Arezzo: un occhio elettronico contro l’abbandono dei rifiuti

Città della Toscana orientale, poco meno di 100.000 abitanti, sede della più antica università della Toscana (e una delle prime in Europa), Arezzo è terra di avanguardia anche nel controllo degli abbandoni dei rifiuti, usando come nessuno ha ancora fatto la tecnologia.
Telecamere e software di analisi delle immagini, social network, la tecnologia ad Arezzo è a servizio dell’Amministrazione per individuare i comportamenti scorretti.
Ne parliamo con l’Assessore all’Ambiente, Marco Sacchetti.

Assessore Buongiorno. Facciamo un riassunto della situazione di Arezzo. Quali sono le modalità di raccolta?

L’amministrazione Ghinelli, di cui sono l’assessore all’Ambiente con delega alla gestione dei rifiuti, è oggi al secondo mandato ed è in carica da sei anni. Dal 2018 abbiamo iniziato una riorganizzazione del sistema di raccolta rifiuti, che, quando ci siamo insediati, abbiamo trovato un po’ in difficoltà anche a causa di scelte “ereditate” dal passato. Nel 2014 il territorio della Toscana del Sud di cui facciamo parte è passato ad un sistema caratterizzato da un gestore unico, passando da una struttura locale o provinciale ad una di ambito. Ciò ha prodotto una serie di problematiche per l’attivazione del servizio, dovute, fra l’altro, alla dimensione ed alla complessità del territorio unito sotto un unico gestore.
Abbiamo dunque dovuto riprogettare un po’ il servizio. Oggi abbiamo una modalità di raccolta mista, che cerca di dare le risposte più corrette alle esigenze diverse delle varie zone della città e alle caratteristiche del territorio. Per la parte storica della città è prevista una raccolta una raccolta di prossimità mista: stradale di prossimità per indifferenziato ed organico; porta a porta sul multimateriale pesante (plastica, metalli e vetro) e sulla carta. Per la periferia della città abbiamo riorganizzato la raccolta stradale rendendola più moderna con cassonetti a riconoscimento utenza ed abbiamo affiancato un sistema a chiamata per le attività commerciali. Per le case sparse c’è invece una raccolta porta a porta. In più nel 2018 abbiamo attivato un servizio di ispezione ambientale, che ci ha permesso di ottenere risultati importanti sul tema degli abbandoni e dei conferimenti errati.

Un sistema estremamente articolato. Quali sono i risultati raggiunti?

Dobbiamo dividere i risultati raggiunti in due categorie.
La prima è quella dei risultati in termini di raccolta differenziata: partivamo da un 36% e siamo arrivati nel pre-covid al 52%. Poi la pandemia ha un po’ sballato i dati che ancora non sono tornati ai livelli pre-pandemici. Ma non è ovviamente l’unica ragione delle difficoltà: il sistema di cassonetti “intelligenti” non è stato ancora completamente implementato. Partivamo dai vecchi cassonetti da 2500 litri in vetroresina, siamo passati a cassonetti ad accesso controllato, a riconoscimento dell’utenza e con sensori volumetrici. Attraverso l’utilizzo di questo sistema siamo convinti di poter applicare in futuro la tariffazione puntuale. Sono stati limitati i volumi a disposizione dell’indifferenziato con l’ampliamento delle altre frazioni. Ovviamente è un’operazione messa in campo in collaborazione con il gestore del servizio, perché noi non siamo i titolari dello stesso, e questo è un ulteriore elemento di complessità.

La seconda categoria che caratterizza i risultati raggiunti è quella del contenimento dell’aspetto tariffario. Tentativo ovviamente messo in forte difficoltà dall’avvento di ARERA che ha rimescolato le carte. Eravamo comunque riusciti a fare investimenti importanti, a riorganizzare il servizio ottenendo una riduzione dal punto di vista tariffario di circa il 5%.

La nostra azione, passata, presente e futura, non potrà prescindere dal lavorare in entrambe le direzioni: aumento della raccolta differenziata, e contenimento dei costi.

Ado oggi, nonostante l’implementazione dei cassonetti a riconoscimento utenza, siamo ancora in regime di tariffa presuntiva, non puntuale, giusto?

Sì, non siamo ancora a tariffa puntuale perché che l’estensione del servizio a riconoscimento utenza non è ancora esteso su tutta la città. Purtroppo il 2020 è un anno perso, sia dal punto di vista di aumento della RD, sia nell’implementazione del nuovo sistema. Il gestore non ha potuto dare seguito a quanto pianificato: ci sarà uno slittamento di un anno completo.
Abbiamo comunque buone sensazioni e contiamo di traguardare al più presto gli obiettivi di legge, pur in un ambito territoriale ancora indietro su questo tema. La strada è comunque intrapresa, sempre nell’ottica di una sostenibilità economica e di evitare aumenti delle tariffe per la cittadinanza.

In precedenza ha fatto riferimento ad un nuovo servizio di ispezione ambientale. Non è però l’unica attività sul tema della lotta agli abbandoni: Arezzo ha implementato un nuovo sistema di controllo ultra tecnologico. Ce lo può descrivere?

Nell’ambito del processo di digitalizzazione del sistema di gestione dei rifiuti (parlavamo prima dei nuovi cassonetti con una serie di sensoristiche che permetteranno un’analisi puntuale della raccolta), abbiamo avviato una collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Informatica e Scienze Matematiche dell’Università di Siena di cui fa parte il Professor Mecocci, esperto a livello nazionale in tema di analisi e processi dell’analisi dell’immagine digitale. Attraverso l’applicazione di algoritmi di intelligenza artificiale basata su reti neurali ha sviluppato un software in grado di riconoscere, attraverso un processo di auto istruzione, i cattivi comportamenti nell’ambito della raccolta dei rifiuti urbani. Nel nostro territorio sono state piazzate due semplicissime telecamere. Il software, analizzando le immagini riprese, è in grado di riconoscere se l’utilizzatore esegue una manovra corretta (quindi se conferisce correttamente nelle varie postazioni) o se abbandona il rifiuto ai piedi della postazione, riconoscendo anche la tipologia del rifiuto. Il sistema è dunque in grado di rilevare questa anomalia, che viene inviata ad un data server e a sua volta inviata dove necessario. In questo momento noi stiamo utilizzando Telegram perché arrivi al telefono dell’ispettore ambientale per eventuali approfondimenti sull’abbandono ed il tentativo di individuare il trasgressore, o dell’operatore che ha il compito di rimuovere i rifiuti abbandonati.
La cosa interessante è l’architettura di rete e della trasmissione del dato: siamo in una città estesa e non è possibile cablare fisicamente. Attraverso un sistema di trasmissione wifi riusciamo a trasmettere le informazioni in tempo reale.

Uno sviluppo tecnologico interessate, senza dubbio, ma si è rivelato anche affidabile?

Il sistema è stato testato per diversi mesi ed ha dato un indice di affidabilità superiore all’85%. Per indice di affidabilità intendiamo la capacità di riconoscere un comportamento non corretto. (S.C.)

Dal 2023 in Germania gli imballaggi riutilizzabili per cibo e bevande saranno lo standard

Dal 2023 i ristoranti, bistrot e caffetterie che offrono bevande e cibo da asporto dovranno attrezzarsi per poter vendere ai clienti i loro prodotti anche in contenitori riutilizzabili e farsi carico del loro recupero. L’obbligo, introdotto recentemente da un emendamento alla legge sugli imballaggi approvato dal Bundestag (il Parlamento federale tedesco), vale anche per le consegne a domicilio.

Questa misura è frutto di una proposta del ministro federale dell’ambiente Svenja Schulze (Spd) che ha dichiarato: “Anche quando la pandemia finirà, il cibo da asporto continuerà ad essere un’abitudine per molti. La maggior parte dei piatti e delle bevande viene servita in imballaggi usa e getta. Se l’usa e getta è ancora la norma il mio obiettivo è rendere il riutilizzabile il nuovo standard. I consumatori dovranno essere messi in grado di acquistare facilmente cibo e bevande da asporto in contenitori riutilizzabili. Stanno già emergendo molte soluzioni praticabili anche in collaborazione con i servizi di consegna. Solo così sarà possibile porre un freno al proliferare degli imballaggi nel settore ‘to-go’ “.

Sì alla cauzione ma il costo dei prodotti non deve cambiare

Questo emendamento che consente a tutti i consumatori di ricevere cibi e bevande da asporto in imballaggi riutilizzabili non deve però comportare un aggravio sul costo, che deve rimanere identico a quello del prodotto venduto in un imballaggio monouso.

I contenitori riutilizzabili, dunque, potranno anche essere consegnati ai clienti a fronte di un   deposito cauzionale che ne faciliti la restituzione al rivenditore. La norma dovrebbe spingere i rivenditori a trovare delle soluzioni riutilizzabili nei formati che meglio si adattano al prodotto da asporto che contengono, siano essi bicchieri, tazze o altre tipologie, con o senza coperchio.

Sono esentati dall’obbligo solo i piccoli punti vendita quali snack bar, negozi aperti fino a tarda notte e chioschi in cui lavorano un massimo di cinque dipendenti e con una superficie di vendita non superiore agli 80 metri quadrati. Tuttavia, tutti gli esercizi dovranno  consentire ai propri clienti di impiegare contenitori riutilizzabili portati da casa.

Con la nuova legge sugli imballaggi (VerpackG), entrata in vigore il 1° gennaio 2019, la Germania vuole aumentare le percentuali di riciclaggio dei materiali che compongono il packaging dei prodotti. I produttori vengono chiamati ad assumersi maggiori responsabilità per quanto concerne il riuso, il riciclo e lo smaltimento dei propri imballaggi.

Berlino amplia il sistema di deposito attuale

Dal 1 ° luglio 2022 la Germania estenderà l’obbligo di partecipazione al sistema di deposito su cauzione in vigore: saranno comprese   anche le categorie di bevande che finora ne erano escluse. Finora, ad esempio, bevande come i succhi di frutta erano escluse dal sistema mentre altre bevande gassate come gli spritz, che contengono percentuali di succhi, erano invece incluse. L’emendamento alla legge attuale pone pertanto fine alle precedenti esenzioni per alcune bevande , sia quando commercializzate in lattine ,che in bottiglie monouso. Per latte e prodotti lattiero-caseari si applicherà invece un periodo di transizione fino al 2024.

“L’espansione del deposito cauzionale a tutte le categorie di bevande facilita la vita ai   consumatori  – ha chiarito la ministra Svenja Schulze – , che in futuro si misureranno con un deposito di 25 centesimi da pagare su tutte le bottiglie e lattine per bevande non ricaricabili, indipendentemente dal contenuto. In questo modo ci garantiamo un minore inquinamento ambientale. Perché le bottiglie o le lattine soggette a un deposito finiscono in natura molto meno spesso di quelle senza deposito”.

Un sistema di deposito, come ha spiegato  la ministra, permette infatti un riciclaggio di alta qualità: le bottiglie di plastica si possono così trasformare più facilmente in nuove bottiglie ad uso alimentare in un processo denominato “bottle to bottle”, che comporta cicli di utilizzo efficaci e senza dispersioni (closed loop).

Al fine di aumentare ulteriormente il riciclaggio delle bottiglie di plastica, le bottiglie per bevande in PET non ricaricabili – come prevede la direttiva SUP,  Single Use Plastics – dovranno essere costituite per almeno il 25% da plastica riciclata a partire dal 2025. Dal 2030 questa quota salirà al 30% e i produttori potranno decidere autonomamente come soddisfare questo requisito. Se quindi immettere nel mercato tutte bottiglie con tale quota minima di contenuto riciclato, oppure decidere di raggiungere gli obiettivi come quota media di contenuto riciclato  contenuto nella loro produzione annuale di bottiglie immesse al mercato. In questo secondo caso, potranno concorrere  alla media sia bottiglie che non hanno percentuali di contenuto riciclato sia bottiglie che ne contengono percentuali sino al 100%.

Nuove regole anche per gli imballaggi importati dall’estero

La norma approvata dal Parlamento federale tedesco contiene anche numerose disposizioni intese a migliorare l’attuazione della legge sugli imballaggi, in particolare per quanto riguarda gli imballaggi importati. In futuro, chi importa beni confezionati in Germania (anche gli operatori del commercio online) dovrà verificare che i produttori dei beni confezionati siano iscritti  al registro degli imballaggi “LUCID”, e che partecipino al Sistema Duale.

Il sistema che si occupa della gestione degli imballaggi in Germania viene chiamato duale perché complementare al sistema di raccolta dei rifiuti ordinari: gli operatori sono società private in concorrenza tra loro che garantiscono un servizio di raccolta differenziata dei rifiuti da imballaggio.

Dopo il via libera del Bundestag (il Parlamento) la nuova normativa deve essere ancora approvata dal Bundesrat (il Consiglio federale). La maggior delle misure entrerà in vigore il prossimo 3 luglio 2021.

Spunti per l’Italia da Germania e Francia

Anche nel nostro Paese, e in particolare a causa della pandemia, si è verificato un aumento nel consumo da imballaggi dovuto al settore da asporto, oltre che al  commercio online.

La legge tedesca sugli imballaggi (VerpackG) offre numerosi spunti che il legislatore italiano dovrebbe prendere in considerazione. In particolare, gli obiettivi di riuso obbligatori per legge che i produttori di bevande devono perseguire ogni anno si sono dimostrati estremamente efficaci. Questa misura ha portato la Germania ad essere il primo Paese in Europa come quota di vuoto a rendere, tra bottiglie ricaricabili in vetro e PET, sull’immesso al consumo di bevande: il 54% al 2019.

Come emerge dal recente studio What we waste i Paesi con sistemi di deposito cauzionali e con una quota di mercato di vuoto a rendere con bottiglie ricaricabili superiore al 25% sono quelli che hanno ottenuto i risultati migliori in termini di minore dispersione degli imballaggi.

Tornando al tema del riuso dei contenitori da asporto, questa proposta può avere un impatto dirompente non solamente per i benefici di ordine ambientale ed economico, ma anche a livello culturale. I cittadini vengono messi in condizione di dare un contributo alla soluzione dei problemi, evitando di alimentarli, potendo abbracciare nella vita di tutti i giorni abitudini di consumo più consone alla crisi climatica e di risorse che stiamo vivendo.

Se aggiungiamo all’implementazione di una legge ispirata a questa tedesca anche la proposta contenuta nel progetto di legge francese “clima e resilienza”i modelli di business basati sul riuso dei contenitori potrebbero subire un deciso cambio di passo e   uscire dal recinto delle sperimentazioni volontarie. Stando alla proposta di legge voluta dal presidente Macron e dalla ministra della Transizione ecologica Barbara Pompilientro il 2030 un quinto dei prodotti in vendita nei supermercati francesi potrebbe essere venduto sfuso in contenitori riutilizzabili.

Oltre le sperimentazioni

Alla politica spetta dare forma e dignità a una delle strategie chiave dei modelli di  economia circolare che è attualmente bloccata da impedimenti di ordine igienico-sanitario (vedasi il caso dei sacchetti ortofrutta riutilizzabili) o relegato a singole sperimentazioni come nel caso dei contenitori da asporto.

Quanto previsto all’art. 7 della legge n. 141/2019 ( intitolato “Misure per l’incentivazione di prodotti sfusi o alla spina”), che ha formalizzato per la prima volta la possibilità per i consumatori di usare i propri contenitori riutilizzabili per l’acquisto di prodotti alimentari, ha aperto la strada a qualche sperimentazione, ma non è sufficiente.

Servono altre specifiche misure di carattere economico e fiscale che possano favorire la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business ispirati al riuso e in particolare al modello “PaaS – Product as a Service” che potrebbero riguardare un’ampia gamma di imballaggi sia primari, quelli che gestiamo noi come cittadini una volta svuotati, che industriali e commerciali. I sistemi riutilizzabili sono il futuro perché convengono sia sotto l’aspetto economico che ambientale.

Fonte: Silvia Ricci per Economia Circolare

GreenPeace: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia

Le scelte a cui sarà chiamato il nostro governo nelle prossime settimane impatteranno profondamente sulla capacità del Paese di accelerare la transizione verso un modello economico circolare che favorisca la riduzione del consumo di risorse naturali e della pressione esercitata dalle attività umane sugli ecosistemi. Cambiare il paradigma della crescita economica è fondamentale per ricondurre lo sviluppo sui binari della sostenibilità ed evitare i peggiori scenari delineati dalla comunità scientifica internazionale. Nel rapporto in oggetto, ci siamo concentrati sulla filiera della plastica, con particolare riguardo agli impatti ambientali legati alla diffusione e dispersione nell’ambiente degli articoli monouso: prodotti su cui l’Italia dovrà a breve intervenire col recepimento della Direttiva 2019/904/UE “sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente” (cd. Direttiva SUP 2 ) entro il prossimo 3 luglio. Non nascondiamo la nostra preoccupazione per un recepimento “al ribasso”, disallineato rispetto ai contenuti della Direttiva e più in generale rispetto al quadro di riferimento europeo sulla transizione in ottica circolare dei modelli prevalenti di produzione e consumo.

La plastica è un materiale straordinario per la sua duttilità, economicità, leggerezza e resistenza il cui abuso, soprattutto in applicazioni monouso, porta con sé uno spreco di risorse non rinnovabili che inquinano, in modo pressoché irreversibile, i nostri mari, il Pianeta e le nostre vite oltre a contribuire in maniera decisiva alla crisi climatica. La sostituzione “tout court” della plastica “fossile” con altri materiali (ivi inclusi i materiali biobased certificati come biodegradabili e compostabili) appare una scelta sbagliata, guidata da esigenze di marketing e inadeguata rispetto alla complessità delle sfide ambientali che abbiamo di fronte. La sostenibilità non è una prerogativa dei materiali, ma del modo in cui vengono utilizzati nel ciclo economico. Insieme al recepimento della Direttiva SUP, anche il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) offre al governo italiano l’occasione concreta per affrontare le sfide ambientali connesse alla diffusione del monouso in plastica, ma più in generale, del monouso.

La direttiva comunitaria sulle plastiche monouso e le azioni intraprese dagli altri paesi europei

Greenpeace nelle scorse settimane ha affidato a un consulente indipendente (Ingegnere Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti ed economia circolare) la redazione del rapporto “Dalla riduzione del monouso in plastica alla riduzione del monouso: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia” volto ad esaminare le prospettive per il recepimento della direttiva comunitaria tenendo presente il quadro normativo europeo, le iniziative intraprese da altri Stati e, infine, analizzare le misure adottate fino ad oggi nel nostro Paese.

L’uso crescente di materie plastiche in applicazioni monouso, il basso tasso di riciclo, la dispersione nell’ambiente e il contributo al cambiamento climatico hanno spinto l’Europa ad intervenire con una serie di misure collocate nel quadro più ampio del Piano d’azione sull’economia circolare e, nello specifico, nell’ambito della Strategia sulla plastica (Plastic Strategy) adottata nel 2018. I vari interventi normativi hanno l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo riutilizzabili o riciclabili “in modo efficace sotto il profilo dei costi” entro il 2030, ponendo particolare attenzione alla prevenzione e alla diffusione di soluzioni basate sul riutilizzo, al fine di ridurre il consumo di risorse naturali, la quantità di rifiuti prodotti e la dispersione degli stessi nell’ambiente. Tali direttrici sono peraltro presenti sia nel Green Deal europeo che nel nuovo Piano d’azione per l’economia circolare presentato a marzo del 2020.

La Direttiva SUP, approvata nel maggio 2019, si pone l’obiettivo di contrastare la dispersione di rifiuti da prodotti in plastica monouso nell’ambiente marino e prevede, in estrema sintesi: 1) la messa al bando di piatti, stoviglie, cannucce, bastoncini cotonati, aste per palloncini, mescolatori per bevande, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso 2) riduzione del consumo di tazze per bevande e alcuni contenitori in plastica monouso per alimenti 3) requisiti di progettazione per i contenitori in plastica o compositi per bevande (i tappi e i coperchi in plastica dovranno essere attaccati ai relativi contenitori e le bottiglie in PET dovranno contenere almeno il 30% di materiale riciclato entro il 2030) 4) istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per alcune tipologie di prodotti in plastica diversi dagli imballaggi (filtri per prodotti a base di tabacco, palloncini, salviette umidificate e attrezzi da pesca) ed estensione della responsabilità finanziaria dei produttori degli imballaggi oggetto della Direttiva (contenitori per alimenti, involucri flessibili, contenitori per bevande, tazze, sacchetti ultraleggeri) anche ai costi necessari per la rimozione dei relativi rifiuti dispersi nell’ambiente e per il successivo trasporto e trattamento 5) obiettivi di raccolta differenziata (90% entro il 2029) per le bottiglie in plastica per bevande con capacità fino a tre litri 6) misure di sensibilizzazione e requisiti di marcatura per alcune tipologie di prodotti (per un elenco dettagliato si rimanda al report completo). Va inoltre evidenziato che la Direttiva SUP include nel suo campo di applicazione i prodotti in plastica monouso biodegradabili e compostabili. La definizione di plastica riportata all’art. 3 comma 1 della Direttiva esclude infatti i soli “polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente”. Le principali plastiche biobased comunemente utilizzate per la realizzazione di articoli in plastica monouso biodegradabili e compostabili derivano da polimeri naturali modificati chimicamente realizzati a partire dalla trasformazione degli zuccheri presenti nel mais, barbabietola, canna da zucchero e altri materiali naturali e sono pertanto inclusi nel perimetro di applicazione della Direttiva.

Il recepimento della SUP in Italia

L’approccio adottato dalle norme vigenti in Italia per contrastare la plastica monouso risulta privo di una visione sistemica e fortemente sbilanciato a favore di una sostituzione tout court con alternative monouso in plastica compostabile. La maggior parte delle misure adottate a livello nazionale, infatti, ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso in plastica tradizionale con gli equivalenti in bioplastica compostabile, anche in quei contesti dove sarebbe stato possibile e necessario adottare misure volte a ridurre l’utilizzo del monouso (a prescindere dal materiale utilizzato) e promuovere sistemi e modelli di business basati su prodotti riutilizzabili. Riguardo il recepimento della Direttiva SUP, va inoltre rilevato che il testo approvato in seconda lettura alla Camera (il 31 marzo 2021) del Disegno di legge di delegazione europea 2019-2020 3 , dispone, contrariamente a quanto previsto dall’Europa, che l’immissione sul mercato dei prodotti in plastica monouso di cui alla parte B dell’allegato alla Direttiva, ovvero i prodotti soggetti a restrizioni all’immissione sul mercato, dovrà essere consentita “qualora per tali prodotti non siano disponibili alternative non monouso, e purché tali prodotti siano realizzati in plastica biodegradabile e compostabile”. Tuttavia, le restrizioni previste dall’Europa riguardano sia i prodotti in plastica fossile che in plastiche biodegradabili e compostabili e non demandano ai singoli Stati membri la discrezionalità di valutare l’esistenza (o meno) di alternative (valutazione peraltro già condotta a livello europeo e propedeutica alla redazione della proposta di Direttiva) Pertanto il recepimento nazionale, se approvato nella forma attuale, sarebbe in netto contrasto con la direttiva comunitaria.

Come si stanno muovendo altri paesi europei?

Molti Paesi europei stanno intervenendo per ridurre i rifiuti alla fonte, sostituendo il monouso in plastica con alternative riutilizzabili.

La Francia, ad esempio, punta ad eliminare tutti gli imballaggi in plastica monouso presenti sul mercato nazionale entro il 2040. Un obiettivo da conseguire in maniera progressiva con la fissazione (per decreto) di obiettivi vincolanti di riduzione, riutilizzo e riciclo. Parallelamente, sono stati introdotti target di riutilizzo complessivi per tutte le tipologie di imballaggi commercializzati nel paese pari al 5% entro il 2023 ed al 10% al 2027. Dal 1° gennaio 2020 è proibito mettere a disposizione tazze, bicchieri e piatti usa e getta in plastica per il consumo sul posto negli esercizi di somministrazione e, a partire dal 1° gennaio 2023, tale divieto sarà esteso a tutte le opzioni monouso (non solo a quelle in plastica), con l’obbligo di utilizzo di opzioni riutilizzabili. Misure specifiche vengono previste anche per le bottiglie in PET per liquidi alimentari. Dal 1° gennaio 2022 gli edifici pubblici saranno tenuti ad avere almeno una fonte di acqua potabile collegata alla rete accessibile al pubblico e anche le attività di ristorazione e i locali di somministrazione di bevande daranno ai consumatori la possibilità di richiedere acqua potabile gratuita. Tali misure sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo di riduzione del numero di bottiglie in plastica monouso per bevande immesse sul mercato francese del 50% entro il 2030. L’Irlanda punta a rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili o riciclabili entro il 2030, con interventi mirati anche sull’overpackaging, sulla progettazione e riduzione della loro complessità, oltre all’introduzione di un sistema di deposito su cauzione (DRS) per i contenitori per le bevande. La strategia irlandese estende il divieto di vendita ad alcuni oggetti non vietati dalla SUP: salviette umidificate, articoli da bagno in plastica monouso per hotel, articoli in plastica monouso utilizzati per il confezionamento di zucchero e condimenti (es. olio, salse). La Germania invece sta lavorando su misure volte ad introdurre l’obbligo (da gennaio 2023) di mettere a disposizione dei clienti contenitori riutilizzabili per il consumo di alimenti e bevande sia sul posto che da asporto in caffetterie e ristoranti. L’Olanda vuole ridurre ulteriormente il consumo di prodotti monouso in plastica previsto dalla SUP introducendo divieti di fornire gratuitamente prodotti usa e getta al cliente e obbligando a mettere a disposizione alternative riutilizzabili. L’Austria vuole introdurre il vuoto a rendere per le bottiglie, con percentuali vincolanti per l’uso di contenitori riutilizzabili, introducendo anche il deposito su cauzione e la plastic tax.

Raccomandazioni per l’Italia

Il recepimento della SUP e il PNRR sono delle concrete possibilità per ridisegnare un futuro sostenibile per il nostro Paese. Il parlamento e il governo Draghi possono scegliere di replicare quanto di buono già messo in atto da altri Paesi e adottare misure che favoriscano la diffusione dei modelli basati su prevenzione riuso, riducendo al minimo il monouso e i rifiuti che ne derivano. Le nostre raccomandazioni, dettagliate nel capitolo 8 del rapporto, mirano ad aumentare il “livello di ambizione” del nostro Paese in fase di recepimento della Direttiva SUP e, più in generale, intendono fornire un contributo ai fini della definizione delle politiche nazionali volte a ridurre la produzione di rifiuti e il consumo di risorse naturali legato alla diffusione dei prodotti monouso. Le misure proposte spaziano dall’introduzione di target vincolanti di riduzione e riuso per gli imballaggi e gli articoli monouso, alla definizione di incentivi economici volti a promuovere la nascita e il consolidamento di nuovi modelli di business basati sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili e della vendita di prodotti sfusi, fino all’introduzione di misure di carattere regolamentare che garantiscano il progressivo abbandono dell’usa e getta nella somministrazione di alimenti e bevande sia per il consumo sul posto che da asporto.

Certo è che se l’impostazione data finora dal parlamento italiano al recepimento della SUP dovesse essere confermata, sembra difficile che tale recepimento sia accettabile dagli organi comunitari competenti. Greenpeace è pronta a fare la sua parte negli interessi del mare, del Pianeta e della collettività.

Leggi rapporto completo

Basta confezioni di plastica, un quinto degli scaffali dei supermercati francesi sarà per prodotti sfusi

In arrivo una rivoluzione verde nei supermercati francesi. Tutti i punti vendita dovranno dedicare un quinto dei loro scaffali a prodotti sfusi e alle “spine” per la ricarica. La misura mira a ridurre imballaggi e rifiuti di plastica e a incoraggiare i clienti a riempire i propri carrelli con prodotti mettendoli nei propri contenitori. La Francia sarebbe tra i primi Paesi a rendere la questione materia di legge.

Tuttavia, il nuovo provvedimento sta incontrando resistenza da parte dei rivenditori, i quali sono convinti che non farà altro che generare disordine. Inoltre, i produttori temono che in questo modo si arriverà alla fine delle campagne di marketing basate su marchi. Ma nonostante le opinioni controverse, alcuni commercianti, tra cui la catena di supermercati Franprix, hanno già installato postazioni per “prodotti alla spina”. In particolare, per alimenti come arachidi, riso, caffè e lenticchie.

Anche i produttori di prodotti di bellezza hanno criticato la legislazione, che al momento sta passando attraverso il Parlamento. “Non possiamo vendere creme per il viso come se fossero lenticchie”, ha dichiarato Patrick O’Quin, presidente della Federazione delle Società di Bellezza. Inoltre, in media, il nome e il logo delle marche di cosmetici coprono il 70 per cento della superficie dei loro contenitori, mentre nelle postazioni di ricarica coprono il 5 per cento. Questo preoccupa i dirigenti di marketing, che saranno costretti a rivedere le loro tattiche di promozione.

La Francia nel 2017, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, ha prodotto 3,5 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, 2,1 milioni di questi erano imballaggi. Mentre la Gran Bretagna, in quello stesso anno, ne produsse 2,2 milioni di tonnellate. Per questo, come spiega il Times, il Presidente Macron vuole far diventare la pratica dell’acquisto di prodotti sfusi un obbligo legale. La mossa arriva dopo l’istituzione di una Convenzione dei cittadini per il clima, composta da 150 persone. Il gruppo non solo ha chiesto misure per combattere il riscaldamento globale, ma anche che il 50 per cento dei prodotti dei supermercati sia venduto senza imballaggio entro il 2030. Attualmente solamente l’1 per cento della merce è venduta alla spina. Macron ha fissato la cifra al 20 per cento

Secondo il giornalista Olivier Dauvers “se i consumatori dovranno servirsi da soli la pasta sarà il caos.” Invece, Steve Hynd, policy manager di City to Sea, con sede nel Regno Unito, ha detto che molti negozi in Europa hanno già postazioni di ricarica autonoma e “non ci sono prove che dimostrino che questo tipo di vendita causi caos”. Hynd ha anche aggiunto che questo cambiamento “sta per accadere, è inevitabile. Più rivenditori resisteranno, più si troveranno dietro l’innovazione.”“

Fonte: Agrifoodtoday

Come il Coronavirus ha cambiato la produzione dei rifiuti solidi urbani

Il 22 marzo Eco dalle Città ha fatto il punto sulla raccolta differenziata nelle città nel corso del 2020, anno della pandemia. Sono intervenuti: Alberto Confalonieri (Consorzio Italiano Compostatori); Agata Fortunato (Oss. rifiuti Città Metropolitana di Torino); Luca Mariotto (Utilitalia); Carlo Montalbetti (Comieco); Pinuccia Montanari (Ecoistituto RE.GE); Raphael Rossi (AAMPS Livorno) – sintesi a cura di Irene Chiambretto

fonte Eco dalle Città

Nuova emergenza rifiuti a Roma, mille discariche abusive e rischio commissariamento

Per ora le foto sono 1.000, scattate tutte a marzo e geolocalizzate con Google maps, ma presto potrebbero crescere ancora: Legambiente Lazio denuncia infatti la presenza di mille discariche abusive a Roma «chiedendo di segnalarne altri e manderemo la mappa anche alla Procura della Repubblica, come denuncia per abbandono di rifiuti a Roma».

«Questa è la mappa romana di un vergognoso smaltimento illecito, degli ecoreati, dell’abbandono stradale e delle conseguenze chiare del fallimento totale in Campidoglio nelle politiche sulla gestione dei rifiuti – spiega Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio – Di fronte al nuovo rischio rifiuti in strada causato dalla totale assenza di impianti, a partire da quelli per l’economia circolare, mentre ricomincia il valzer di soluzioni ponte per il conferimento altrove. Sarà necessaria la bonifica di questi mille luoghi, per porre l’ambiente al centro delle scelte nella capitale, come abbiamo indicato nel nostro Manifesto per costruire un’idea di futuro della città».

Che però a sua volta affronta sostanzialmente solo una parte, per quanto importante, delle criticità legate alla gestione rifiuti, ovvero quelle legate alla frazione organica della raccolta differenziata (7,3 milioni di tonnellate raccolte nel 2020 a livello nazionale, ovvero il 39,5% di tutta la differenziata e il 4,2% di tutti i rifiuti urbani e speciali che produciamo): gli unici impianti citati nel Manifesto sono infatti «almeno 10 impianti a biometano con dimensioni medio-piccole per la biodigestione anaerobica dell’organico raccolto». Purtroppo la problematica, per Roma e non solo, è molto più ampia.

A dimostrarlo per l’ennesima volta è il rischio di commissariamento per la gestione rifiuti della Capitale adombrato oggi dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. La città metropolitana non sa più dove smaltire i rifiuti che ogni giorno i cittadini producono, così ieri è arrivata un’ordinanza regionale per provare a trovare sbocchi altrove e oggi il governatore impone a Roma e Ama di trasmettere entro un mese «un piano impiantistico ai fini dell’autosufficienza in termini di trattamento, trasferenza e smaltimento […] in coerenza con gli atti già adottati da Roma Capitale, e fatto obbligo di realizzare uno o più impianti di trattamento e una o più discariche sul territorio di Roma Capitale», o scatteranno «poteri sostitutivi della Regione».

Dalle discariche abusive a quelle controllate il salto è enorme in termini di salute ambientale e umana, ma è ovvio che una prospettiva di economia circolare debba essere più ampia rispetto al semplice smaltimento. Su questo fronte anche il Piano regionale approvato la scorsa estate risulta però profondamente deficitario.

Nel frattempo, la situazione di Roma è sempre la stessa sin dalla chiusura nel 2013 della più grande discarica d’Europa, quella di Malagrotta: come ricordato pochi giorni fa dall’Acos, l’Agenzia indipendente per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale, istituita dal Consiglio comunale di Roma, in questo momento «la capacità di trattamento della Capitale copre il 15% dei rifiuti prodotti; l’invio di enormi quantità ad impianti terzi per il trattamento e lo smaltimento mette Roma in una posizione contrattuale debole, che implica sia condizioni economiche sfavorevoli, sia il rischio di subire improvvisi razionamenti degli sbocchi. Ciò comporta accumulo di rifiuti nelle aree di trasferenza e rallentamenti della raccolta in città, con i risultati che spesso sono sotto gli occhi di tutti, di cassonetti strabordanti circondati di sacchetti».

«Non si tratta – argomenta Carlo Sgandurra, presidente Acos – solo di un problema organizzativo su più livelli di governo, come dimostrato dal fatto che in diverse situazioni neppure le più agili gestioni commissariali hanno potuto risolvere i problemi relativi alla situazione impiantistica.

Giustamente, il testo sottolinea l’importanza della condivisione di un progetto, di una strategia con la popolazione. La sindrome Nimby esiste e va tenuta in conto, ma non nel senso di evitare più possibile il confronto con i cittadini, altrimenti si rinforza il pregiudizio e l’opposizione […]Non solo per le strategie di raccolta, ma soprattutto per la realizzazione dell’impiantistica, le scelte politiche vanno motivate. Gli aspetti tecnici, economici ed ambientali, hanno un grande peso sul settore dei rifiuti. “Rifiuti zero” è uno slogan che può indurre solo disorientamento nella popolazione, lasciando intendere che sia possibile arrivare ad un’economia circolare in assenza di impiantistica dedicata, cosa che non è. Ferma restando l’importanza della prevenzione, gli scarti non riciclabili vanno trattati, recuperati e smaltiti; il recupero energetico fa parte dell’economia circolare, non è un’altra cosa. Ora, il ritardo impiantistico mette Roma Capitale nella posizione di potersi dotare delle migliori tecnologie disponibili».

Fonte: Green Report

Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, ecco le migliori azioni italiane

L’evento di premiazione, svoltosi on-line e introdotto dal Ministero della Transizione Ecologia, ha consentito di risparmiare oltre 200 kg di CO2

Sono dell’Università degli Studi di Torino per le Pubbliche Amministrazioni, DECO SPA per le Imprese, il Comitato Mamme in Comune per le Associazioni, Eco School Triangia e Fattoria didattica Lunalpina per gli Istituti scolastici e Letizia Palmisano per i cittadini le migliori azioni italiane della dodicesima edizione della Settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti (SERR), che si è svolta in tutta Europa dal 21 al 29 novembre 2020. La cerimonia di premiazione si è tenuta in streaming e ha visto tra i premiati, oltre alle cinque categorie menzonate, anche Kalat Ambiente srr, a cui è andata la Menzione Speciale in memoria di Giorgio Gollo.
 
L’evento ha visto la partecipazione di circa 200 tra action developer, cittadini e rappresentanti del Comitato Promotore italiano (Ministero della Transizione Ecologica, Regione Siciliana, Anci, Città Metropolitana di Torino, Legambiente, Utilitalia, AICA, CNI Unesco, in qualità di invitato permanente; ERICA Soc. Coop. in qualità di partner tecnico e sostenitori). La premiazione SERR è stata l’occasione per condividere esempi di buone azioni nell’ambito della riduzione dei rifiuti, specialmente sul tema centrale di quest’ultima edizione: i rifiuti “invisibili” che vengono quotidianamente prodotti a casa e a lavoro, più o meno consapevolmente.
 
La cerimonia, moderata da Roberto Cavallo, è stata aperta dal saluto iniziale del Ministero della Transizione Ecologica rappresentato da Eliana Caramelli, della Direzione Generale per l’economia circolare (ECI) Divisione II – Politiche per la transizione ecologica e l’economia circolare. A seguire l’introduzione del Presidente del consiglio direttivo di AICA, Emanuela Rosio, la quale ha presentato l’edizione della SERR e le varie categorie.
 
Ecco le migliori azioni italiane della dodicesima edizione della SERR:

 
I premi sono stati consegnati alle cinque categorie di Action Developer (Pubbliche Amministrazioni, Imprese, Istituti scolastici, Cittadini, Associazioni) e al vincitore della menzione speciale che hanno partecipato alla SERR 2020. I vincitori, tutti presenti alla cerimonia, hanno commentato la consegna virtuale delle pergamene e dei premi raccontando la loro esperienza in prima linea per la riduzione dei rifiuti. 

Ma ecco l’elenco dei vincitori suddivisi per categoria:
Categoria Pubbliche Amministrazioni:
Università degli Studi di Torino con l’azione “Spazzino digitale. Un byte alla volta contro i rifiuti invisibili”, una campagna di sensibilizzazione e call to action per una pulizia digitale, rivolta alla comunità universitaria, organizzata dal Green Office dell’Università di Torino UniToGO. L’emergenza Covid-19 ha portato ad un massiccio passaggio al digitale che ha un diretto impatto ambientale, basandosi su un’infrastruttura fisica che porta con sé un’impronta ecologica legata al suo utilizzo. UniToGO ha promosso una campagna di comunicazione e sensibilizzazione, veicolando informazioni teoriche ma anche consigli pratici per ridurre la propria impronta digitale.
 
Categoria Imprese:
DECO SPA con l’azione “Regala Un’altra Vita Agli Oggetti Usati Su Riusogreen.Com”, il portale web finalizzato a favorire la pratica del riuso attraverso lo scambio gratuito di oggetti inutilizzati, volto a contrastare il concetto dell’usa e getta. Deco S.p.A., azienda leader nei servizi ambientali, ha l’obiettivo di mettere in rete una comunità di persone disposte a regalare i propri oggetti inutilizzati con una doppia finalità: quella ambientale, al fine di ridurre la quantità di rifiuti e la produzione di oggetti, e quella solidale, donando a chi ne ha bisogno.
 
Categoria Associazioni:
Comitato Mamme In Comune con l’azione “Il Rifiuto Che Non Si Vede Ma C’è”. Una campagna di sensibilizzazione on-line che ha previsto un questionario on line sui rifiuti invisibili e diversi eventi online su Facebook in cui si è parlato dei #rifiutiinvisibili, quelli che non vediamo: quelli dell’industria tessile, del Comparto Alimentare, lo smaltimento dei sottoprodotti di origine animale e anche i rifiuti del Covid.
 
Categoria Scuole:
Eco School Triangia e Fattoria didattica Lunalpina con l’azione “UNA T-SHIRT PER TE… UN DONO PER L’AMBIENTE”. Quanto costa una t-shirt all’ambiente? I bambini hanno effettuato delle ricerche mirate per rispondere a questa domanda producendo un opuscolo informativo da distribuire alla popolazione. All’interno della scuola è stata organizzata un’azione per il libero scambio di indumenti usati, che è stata poi aperta al pubblico in una piazza del paese.
 
Categoria Cittadini:
Letizia Palmisano con l’azione “Digital Clean Up: rendi sostenibile il tuo smartworking”.  Il mondo digitale è più simile all’ambiente di quanto si possa pensare: esiste infatti una grande quantità di “rifiuti digitali” che occupano spazio inutile nella memoria dei dispositivi elettronici e che contribuiscono a far aumentare la nostra impronta ecologica. Eliminando questi file “inutili”, aumentiamo la longevità dei nostri dispositivi, riducendo al contempo la nostra impronta di carbonio nell’ambiente.
 
Assegnata anche una Menzione Speciale in Memoria di Giorgio Gollo, ex funzionario della Città Metropolitana di Torino mancato nel 2019: è stata assegnata a Kalat Ambiente srr, l’Ente di governo istituito nell’ATO Catania Provincia Sud, con l’azione “Trova i Rifiuti invisibili”, che ha coinvolto gli studenti di 23 istituti scolastici dei 15 comuni del Calatino. Obiettivo dell’azione è stato il generare consapevolezza nei ragazzi sulla tematica dei rifiuti invisibili e sull’enorme incremento delle emissioni di CO2 dovuto alla loro produzione.
 
Ad aprile saranno rese note le molte novità previste per le edizioni 2021 di Let’s Clean Up Europe e della Settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti: l’obiettivo, per il nostro paese, è quello di confermarsi come leader in Europa per numero di azioni.

Fonte: E-Gazette

Too Good To Go: come funziona l’app contro lo spreco alimentare

Lo spreco di cibo è un problema globale – difficile da quantificare con precisione – che interessa l’intera filiera agro-alimentare: dai campi alle nostre tavole. Fra le tante iniziative nate per arginare il problema, da un anno e mezzo è attiva anche in Italia l’app Too Good To Go, il cui nome significa “troppo buono per essere buttato”. Ideata da una start-up danese, permette a chi la scarica di mettersi in contattato con attività commerciali che offrono prodotti invenduti a prezzi scontati. L’app è già un successo, visto che in questi giorni hanno superato il milione di box distribuite.

L’abbiamo provata a Ferrara, sfruttando l’offerta della panetteria Officina integrale. Con una spesa di 4,99 € abbiamo portato a casa 1,6 kg di prodotti: grissini, panini, un pezzo di pane in cassetta, una mezza pagnotta alla segale, quattro pizzette e alcuni biscotti. Sicuramente valeva la pena, anche se può capitare di essere meno fortunati, perché non c’è possibilità di scegliere.

Le attività aderenti – negozi di alimentari o ristoranti – ogni giorno mettono a disposizione alcune confezioni contenenti prodotti freschi rimasti invenduti – le magic-box – che si possono prenotare tramite l’app e pagare con carta di credito. Il regolamento di questa iniziativa prevede che non ci sia la possibilità di scegliere – la magic-box è una sorpresa – e che gli alimentari siano venduti a un terzo del prezzo intero. La maggior parte di queste confezioni costa 2,99, 3,99 o 4,99 euro, con alcune eccezioni per prodotti particolari, come i punti vendita Trafilata di Milano che propongono un chilo di pasta fresca al prezzo di 6,99 € anziché 21.

Le attività che aderiscono sono, per la maggior parte, panetterie, pasticcerie, caffetterie, negozi di alimentari freschi e catene di supermercati. A Ferrara sono una trentina, ma in una città grande l’offerta è molto più varia e interessante. “L’attività di Too Good To Go in Italia è partita da Milano con 60 attività aderenti, nel marzo 2019 – racconta Roberto Bove, Business developer della città Metropolitana di Milano – e adesso sono più di 600. La risposta da parte dei consumatori è molto soddisfacente, in continua crescita. Dall’inizio sono state vendute 170mila confezioni.”

La motivazione principale per gli acquirenti è chiaramente il risparmio. E per gli esercenti? “Gli esercenti aderiscono per tre ordini di motivi, – dice Bove – innanzitutto il vantaggio economico, anche se piccolo, poi, sicuramente, la leva pubblicitaria: in questo modo le attività aderenti raggiungono nuovi clienti che, se lavorano bene, possono fidelizzare. Dato poi che non si tratta di un delivery ma è necessario recarsi fisicamente nel punto vendita, è più facile creare nuovi rapporti di fiducia, contando anche sul fatto che in buona parte si tratta di negozi di prossimità. Il terzo aspetto, da non trascurare, è l’attenzione alla salvaguardia ambientale, e quindi il contrasto al problema dello spreco di cibo.”

Queste motivazioni sono confermate anche da Nicola Dal Forno, marketing manager di NaturaSì. “NaturaSì è stata fra le prime attività ad aderire, a Milano, con 15 negozi. – Racconta Dal Forno – Adesso i punti vendita affiliati sono 86 in tutta Italia. Questa idea si sposa perfettamente con i valori della catena, inoltre ci permette di raggiungere un pubblico più giovane di quello che è il cliente tipico di NaturaSì. Clienti che poi spesso ritornano. Ogni punto vendita nell’arco della giornata mette a disposizione in media un paio di magic-box che contengono prodotti confezionati, in ottime condizioni, prossimi alla scadenza. A Milano andiamo molto bene e la vendita delle confezioni offerte sfiora il 100%. Dalla primavera del 2019 nel complesso ne abbiamo distribuite 29mila e penso che l’elemento sorpresa sia uno degli aspetti “divertenti” che giustificano il successo di un’iniziativa lodevole, fra l’altro portata avanti da un gruppo di giovani”.

L’aspetto promozionale è sicuramente importante se pensiamo che a ogni box venduta viene applicata una commissione di 1,19 euro, non pochi considerando che per la maggior parte queste confezioni sono vendute a un prezzo che va da 3 a 5 euro.

Anche la catena Carrefour è partner di Too Good To Go, da oltre un anno, con numerosi punti vendita. “Destiniamo alle magic-box prodotti alimentari prossimi alla scadenza, dando una priorità ai freschi e ai freschissimi. – Dice Rossana Pastore, direttrice comunicazione esterna di Carrefour – Tutte le categorie merceologiche sono incluse, tranne gli alcolici. I prodotti sono selezionati in base alle eccedenze del punto vendita, cercando di creare delle box complete per alimenti e variegate.”

Le box possono essere un’idea interessante anche per la pausa pranzo, perché oltre a caffetterie e bistrot aderiscono piccoli ristoranti specializzati in insalate, panini o cucina etnica, come la catena Poke House. “In Poke House crediamo sia importante promuovere un cambiamento positivo e sensibilizzare i nostri clienti sulla lotta allo spreco alimentare, che è una priorità a livello globale specialmente nel momento storico che stiamo vivendo. – Dice Vittoria Zanetti, co-founder di questa attività – Oltre a offrire in tutte i nostri locali la possibilità di portarsi a casa eventuali avanzi con un apposito sacchetto take away, abbiamo voluto fortemente sostenere una realtà giovane e innovativa (come la nostra), iniziando una partnership che va avanti da oltre un anno e mezzo. Sebbene nei nostri locali il turnover sia davvero elevato, capita talvolta che qualcosa rimanga invenduto a fine giornata. Tramite l’app abbiamo la possibilità di evitare che quel cibo venga buttato. Nelle magic-box si possono trovare sia le nostre ricette che delle insalate composte in base agli ingredienti disponibili. Utilizziamo ingredienti di qualità e che riceviamo freschi ogni giorno, dunque il fatto che siano consumati a fine giornata è in perfetto accordo con la mission di Too Good To Go.”

In generale per evitare lo spreco di cibo domestico è importante pianificare i pasti, compilare la lista della spesa e non cedere alla tentazione di acquistare prodotti che poi non mangiamo. Se invece abbiamo voglia di una sorpresa, questa iniziativa è utile e divertente, a patto che non acquistiamo cibo inutile, per poi gettarlo nella spazzatura di casa, né che  andiamo ad aggiungere la sorpresa alla cena che abbiamo già in programma, altrimenti la dieta ne risente!

Fonte: ilfattoalimentare.it

Food Waste Index Report: nel 2019 sprecato il 17% del cibo a disposizione dei consumatori nel mondo

Si tratta di 931 milioni di tonnellate di generi alimentari. Il Food Waste Index Report 2021 dell’Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite, esamina lo spreco di cibo al dettaglio di famiglie, rivenditori, servizi alimentari ma ricorda altresì che lo spreco parte già a monte del processo produttivo

Nel 2019 in tutto il mondo sono finite nella spazzatura di famiglie, rivenditori, ristoranti e altri servizi alimentari 931 milioni di tonnellate di cibo, pari al 17% del totale a disposizione dei consumatori. Questa la stima contenuta nel Food Waste Index Report 2021 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) e dell’organizzazione Wrap, condotta per sostenere gli sforzi globali per dimezzare gli sprechi alimentari entro il 2030.

Il Food Waste Index Report 2021 esamina lo spreco di cibo al dettaglio, ma ricorda altresì che lo spreco parte già a monte del processo produttivo: “Il fatto che quantità sostanziali di cibo siano prodotte ma non mangiate dall’uomo ha notevoli impatti negativi: sul piano ambientale, sociale ed economico. Le stime suggeriscono che l’8-10% delle emissioni globali di gas serra sono associate al cibo che non viene consumato. La riduzione dello spreco alimentare al dettaglio, nel servizio di ristorazione e a livello familiare può fornire vantaggi multiformi sia per le persone che per il pianeta. Tuttavia, la reale portata dello spreco alimentare e il suo impatto non sono stati ben compresi fino ad ora”.

“In quanto tali, le opportunità fornite dalla riduzione dello spreco alimentare sono rimaste in gran parte inutilizzate e sottoutilizzate – ammonisce lo studio Unep – . Se vogliamo fare sul serio nell’affrontare lo spreco alimentare, dobbiamo aumentare gli sforzi per misurare il cibo e le parti non commestibili sprecate a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori e monitorare la produzione di rifiuti alimentari in chilogrammi pro capite a livello nazionale. Solo con dati affidabili, saremo in grado di monitorare i progressi sull’obiettivo 12.3 dell’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG), che mira a dimezzare lo spreco alimentare globale pro capite a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo lungo le catene di produzione e di approvvigionamento, tra cui perdite post-raccolta”.

Il Food Waste Index Report presenta la più completa raccolta di dati, analisi e modellazione sui rifiuti alimentari ad oggi e offre una metodologia per i Paesi per misurare i rifiuti alimentari. In totale, sono stati identificati 152 punti di dati sullo spreco alimentare in 54 Paesi. Il rapporto rileva che in quasi tutti i Paesi che hanno misurato lo spreco di cibo, questo era sostanziale, indipendentemente dal livello di reddito nazionale.

Inoltre, dimostra che la maggior parte di questo spreco al dettaglio proviene dalle famiglie: a livello globale pro capite, 121 chilogrammi di cibo vengono sprecati ogni anno, con 74 chilogrammi sprecati a livello familiare, 32 a livello di servizi di ristorazione e 15 a livello di vendita.

Lo spreco alimentare ha sostanziali impatti ambientali, sociali ed economici. Per esempio, ricorda il report, l’8-10% delle emissioni globali di gas serra sono associate al cibo che non viene consumato, quando si tiene conto delle perdite prima del livello del consumatore.

“La riduzione degli sprechi alimentari ridurrebbe le emissioni di gas serra, rallenterebbe la distruzione della natura attraverso la conversione dei terreni e l’inquinamento, aumenterebbe la disponibilità di cibo e quindi ridurrebbe la fame e risparmierebbe denaro in un momento di recessione globale – ha detto Inger Andersen, direttore esecutivo dell’Unep – Se vogliamo affrontare seriamente il cambiamento climatico, la perdita degli spazi naturali e della biodiversità, l’inquinamento e i rifiuti, le imprese, i governi e i cittadini di tutto il mondo devono fare la loro parte per ridurre gli sprechi alimentari”.

Fonte: Eco dalle Città

Eco-design: al via il nuovo Bando CONAI. In palio 500.000 euro

L’ottava edizione parte il 3 marzo, Giornata Mondiale della Natura Selvatica. Le aziende che hanno rivisto i loro imballaggi in chiave sostenibile hanno tempo fino al 31 maggio per candidarsi. Poi una giuria di tecnici sceglierà i vincitori

Un nuovo invito alla sostenibilità: l’emergenza sanitaria non frena la nuova call-to-action rivolta da CONAI alle aziende italiane che hanno rivisto in chiave green i loro pack.

L’ottava edizione del Bando CONAI per l’eco-design degli imballaggi nell’economia circolare si apre domani, 3 marzoGiornata Mondiale della Natura Selvatica (World Wildlife Day). «Quest’anno vogliamo sottolineare come la difesa dell’ambiente passi anche dalla prevenzione» commenta il presidente CONAI Luca Ruini. «Produrre packaging con impatti sempre più bassi è una delle strade verso il rispetto delle risorse naturali del nostro pianeta».

Il Bando nasce per valorizzare le soluzioni di imballo più innovative in termini di sostenibilità. È aperto a tutte le aziende consorziate che hanno rivisto i propri imballaggi con interventi di eco-design adottando almeno una fra queste sette leve di prevenzione: riutilizzo, facilitazione delle attività di riciclo, utilizzo di materie provenienti da riciclo, risparmio di materia prima, ottimizzazione della logistica, semplificazione del sistema imballo e ottimizzazione dei processi produttivi.

In palio, anche quest’anno, ci sono 500.000 euro.

450.000 saranno suddivisi fra tutti i casi premiati sulla base di una graduatoria ottenuta valutando l’adozione delle sette leve di prevenzione.

50.000 euro saranno invece destinati a cinque super premi per l’innovazione circolare da 10.000 euro. Riconosceranno gli sforzi di cinque aziende, e ognuna sarà premiata per uno di questi incentivi: la facilitazione delle attività di riciclo di un imballaggio, la possibilità di riutilizzarlo, l’uso di materiale riciclato nel crearlo, l’implementazione di nuove tecnologie o applicazioni progettuali di grande portata innovativa, e le novità di imballaggi meno impattanti ideate per l’e-commerce e per l’home delivery.

Uno fra i cinque casi premiati per l’innovazione circolare riceverà – novità 2021 – anche una menzione speciale da parte di Legambiente.

Per presentare le candidature c’è tempo fino al 31 maggio 2021.

I nuovi casi di pack “virtuosi” devono essere presentati tramite il form on line disponibile su www.ecotoolconai.org.

Saranno poi analizzati attraverso l’Eco Tool CONAI, uno strumento di Life Cycle Assessment semplificato in grado di calcolare gli effetti delle azioni di prevenzione in termini di risparmio energetico, di risparmio idrico e di riduzione delle emissioni di CO₂, oltre che (solo per i casi di imballaggi che facilitano le attività di riciclo) di quantità di materia prima seconda generata.

«Sono molto legato al Bando: ne ho seguito l’ideazione e la nascita otto anni fa. Per questo sono orgoglioso che il numero  dei casi di imballaggi presentati sia cresciuto ogni anno» aggiunge il presidente Ruini. «Nemmeno il lockdown e la pandemia hanno frenato le adesioni delle aziende: l’edizione 2020 ha visto 289 casi presentati e 160 ammessi, in crescita rispetto ai 145 del 2019 nonostante una situazione socio-economica di grave criticità. È la prova che lo sguardo delle imprese italiane non rinuncia ad essere sostenibile. Il passaggio verso un sistema di economia circolare sempre più virtuoso si realizza anche attraverso la prevenzione: del resto, la maggior parte degli impatti che un packaging avrà nel corso del suo ciclo di vita si definisce nella fase della sua progettazione».

L’EcoD Tool

Fra le armi che il Consorzio Nazionale Imballaggi mette a disposizione di ogni azienda consorziata per vincere la sfida dell’eco-design c’è l’EcoD Tool, il software on-line che permette di valutare l’impatto di ciascuna fase del ciclo di vita del pack analizzato e di simulare interventi di miglioramento per renderlo più sostenibile. Elabora i dati forniti dalle aziende mediante un questionario guidato e dà indicazioni sull’impatto dell’imballaggio in tutte le fasi del suo ciclo di vita prendendo in considerazione il consumo di acqua, il consumo di energia e le emissioni di anidride carbonica. In relazione a questi tre indicatori, l’EcoD Tool suggerisce anche azioni di eco-design personalizzate per ridurre l’impatto dell’imballaggio stesso, ed è in grado di effettuare simulazioni confrontabili mostrando le caratteristiche ambientali dell’imballaggio prima e dopo gli interventi di eco-design suggeriti.

A questi indicatori, il Tool aggiunge quello della circolarità: una sorta di valutazione complessiva dell’imballaggio, tanto più circolare quanto più usa materia riciclata, quanto più è riciclabile e quanto più è riutilizzabile.

Il regolamento completo del Bando CONAI per l’eco-design degli imballaggi nell’economia circolare è disponibile su www.conai.org e su www.ecotoolconai.org.

Fonte: Conai.org