocolli di riduzione dei rifiuti che si sono susseguiti negli ultimi anni tra regioni/provincie/comuni ed associazioni di categoria, o altri interessi privati.

Tutti accordi spesso basati su generici obbiettivi di riduzione dei rifiuti tra le parti che non prevedevano neanche una misurazione reale del consumo che si voleva andare a ridurre e che a distanza di un annetto finivano nel nulla.
A questo proposito viene ripreso nel capitoletto “Missing measures” il fatto che l’Italia non ha presentato un piano nazionale di misure con obiettivi di riduzione (ambiziosi) per gli articoli parte dell’allegato A, tra i quali tazze e bicchieri per bevande e contenitori di cibo da asporto. Come baseline per valutare il raggiungimento degli obiettivi previsto nel 2026 (art.4 della SUP) si dovrà considerare il consumo di questi articoli che si avrà nel 2022.

Difatti, come ha sintetizzato Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti e di economia circolare nell’intervista ad EconomiaCircolare.com entro il 3 luglio 2021 l’Italia avrebbe dovuto predisporre e notificare alla Commissione una descrizione delle misure adottate allo scopo, che, come specificato nel testo della Direttiva, possono comprendere la fissazione di obiettivi nazionali di riduzione del consumo; disposizioni volte ad assicurare che siano messe a disposizione del consumatore finale presso i punti vendita alternative riutilizzabili, strumenti economici per evitare che tali prodotti siano forniti gratuitamente nei punti vendita al consumatore finale, come successo con i sacchetti e così via…”.

Infine sempre al punto “Missing Measures” nella scheda viene anche ripresa l’intenzione espressa dall’Italia di esentare dal campo di applicazione della direttiva gli articoli vietati come piatti, posate e cannucce qualora realizzati con bioplastiche biodegradabili e compostabili certificate UNI EN 13432, ove le opzioni riutilizzabili non possono essere impiegate. L’Italia – si legge – richiederebbe questa deroga considerando che ha una filiera virtuosa del rifiuto organico come raccolta e trattamento e che la riconversione della propria industria chimica deve essere valorizzata. Resta da vedere se la Commissione Europea interverrà.

Nella parte invece dedicata ai “Positive Developments” dove si trovano alcune dichiarazioni generali di intenti si legge che “Con decreto del ministero all’ambiente saranno inoltre istituiti diversi DRS (Deposit Return System) per la raccolta differenziata di bottiglie per bevande e altri prodotti monouso categorie soggette all’articolo 8 della direttiva sulla Responsabilità Estesa del Produttore EPR”. Speriamo di vedere presto misure in tal senso, e che parlando di DRS si intenda un sistema di deposito nazionale per contenitori di bevande in plastica, metallo e vetro che prenda esempio dai sistemi nazionali di maggiore successo europei.

Un parere da Bruxelles

Pascal Canfin, europarlamentare del gruppo centrista Renew, presidente della commissione ambiente intervistato da Domani qualche giorno fa, ha fatto delle considerazioni molto interessanti. L’europarlamentare ha vissuto da vicino i tentativi fatti da parte italiana, e in particolare nelle ultime settimane da parte del ministro Cingolani, per convincere le istituzioni europee sulla fondatezza della “linea italiana” nel recepimento della direttiva,

Sostanzialmente Canfin afferma nell’intervista che non è ancora possibile “fidarsi delle bioplastiche” perché non sono biodegradabili nell’ambiente e in Commissione non vogliono correre rischi, bensì essere certi che questi materiali non portino ad impatti paragonabili a quelli che hanno poi avuto le plastiche tradizionali. D’altronde – spiega Canfin – c’è stata una valutazione tra i pro e i contro che l’utilizzo delle bioplastiche presenta basata sullo stato dell’arte a livello europeo della raccolta e trattamento di questi materiali che ha spinto l’Europa a trattare le bioplastiche come le altre plastiche. “Non possiamo dare un assegno in bianco alle tecnologie italiane, rinunceremmo a tutti gli obiettivi di riduzione d’impatto. Con quale livello di riciclo e in quanto tempo possiamo fidarci abbastanza della raccolta da poter considerare le bioplastiche sostenibili? Cinque, dieci, quindici anni, dipende dagli effetti della direttiva. E non c’è una percentuale di riciclo oggi considerata accettabile, dipende dal prossimo ciclo di legislazione sull’economia circolare”.

A dire il vero un assegno in bianco alle nostre tecnologie ancora non ce lo meritiamo perché un conto è la biodegradazione dei sacchetti compostabili (che contengono l’organico negli impianti di compostaggio) , altro paio di maniche è la gestione di quantità crescenti di manufatti tra stovigliame, posate, capsule da caffè e altri imballaggi. Gli impianti hanno tecnologie e cicli di trattamento “tarati” sul trattamento dello scarto organico che non sarà banale, e neanche a costo zero, adattare o riprogrammare. Ma ci sono anche altre criticità e la confusione dei cittadini da affrontare qualora aumentassero i manufatti compostabili che sono state puntualmente riprese nel documento La gestione e il recupero delle bioplastiche disponibile sul sito di Utilitalia.

Tornando all’intervista la conclusione di Canfin non lascia spazio ad eventuali speranze sul fare cambiare idea all’Europa, almeno nel breve termine “Lo ripeto: una stoviglia di plastica bio su una spiaggia non fa nessuna differenza, dovrebbe essere nel vostro interesse capirlo, vista l’estensione della costa e l’importanza del turismo. Ne riparleremo solo quando i livelli di riciclo saranno cresciuti. In quel momento vi troverete leader di una tecnologia nuova. Ma quel momento non è ora, mi dispiace. È un peccato vedere un paese così minacciato dall’inquinamento marino cercare di essere un’eccezione nella protezione del mare, non vedo come gli italiani possano essere fieri di questo.

Sul punto dell’inquinamento da plastica del Mediterraneo va precisato per chi ha letto sui media che l’Italia non ha grandi responsabilità sulla dispersione della plastica nei mari che l’evidenza ci dice tutt’altro. Sono almeno tre gli studi recenti che hanno individuato nell’Italia e nella Turchia i paesi maggiormente responsabili del marine littering nel Mediterraneo.

Insomma per quanto l’Italia abbia investito nel settore delle bioplastiche (e monouso in genere), essere in Europa significa prendere atto della realtà comunitaria e prepararsi come paese a cogliere invece le opportunità economiche che possono nascere dai modelli economici circolari. Modelli in cui le risorse non vengono sprecate in un solo utilizzo e consentono una crescita economica disaccoppiata dal consumo di risorse, con provati vantaggi occupazionali.

Un obiettivo che oltretutto siamo obbligati a perseguire se non vogliamo estinguerci, e dovremmo cominciare a lavorarci da subito. Banalmente perché siamo nel bel mezzo di una crisi climatica e delle risorse con poco più di una decina di anni a disposizione per invertire drasticamente la rotta.

Fonte: Silvia Ricci per comunivirtuosi.org

Arezzo: un occhio elettronico contro l’abbandono dei rifiuti

Città della Toscana orientale, poco meno di 100.000 abitanti, sede della più antica università della Toscana (e una delle prime in Europa), Arezzo è terra di avanguardia anche nel controllo degli abbandoni dei rifiuti, usando come nessuno ha ancora fatto la tecnologia.
Telecamere e software di analisi delle immagini, social network, la tecnologia ad Arezzo è a servizio dell’Amministrazione per individuare i comportamenti scorretti.
Ne parliamo con l’Assessore all’Ambiente, Marco Sacchetti.

Assessore Buongiorno. Facciamo un riassunto della situazione di Arezzo. Quali sono le modalità di raccolta?

L’amministrazione Ghinelli, di cui sono l’assessore all’Ambiente con delega alla gestione dei rifiuti, è oggi al secondo mandato ed è in carica da sei anni. Dal 2018 abbiamo iniziato una riorganizzazione del sistema di raccolta rifiuti, che, quando ci siamo insediati, abbiamo trovato un po’ in difficoltà anche a causa di scelte “ereditate” dal passato. Nel 2014 il territorio della Toscana del Sud di cui facciamo parte è passato ad un sistema caratterizzato da un gestore unico, passando da una struttura locale o provinciale ad una di ambito. Ciò ha prodotto una serie di problematiche per l’attivazione del servizio, dovute, fra l’altro, alla dimensione ed alla complessità del territorio unito sotto un unico gestore.
Abbiamo dunque dovuto riprogettare un po’ il servizio. Oggi abbiamo una modalità di raccolta mista, che cerca di dare le risposte più corrette alle esigenze diverse delle varie zone della città e alle caratteristiche del territorio. Per la parte storica della città è prevista una raccolta una raccolta di prossimità mista: stradale di prossimità per indifferenziato ed organico; porta a porta sul multimateriale pesante (plastica, metalli e vetro) e sulla carta. Per la periferia della città abbiamo riorganizzato la raccolta stradale rendendola più moderna con cassonetti a riconoscimento utenza ed abbiamo affiancato un sistema a chiamata per le attività commerciali. Per le case sparse c’è invece una raccolta porta a porta. In più nel 2018 abbiamo attivato un servizio di ispezione ambientale, che ci ha permesso di ottenere risultati importanti sul tema degli abbandoni e dei conferimenti errati.

Un sistema estremamente articolato. Quali sono i risultati raggiunti?

Dobbiamo dividere i risultati raggiunti in due categorie.
La prima è quella dei risultati in termini di raccolta differenziata: partivamo da un 36% e siamo arrivati nel pre-covid al 52%. Poi la pandemia ha un po’ sballato i dati che ancora non sono tornati ai livelli pre-pandemici. Ma non è ovviamente l’unica ragione delle difficoltà: il sistema di cassonetti “intelligenti” non è stato ancora completamente implementato. Partivamo dai vecchi cassonetti da 2500 litri in vetroresina, siamo passati a cassonetti ad accesso controllato, a riconoscimento dell’utenza e con sensori volumetrici. Attraverso l’utilizzo di questo sistema siamo convinti di poter applicare in futuro la tariffazione puntuale. Sono stati limitati i volumi a disposizione dell’indifferenziato con l’ampliamento delle altre frazioni. Ovviamente è un’operazione messa in campo in collaborazione con il gestore del servizio, perché noi non siamo i titolari dello stesso, e questo è un ulteriore elemento di complessità.

La seconda categoria che caratterizza i risultati raggiunti è quella del contenimento dell’aspetto tariffario. Tentativo ovviamente messo in forte difficoltà dall’avvento di ARERA che ha rimescolato le carte. Eravamo comunque riusciti a fare investimenti importanti, a riorganizzare il servizio ottenendo una riduzione dal punto di vista tariffario di circa il 5%.

La nostra azione, passata, presente e futura, non potrà prescindere dal lavorare in entrambe le direzioni: aumento della raccolta differenziata, e contenimento dei costi.

Ado oggi, nonostante l’implementazione dei cassonetti a riconoscimento utenza, siamo ancora in regime di tariffa presuntiva, non puntuale, giusto?

Sì, non siamo ancora a tariffa puntuale perché che l’estensione del servizio a riconoscimento utenza non è ancora esteso su tutta la città. Purtroppo il 2020 è un anno perso, sia dal punto di vista di aumento della RD, sia nell’implementazione del nuovo sistema. Il gestore non ha potuto dare seguito a quanto pianificato: ci sarà uno slittamento di un anno completo.
Abbiamo comunque buone sensazioni e contiamo di traguardare al più presto gli obiettivi di legge, pur in un ambito territoriale ancora indietro su questo tema. La strada è comunque intrapresa, sempre nell’ottica di una sostenibilità economica e di evitare aumenti delle tariffe per la cittadinanza.

In precedenza ha fatto riferimento ad un nuovo servizio di ispezione ambientale. Non è però l’unica attività sul tema della lotta agli abbandoni: Arezzo ha implementato un nuovo sistema di controllo ultra tecnologico. Ce lo può descrivere?

Nell’ambito del processo di digitalizzazione del sistema di gestione dei rifiuti (parlavamo prima dei nuovi cassonetti con una serie di sensoristiche che permetteranno un’analisi puntuale della raccolta), abbiamo avviato una collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Informatica e Scienze Matematiche dell’Università di Siena di cui fa parte il Professor Mecocci, esperto a livello nazionale in tema di analisi e processi dell’analisi dell’immagine digitale. Attraverso l’applicazione di algoritmi di intelligenza artificiale basata su reti neurali ha sviluppato un software in grado di riconoscere, attraverso un processo di auto istruzione, i cattivi comportamenti nell’ambito della raccolta dei rifiuti urbani. Nel nostro territorio sono state piazzate due semplicissime telecamere. Il software, analizzando le immagini riprese, è in grado di riconoscere se l’utilizzatore esegue una manovra corretta (quindi se conferisce correttamente nelle varie postazioni) o se abbandona il rifiuto ai piedi della postazione, riconoscendo anche la tipologia del rifiuto. Il sistema è dunque in grado di rilevare questa anomalia, che viene inviata ad un data server e a sua volta inviata dove necessario. In questo momento noi stiamo utilizzando Telegram perché arrivi al telefono dell’ispettore ambientale per eventuali approfondimenti sull’abbandono ed il tentativo di individuare il trasgressore, o dell’operatore che ha il compito di rimuovere i rifiuti abbandonati.
La cosa interessante è l’architettura di rete e della trasmissione del dato: siamo in una città estesa e non è possibile cablare fisicamente. Attraverso un sistema di trasmissione wifi riusciamo a trasmettere le informazioni in tempo reale.

Uno sviluppo tecnologico interessate, senza dubbio, ma si è rivelato anche affidabile?

Il sistema è stato testato per diversi mesi ed ha dato un indice di affidabilità superiore all’85%. Per indice di affidabilità intendiamo la capacità di riconoscere un comportamento non corretto. (S.C.)

Dal 2023 in Germania gli imballaggi riutilizzabili per cibo e bevande saranno lo standard

Dal 2023 i ristoranti, bistrot e caffetterie che offrono bevande e cibo da asporto dovranno attrezzarsi per poter vendere ai clienti i loro prodotti anche in contenitori riutilizzabili e farsi carico del loro recupero. L’obbligo, introdotto recentemente da un emendamento alla legge sugli imballaggi approvato dal Bundestag (il Parlamento federale tedesco), vale anche per le consegne a domicilio.

Questa misura è frutto di una proposta del ministro federale dell’ambiente Svenja Schulze (Spd) che ha dichiarato: “Anche quando la pandemia finirà, il cibo da asporto continuerà ad essere un’abitudine per molti. La maggior parte dei piatti e delle bevande viene servita in imballaggi usa e getta. Se l’usa e getta è ancora la norma il mio obiettivo è rendere il riutilizzabile il nuovo standard. I consumatori dovranno essere messi in grado di acquistare facilmente cibo e bevande da asporto in contenitori riutilizzabili. Stanno già emergendo molte soluzioni praticabili anche in collaborazione con i servizi di consegna. Solo così sarà possibile porre un freno al proliferare degli imballaggi nel settore ‘to-go’ “.

Sì alla cauzione ma il costo dei prodotti non deve cambiare

Questo emendamento che consente a tutti i consumatori di ricevere cibi e bevande da asporto in imballaggi riutilizzabili non deve però comportare un aggravio sul costo, che deve rimanere identico a quello del prodotto venduto in un imballaggio monouso.

I contenitori riutilizzabili, dunque, potranno anche essere consegnati ai clienti a fronte di un   deposito cauzionale che ne faciliti la restituzione al rivenditore. La norma dovrebbe spingere i rivenditori a trovare delle soluzioni riutilizzabili nei formati che meglio si adattano al prodotto da asporto che contengono, siano essi bicchieri, tazze o altre tipologie, con o senza coperchio.

Sono esentati dall’obbligo solo i piccoli punti vendita quali snack bar, negozi aperti fino a tarda notte e chioschi in cui lavorano un massimo di cinque dipendenti e con una superficie di vendita non superiore agli 80 metri quadrati. Tuttavia, tutti gli esercizi dovranno  consentire ai propri clienti di impiegare contenitori riutilizzabili portati da casa.

Con la nuova legge sugli imballaggi (VerpackG), entrata in vigore il 1° gennaio 2019, la Germania vuole aumentare le percentuali di riciclaggio dei materiali che compongono il packaging dei prodotti. I produttori vengono chiamati ad assumersi maggiori responsabilità per quanto concerne il riuso, il riciclo e lo smaltimento dei propri imballaggi.

Berlino amplia il sistema di deposito attuale

Dal 1 ° luglio 2022 la Germania estenderà l’obbligo di partecipazione al sistema di deposito su cauzione in vigore: saranno comprese   anche le categorie di bevande che finora ne erano escluse. Finora, ad esempio, bevande come i succhi di frutta erano escluse dal sistema mentre altre bevande gassate come gli spritz, che contengono percentuali di succhi, erano invece incluse. L’emendamento alla legge attuale pone pertanto fine alle precedenti esenzioni per alcune bevande , sia quando commercializzate in lattine ,che in bottiglie monouso. Per latte e prodotti lattiero-caseari si applicherà invece un periodo di transizione fino al 2024.

“L’espansione del deposito cauzionale a tutte le categorie di bevande facilita la vita ai   consumatori  – ha chiarito la ministra Svenja Schulze – , che in futuro si misureranno con un deposito di 25 centesimi da pagare su tutte le bottiglie e lattine per bevande non ricaricabili, indipendentemente dal contenuto. In questo modo ci garantiamo un minore inquinamento ambientale. Perché le bottiglie o le lattine soggette a un deposito finiscono in natura molto meno spesso di quelle senza deposito”.

Un sistema di deposito, come ha spiegato  la ministra, permette infatti un riciclaggio di alta qualità: le bottiglie di plastica si possono così trasformare più facilmente in nuove bottiglie ad uso alimentare in un processo denominato “bottle to bottle”, che comporta cicli di utilizzo efficaci e senza dispersioni (closed loop).

Al fine di aumentare ulteriormente il riciclaggio delle bottiglie di plastica, le bottiglie per bevande in PET non ricaricabili – come prevede la direttiva SUP,  Single Use Plastics – dovranno essere costituite per almeno il 25% da plastica riciclata a partire dal 2025. Dal 2030 questa quota salirà al 30% e i produttori potranno decidere autonomamente come soddisfare questo requisito. Se quindi immettere nel mercato tutte bottiglie con tale quota minima di contenuto riciclato, oppure decidere di raggiungere gli obiettivi come quota media di contenuto riciclato  contenuto nella loro produzione annuale di bottiglie immesse al mercato. In questo secondo caso, potranno concorrere  alla media sia bottiglie che non hanno percentuali di contenuto riciclato sia bottiglie che ne contengono percentuali sino al 100%.

Nuove regole anche per gli imballaggi importati dall’estero

La norma approvata dal Parlamento federale tedesco contiene anche numerose disposizioni intese a migliorare l’attuazione della legge sugli imballaggi, in particolare per quanto riguarda gli imballaggi importati. In futuro, chi importa beni confezionati in Germania (anche gli operatori del commercio online) dovrà verificare che i produttori dei beni confezionati siano iscritti  al registro degli imballaggi “LUCID”, e che partecipino al Sistema Duale.

Il sistema che si occupa della gestione degli imballaggi in Germania viene chiamato duale perché complementare al sistema di raccolta dei rifiuti ordinari: gli operatori sono società private in concorrenza tra loro che garantiscono un servizio di raccolta differenziata dei rifiuti da imballaggio.

Dopo il via libera del Bundestag (il Parlamento) la nuova normativa deve essere ancora approvata dal Bundesrat (il Consiglio federale). La maggior delle misure entrerà in vigore il prossimo 3 luglio 2021.

Spunti per l’Italia da Germania e Francia

Anche nel nostro Paese, e in particolare a causa della pandemia, si è verificato un aumento nel consumo da imballaggi dovuto al settore da asporto, oltre che al  commercio online.

La legge tedesca sugli imballaggi (VerpackG) offre numerosi spunti che il legislatore italiano dovrebbe prendere in considerazione. In particolare, gli obiettivi di riuso obbligatori per legge che i produttori di bevande devono perseguire ogni anno si sono dimostrati estremamente efficaci. Questa misura ha portato la Germania ad essere il primo Paese in Europa come quota di vuoto a rendere, tra bottiglie ricaricabili in vetro e PET, sull’immesso al consumo di bevande: il 54% al 2019.

Come emerge dal recente studio What we waste i Paesi con sistemi di deposito cauzionali e con una quota di mercato di vuoto a rendere con bottiglie ricaricabili superiore al 25% sono quelli che hanno ottenuto i risultati migliori in termini di minore dispersione degli imballaggi.

Tornando al tema del riuso dei contenitori da asporto, questa proposta può avere un impatto dirompente non solamente per i benefici di ordine ambientale ed economico, ma anche a livello culturale. I cittadini vengono messi in condizione di dare un contributo alla soluzione dei problemi, evitando di alimentarli, potendo abbracciare nella vita di tutti i giorni abitudini di consumo più consone alla crisi climatica e di risorse che stiamo vivendo.

Se aggiungiamo all’implementazione di una legge ispirata a questa tedesca anche la proposta contenuta nel progetto di legge francese “clima e resilienza”i modelli di business basati sul riuso dei contenitori potrebbero subire un deciso cambio di passo e   uscire dal recinto delle sperimentazioni volontarie. Stando alla proposta di legge voluta dal presidente Macron e dalla ministra della Transizione ecologica Barbara Pompilientro il 2030 un quinto dei prodotti in vendita nei supermercati francesi potrebbe essere venduto sfuso in contenitori riutilizzabili.

Oltre le sperimentazioni

Alla politica spetta dare forma e dignità a una delle strategie chiave dei modelli di  economia circolare che è attualmente bloccata da impedimenti di ordine igienico-sanitario (vedasi il caso dei sacchetti ortofrutta riutilizzabili) o relegato a singole sperimentazioni come nel caso dei contenitori da asporto.

Quanto previsto all’art. 7 della legge n. 141/2019 ( intitolato “Misure per l’incentivazione di prodotti sfusi o alla spina”), che ha formalizzato per la prima volta la possibilità per i consumatori di usare i propri contenitori riutilizzabili per l’acquisto di prodotti alimentari, ha aperto la strada a qualche sperimentazione, ma non è sufficiente.

Servono altre specifiche misure di carattere economico e fiscale che possano favorire la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business ispirati al riuso e in particolare al modello “PaaS – Product as a Service” che potrebbero riguardare un’ampia gamma di imballaggi sia primari, quelli che gestiamo noi come cittadini una volta svuotati, che industriali e commerciali. I sistemi riutilizzabili sono il futuro perché convengono sia sotto l’aspetto economico che ambientale.

Fonte: Silvia Ricci per Economia Circolare

GreenPeace: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia

Le scelte a cui sarà chiamato il nostro governo nelle prossime settimane impatteranno profondamente sulla capacità del Paese di accelerare la transizione verso un modello economico circolare che favorisca la riduzione del consumo di risorse naturali e della pressione esercitata dalle attività umane sugli ecosistemi. Cambiare il paradigma della crescita economica è fondamentale per ricondurre lo sviluppo sui binari della sostenibilità ed evitare i peggiori scenari delineati dalla comunità scientifica internazionale. Nel rapporto in oggetto, ci siamo concentrati sulla filiera della plastica, con particolare riguardo agli impatti ambientali legati alla diffusione e dispersione nell’ambiente degli articoli monouso: prodotti su cui l’Italia dovrà a breve intervenire col recepimento della Direttiva 2019/904/UE “sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente” (cd. Direttiva SUP 2 ) entro il prossimo 3 luglio. Non nascondiamo la nostra preoccupazione per un recepimento “al ribasso”, disallineato rispetto ai contenuti della Direttiva e più in generale rispetto al quadro di riferimento europeo sulla transizione in ottica circolare dei modelli prevalenti di produzione e consumo.

La plastica è un materiale straordinario per la sua duttilità, economicità, leggerezza e resistenza il cui abuso, soprattutto in applicazioni monouso, porta con sé uno spreco di risorse non rinnovabili che inquinano, in modo pressoché irreversibile, i nostri mari, il Pianeta e le nostre vite oltre a contribuire in maniera decisiva alla crisi climatica. La sostituzione “tout court” della plastica “fossile” con altri materiali (ivi inclusi i materiali biobased certificati come biodegradabili e compostabili) appare una scelta sbagliata, guidata da esigenze di marketing e inadeguata rispetto alla complessità delle sfide ambientali che abbiamo di fronte. La sostenibilità non è una prerogativa dei materiali, ma del modo in cui vengono utilizzati nel ciclo economico. Insieme al recepimento della Direttiva SUP, anche il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) offre al governo italiano l’occasione concreta per affrontare le sfide ambientali connesse alla diffusione del monouso in plastica, ma più in generale, del monouso.

La direttiva comunitaria sulle plastiche monouso e le azioni intraprese dagli altri paesi europei

Greenpeace nelle scorse settimane ha affidato a un consulente indipendente (Ingegnere Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti ed economia circolare) la redazione del rapporto “Dalla riduzione del monouso in plastica alla riduzione del monouso: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia” volto ad esaminare le prospettive per il recepimento della direttiva comunitaria tenendo presente il quadro normativo europeo, le iniziative intraprese da altri Stati e, infine, analizzare le misure adottate fino ad oggi nel nostro Paese.

L’uso crescente di materie plastiche in applicazioni monouso, il basso tasso di riciclo, la dispersione nell’ambiente e il contributo al cambiamento climatico hanno spinto l’Europa ad intervenire con una serie di misure collocate nel quadro più ampio del Piano d’azione sull’economia circolare e, nello specifico, nell’ambito della Strategia sulla plastica (Plastic Strategy) adottata nel 2018. I vari interventi normativi hanno l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo riutilizzabili o riciclabili “in modo efficace sotto il profilo dei costi” entro il 2030, ponendo particolare attenzione alla prevenzione e alla diffusione di soluzioni basate sul riutilizzo, al fine di ridurre il consumo di risorse naturali, la quantità di rifiuti prodotti e la dispersione degli stessi nell’ambiente. Tali direttrici sono peraltro presenti sia nel Green Deal europeo che nel nuovo Piano d’azione per l’economia circolare presentato a marzo del 2020.

La Direttiva SUP, approvata nel maggio 2019, si pone l’obiettivo di contrastare la dispersione di rifiuti da prodotti in plastica monouso nell’ambiente marino e prevede, in estrema sintesi: 1) la messa al bando di piatti, stoviglie, cannucce, bastoncini cotonati, aste per palloncini, mescolatori per bevande, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso 2) riduzione del consumo di tazze per bevande e alcuni contenitori in plastica monouso per alimenti 3) requisiti di progettazione per i contenitori in plastica o compositi per bevande (i tappi e i coperchi in plastica dovranno essere attaccati ai relativi contenitori e le bottiglie in PET dovranno contenere almeno il 30% di materiale riciclato entro il 2030) 4) istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per alcune tipologie di prodotti in plastica diversi dagli imballaggi (filtri per prodotti a base di tabacco, palloncini, salviette umidificate e attrezzi da pesca) ed estensione della responsabilità finanziaria dei produttori degli imballaggi oggetto della Direttiva (contenitori per alimenti, involucri flessibili, contenitori per bevande, tazze, sacchetti ultraleggeri) anche ai costi necessari per la rimozione dei relativi rifiuti dispersi nell’ambiente e per il successivo trasporto e trattamento 5) obiettivi di raccolta differenziata (90% entro il 2029) per le bottiglie in plastica per bevande con capacità fino a tre litri 6) misure di sensibilizzazione e requisiti di marcatura per alcune tipologie di prodotti (per un elenco dettagliato si rimanda al report completo). Va inoltre evidenziato che la Direttiva SUP include nel suo campo di applicazione i prodotti in plastica monouso biodegradabili e compostabili. La definizione di plastica riportata all’art. 3 comma 1 della Direttiva esclude infatti i soli “polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente”. Le principali plastiche biobased comunemente utilizzate per la realizzazione di articoli in plastica monouso biodegradabili e compostabili derivano da polimeri naturali modificati chimicamente realizzati a partire dalla trasformazione degli zuccheri presenti nel mais, barbabietola, canna da zucchero e altri materiali naturali e sono pertanto inclusi nel perimetro di applicazione della Direttiva.

Il recepimento della SUP in Italia

L’approccio adottato dalle norme vigenti in Italia per contrastare la plastica monouso risulta privo di una visione sistemica e fortemente sbilanciato a favore di una sostituzione tout court con alternative monouso in plastica compostabile. La maggior parte delle misure adottate a livello nazionale, infatti, ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso in plastica tradizionale con gli equivalenti in bioplastica compostabile, anche in quei contesti dove sarebbe stato possibile e necessario adottare misure volte a ridurre l’utilizzo del monouso (a prescindere dal materiale utilizzato) e promuovere sistemi e modelli di business basati su prodotti riutilizzabili. Riguardo il recepimento della Direttiva SUP, va inoltre rilevato che il testo approvato in seconda lettura alla Camera (il 31 marzo 2021) del Disegno di legge di delegazione europea 2019-2020 3 , dispone, contrariamente a quanto previsto dall’Europa, che l’immissione sul mercato dei prodotti in plastica monouso di cui alla parte B dell’allegato alla Direttiva, ovvero i prodotti soggetti a restrizioni all’immissione sul mercato, dovrà essere consentita “qualora per tali prodotti non siano disponibili alternative non monouso, e purché tali prodotti siano realizzati in plastica biodegradabile e compostabile”. Tuttavia, le restrizioni previste dall’Europa riguardano sia i prodotti in plastica fossile che in plastiche biodegradabili e compostabili e non demandano ai singoli Stati membri la discrezionalità di valutare l’esistenza (o meno) di alternative (valutazione peraltro già condotta a livello europeo e propedeutica alla redazione della proposta di Direttiva) Pertanto il recepimento nazionale, se approvato nella forma attuale, sarebbe in netto contrasto con la direttiva comunitaria.

Come si stanno muovendo altri paesi europei?

Molti Paesi europei stanno intervenendo per ridurre i rifiuti alla fonte, sostituendo il monouso in plastica con alternative riutilizzabili.

La Francia, ad esempio, punta ad eliminare tutti gli imballaggi in plastica monouso presenti sul mercato nazionale entro il 2040. Un obiettivo da conseguire in maniera progressiva con la fissazione (per decreto) di obiettivi vincolanti di riduzione, riutilizzo e riciclo. Parallelamente, sono stati introdotti target di riutilizzo complessivi per tutte le tipologie di imballaggi commercializzati nel paese pari al 5% entro il 2023 ed al 10% al 2027. Dal 1° gennaio 2020 è proibito mettere a disposizione tazze, bicchieri e piatti usa e getta in plastica per il consumo sul posto negli esercizi di somministrazione e, a partire dal 1° gennaio 2023, tale divieto sarà esteso a tutte le opzioni monouso (non solo a quelle in plastica), con l’obbligo di utilizzo di opzioni riutilizzabili. Misure specifiche vengono previste anche per le bottiglie in PET per liquidi alimentari. Dal 1° gennaio 2022 gli edifici pubblici saranno tenuti ad avere almeno una fonte di acqua potabile collegata alla rete accessibile al pubblico e anche le attività di ristorazione e i locali di somministrazione di bevande daranno ai consumatori la possibilità di richiedere acqua potabile gratuita. Tali misure sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo di riduzione del numero di bottiglie in plastica monouso per bevande immesse sul mercato francese del 50% entro il 2030. L’Irlanda punta a rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili o riciclabili entro il 2030, con interventi mirati anche sull’overpackaging, sulla progettazione e riduzione della loro complessità, oltre all’introduzione di un sistema di deposito su cauzione (DRS) per i contenitori per le bevande. La strategia irlandese estende il divieto di vendita ad alcuni oggetti non vietati dalla SUP: salviette umidificate, articoli da bagno in plastica monouso per hotel, articoli in plastica monouso utilizzati per il confezionamento di zucchero e condimenti (es. olio, salse). La Germania invece sta lavorando su misure volte ad introdurre l’obbligo (da gennaio 2023) di mettere a disposizione dei clienti contenitori riutilizzabili per il consumo di alimenti e bevande sia sul posto che da asporto in caffetterie e ristoranti. L’Olanda vuole ridurre ulteriormente il consumo di prodotti monouso in plastica previsto dalla SUP introducendo divieti di fornire gratuitamente prodotti usa e getta al cliente e obbligando a mettere a disposizione alternative riutilizzabili. L’Austria vuole introdurre il vuoto a rendere per le bottiglie, con percentuali vincolanti per l’uso di contenitori riutilizzabili, introducendo anche il deposito su cauzione e la plastic tax.

Raccomandazioni per l’Italia

Il recepimento della SUP e il PNRR sono delle concrete possibilità per ridisegnare un futuro sostenibile per il nostro Paese. Il parlamento e il governo Draghi possono scegliere di replicare quanto di buono già messo in atto da altri Paesi e adottare misure che favoriscano la diffusione dei modelli basati su prevenzione riuso, riducendo al minimo il monouso e i rifiuti che ne derivano. Le nostre raccomandazioni, dettagliate nel capitolo 8 del rapporto, mirano ad aumentare il “livello di ambizione” del nostro Paese in fase di recepimento della Direttiva SUP e, più in generale, intendono fornire un contributo ai fini della definizione delle politiche nazionali volte a ridurre la produzione di rifiuti e il consumo di risorse naturali legato alla diffusione dei prodotti monouso. Le misure proposte spaziano dall’introduzione di target vincolanti di riduzione e riuso per gli imballaggi e gli articoli monouso, alla definizione di incentivi economici volti a promuovere la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business basati sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili e della vendita di prodotti sfusi, fino all’introduzione di misure di carattere regolamentare che garantiscano il progressivo abbandono dell’usa e getta nella somministrazione di alimenti e bevande sia per il consumo sul posto che da asporto.

Certo è che se l’impostazione data finora dal parlamento italiano al recepimento della SUP dovesse essere confermata, sembra difficile che tale recepimento sia accettabile dagli organi comunitari competenti. Greenpeace è pronta a fare la sua parte negli interessi del mare, del Pianeta e della collettività.

Leggi rapporto completo

Basta confezioni di plastica, un quinto degli scaffali dei supermercati francesi sarà per prodotti sfusi

In arrivo una rivoluzione verde nei supermercati francesi. Tutti i punti vendita dovranno dedicare un quinto dei loro scaffali a prodotti sfusi e alle “spine” per la ricarica. La misura mira a ridurre imballaggi e rifiuti di plastica e a incoraggiare i clienti a riempire i propri carrelli con prodotti mettendoli nei propri contenitori. La Francia sarebbe tra i primi Paesi a rendere la questione materia di legge.

Tuttavia, il nuovo provvedimento sta incontrando resistenza da parte dei rivenditori, i quali sono convinti che non farà altro che generare disordine. Inoltre, i produttori temono che in questo modo si arriverà alla fine delle campagne di marketing basate su marchi. Ma nonostante le opinioni controverse, alcuni commercianti, tra cui la catena di supermercati Franprix, hanno già installato postazioni per “prodotti alla spina”. In particolare, per alimenti come arachidi, riso, caffè e lenticchie.

Anche i produttori di prodotti di bellezza hanno criticato la legislazione, che al momento sta passando attraverso il Parlamento. “Non possiamo vendere creme per il viso come se fossero lenticchie”, ha dichiarato Patrick O’Quin, presidente della Federazione delle Società di Bellezza. Inoltre, in media, il nome e il logo delle marche di cosmetici coprono il 70 per cento della superficie dei loro contenitori, mentre nelle postazioni di ricarica coprono il 5 per cento. Questo preoccupa i dirigenti di marketing, che saranno costretti a rivedere le loro tattiche di promozione.

La Francia nel 2017, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, ha prodotto 3,5 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, 2,1 milioni di questi erano imballaggi. Mentre la Gran Bretagna, in quello stesso anno, ne produsse 2,2 milioni di tonnellate. Per questo, come spiega il Times, il Presidente Macron vuole far diventare la pratica dell’acquisto di prodotti sfusi un obbligo legale. La mossa arriva dopo l’istituzione di una Convenzione dei cittadini per il clima, composta da 150 persone. Il gruppo non solo ha chiesto misure per combattere il riscaldamento globale, ma anche che il 50 per cento dei prodotti dei supermercati sia venduto senza imballaggio entro il 2030. Attualmente solamente l’1 per cento della merce è venduta alla spina. Macron ha fissato la cifra al 20 per cento

Secondo il giornalista Olivier Dauvers “se i consumatori dovranno servirsi da soli la pasta sarà il caos.” Invece, Steve Hynd, policy manager di City to Sea, con sede nel Regno Unito, ha detto che molti negozi in Europa hanno già postazioni di ricarica autonoma e “non ci sono prove che dimostrino che questo tipo di vendita causi caos”. Hynd ha anche aggiunto che questo cambiamento “sta per accadere, è inevitabile. Più rivenditori resisteranno, più si troveranno dietro l’innovazione.”“

Fonte: Agrifoodtoday

Come il Coronavirus ha cambiato la produzione dei rifiuti solidi urbani

Il 22 marzo Eco dalle Città ha fatto il punto sulla raccolta differenziata nelle città nel corso del 2020, anno della pandemia. Sono intervenuti: Alberto Confalonieri (Consorzio Italiano Compostatori); Agata Fortunato (Oss. rifiuti Città Metropolitana di Torino); Luca Mariotto (Utilitalia); Carlo Montalbetti (Comieco); Pinuccia Montanari (Ecoistituto RE.GE); Raphael Rossi (AAMPS Livorno) – sintesi a cura di Irene Chiambretto

fonte Eco dalle Città