Rifiuti, una miniera d’oro che i Comuni dimenticano – un interessante articolo de La Stampa

Rifiuti, una miniera d’oro che i Comuni dimenticano

I Sindaci si lamentano dei tagli statali, ma la gestione efficiente dell’immondizia è ancora lontana. E se volessero i rifiuti potrebbero generare (oltre all’ambiente pulito) occupazione e risorse per le casse comunali

VERONICA ULIVIERI
Perdita di controllo sul servizio, tassa ancora calcolata sui metri quadrati, poco impegno per la raccolta differenziata nonostante faccia risparmiare. I sindaci d’Italia si lamentano dei tagli statali, ma la gestione efficiente dell’immondizia è ancora lontana
Cambiano i governi, ma continuano i tagli ai Comuni. Eppure, se le proteste degli enti locali sono spesso legittime, i sindaci non sempre mettono lo stesso impegno nel rendere più efficienti servizi e gestioni, per recuperare da lì qualche risorsa in più. Emblematico è il caso dei rifiuti, che possono rivelarsi, a seconda dei casi, una voce di costo o un generatore di risorse, risparmi e occupazione. Oggi in Italia la raccolta differenziata è al 40%. Se non mancano i casi virtuosi (1.300 municipi hanno già raggiunto l’obiettivo del 65%, spostato dal ministro Orlando a fine 2020 nell’ultimo collegato Ambiente), il quadro generale rimane negativo, con punte al Sud di poche unità (Messina per esempio è al 6%) e performance scarse nelle grandi città (solo sette centri con più di 200mila abitanti superano la soglia del 30%).

A sentire l’Anci, le responsabilità dei sindaci sono limitate: “Le cause riguardano la confusione normativa, perché la legge non delinea bene le competenze, e la mancanza di infrastrutture, dovuta a una carente programmazione regionale”, dice Filippo Bernocchi, delegato Rifiuti ed Energia di Anci. Eppure, le storie positive sono sotto gli occhi di tutti, anche al Sud. “E’ una questione di volontà politica”, riflette Rossano Ercolini, vincitore nel 2013 del prestigioso Goldman Prize per il suo impegno contro gli inceneritori e a favore del riciclo. “Mentre le strade di Napoli erano invase dai rifiuti, a Salerno è partita la raccolta differenziata porta a porta, quella che dà i maggiori risultati”, passando in pochi anni dal 13% al 69%. E se i detrattori fanno spesso notare che i sistemi di raccolta a domicilio sono costosi per le amministrazioni, e di riflesso per i cittadini che si vedono aumentare la bolletta, i dati dimostrano il contrario. Un’elaborazione dell’associazione dei Comuni virtuosi sui dati 2011 dell’Arpa Veneto, per esempio, ha dimostrato come il costo medio del servizio per abitante nei comuni della regione con raccolta porta a porta sia di circa 102 euro, contro i quasi 180 dei municipi in cui si utilizzano i cassonetti stradali.

Risparmiare sulla gestione dei rifiuti è possibile quindi, senza diminuire i servizi: “Il segreto sta nel puntare su un forte aumento della raccolta differenziata e sulla riduzione”, sottolinea Giorgio Del Ghingaro, primo cittadino di Capannori, il comune della lucchesia con 45mila abitanti che nel 2013 ha superato l’80% di raccolta differenziata. “Smaltire un chilo di rifiuti indifferenziati in discarica costa circa 2 euro, il doppio di quanto costa avviare al riciclo 1 chilo di rifiuti differenziati”. E anche la riduzione, che può essere promossa con interventi spesso poco costosi, “dalle case dell’acqua alla vendita di prodotti alla spina, fino al recupero e riuso di arredamento ed elettrodomestici buttati a favore dei più bisognosi”, dà ottimi risultati: “In cinque anni abbiamo visto diminuire di un terzo i rifiuti e assunto 55 persone per il servizio di raccolta, senza nessun aumento di spesa per il cittadino”.

E non è l’unico caso. Ezio Orzes, assessore all’Ambiente di Ponte nelle Alpi, il comune nel bellunese primo della classe in fatto di raccolta differenziata, con una percentuale che sfiora il 90%, racconta: “Per lo smaltimento dei rifiuti in discarica, nel 2008 spendevamo 450mila euro l’anno. Adesso, grazie a una forte riduzione, solo 40mila. I soldi risparmiati li abbiamo trasferiti da una voce di costo improduttivo all’occupazione, assumendo altre dieci persone per servizi di igiene urbana. E tuttavia, risparmiamo l’11% rispetto a cinque anni fa”.

Da sempre, la via più efficace per abbattere i chili di spazzatura è intervenire sul portafoglio, modulando la bolletta in base alla produzione effettiva di rifiuti. In quest’ottica, nelle intenzioni del decreto Ronchi (varato nel lontano 1997), la tariffazione puntuale avrebbe dovuto gradualmente sostituire la tassa rifiuti, passando da un calcolo dell’importo basato sulla superficie dell’abitazione a uno sulla quantità dei rifiuti prodotti, attraverso una fase intermedia, quella della tariffa “parametrica”. Oggi, i Comuni che hanno applicato un sistema a tariffa sono, secondo l’Ispra, 1.347, meno di due municipi su 10. I motivi sono tanti e svelano, dietro una questione apparentemente burocratica, molte dinamiche di un settore in cui sono in gioco molti soldi.

“Un po’ per inerzia e un po’ per la sottovalutazione dei vantaggi conseguibili con il passaggio alla tariffazione puntuale – spiega Attilio Tornavacca, esperto di rifiuti e direttore dell’istituto Esper –, molti Comuni hanno continuato ad applicare la vecchia TARSU, oppure hanno introdotto la TIA parametrica, anche se già fin dall’emanazione del decreto Ronchi veniva previsto l’obbligo, poi prorogato, di passare alla tariffa puntuale fin dal 1999. La gran parte dei Comuni ha quindi deciso di mantenere un sistema più semplice e comodo per chi deve incassare la tassa per coprire i costi di igiene urbana, ma molto iniquo per gli utenti virtuosi che riescono a ridurre i rifiuti non riciclabili. La tassa calcolata sui metri quadri si basa infatti su un imponibile facilmente quantificabile, mentre per l’attuazione del regime tariffario puntuale c’è bisogno di un maggiore impegno dal punto di vista organizzativo e di eliminare i cassonetti per passare alla raccolta porta a porta, l’unica che consente realmente il conteggio degli svuotamenti di ogni singola utenza. La stessa Anci ha chiesto per dieci anni la proroga della tassa rifiuti”, bloccando di fatto ogni evoluzione verso un sistema più efficiente. I Comuni che hanno applicato la tariffa puntuale, infatti, “sono sempre quelli che oggi ottengono i risultati più alti di raccolta differenziata e le bollette più basse per le famiglie. Analizzando la situazione piemontese, abbiamo calcolato che con la tariffazione puntuale diminuiscono del 19% i costi per i cittadini e aumenta del 21% la raccolta differenziata”, continua Tornavacca.

Ma oltre all’Anci, ad aver messo i bastoni tra le ruote sono state anche le società proprietarie degli inceneritori e delle discariche: “Questi impianti – continua Tornavacca – hanno bisogno di essere alimentati in modo costante e con elevati quantitativi di rifiuti. Se la raccolta differenziata supera un certo livello, i rifiuti da smaltire in discarica o bruciare diminuiscono e si è costretti a cercarli altrove, anche a costo di ridurre le tariffe di conferimento e quindi gli utili di gestione, come fanno i termovalorizzatori del Nord Europa”. Un meccanismo amplificato nei casi in cui è la stessa azienda a gestire il servizio di raccolta differenziata e lo smaltimento, come avviene in molti comuni italiani: “Si viene spesso a creare un conflitto di interessi: se la raccolta differenziata aumenta oltre il livello previsto quando era stato progettato l’impianto, si determina inevitabilmente una sensibile riduzione degli utili di gestione dell’inceneritore”. E le stesse lobby sono riuscite anche a ottenere incentivi sulla produzione di energia dalla combustione di rifiuti, paragonata alle altre fonti rinnovabili, gravando sulle bollette elettriche dei cittadini.

“L’ignoranza della politica e importanti lobby dell’industria sporca hanno ingessato la gestione dei rifiuti, orientandola verso lo smaltimento piuttosto che in direzione del riciclo”, riflette Ercolini. Producendo molte distorsioni. Come ammette lo stesso Bernocchi, “in molti casi, attraverso l’esternalizzazione della gestione dei rifiuti, i Comuni hanno perso il controllo del servizio”. La maggior parte delle amministrazioni, per pigrizia, ignoranza, mancanza di professionalità e sotto la pressione di interessi forti, ha deciso di chiudere gli occhi e non cercare, in tempi di magra per gli enti locali, di razionalizzare il servizio. Vedi il caso dei corrispettivi “per i maggiori oneri della raccolta differenziata”: i Consorzi per la raccolta e il riciclo dei diversi tipi di imballaggi, coordinati da Conai, vendono i materiali alle aste e versano ogni anno ai Comuni aderenti un contributo fisso, stabilito in un accordo quinquennale con Anci. Secondo Bernocchi, “su 8.092 Comuni, però, solo 176, i più accorti, riscuotono direttamente questi contributi”. Tutti gli altri delegano le aziende rifiuti, senza neanche chiedere conto dei flussi di cassa e dell’ammontare di queste somme, elementi che invece dovrebbero essere considerati nel negoziare il pezzo del servizio. “Molte amministrazioni non sono ancora a conoscenza degli aspetti economici positivi per loro. Nei prossimi anni ci impegneremo per una maggiore comunicazione su questo”, dice Walter Facciotto, direttore generale di Conai, che raccoglie produttori e utilizzatori di imballaggi.

Per la nuova convenzione 2014-18, le trattative dovrebbero concludersi a fine marzo, ma i punti critici rimangono molti. A partire proprio dai contributi che, secondo alcune Anci regionali e l’associazione dei Comuni virtuosi, di cui fanno parte una settantina di municipi, sono troppo bassi: “Per una bottiglia di plastica, in Italia il corrispettivo è di 0,3 centesimi, contro i 5 centesimi della Germania e addirittura gli 11 della Norvegia. Chiediamo che i contributi vengano allineati al resto d’Europa e modulati in base all’effettiva riciclabilità degli imballaggi immessi sul mercato. Inoltre, Conai versa ai Comuni solo il 36% dei propri introiti, mentre nel sistema francese si arriva al 92%”, spiega Ezio Orzes, membro del direttivo dell’associazione, che però non è stata ammessa dall’Anci a prendere parte al tavolo dei negoziati, mentre il ministro dell’Ambiente Orlando per ora non ha preso posizioni.

Il Collegato ambiente varato dal Consiglio dei ministri a novembre scorso ha rimandato al 2020 l’obiettivo di raccolta differenziata al 65% (che corrisponde più o meno al target del 50% di riciclo posto dall’Unione europea) e previsto un sconto sulla tassa per lo smaltimento in discarica – per pagare solo il 20% dell’ecotassa, basterà raggiungere il 35% di differenziata entro il 2014, il 45% a fine 2016 e il 65% a fine 2020 –, accanto ad addizionali per i municipi inadempienti. Obiettivi alla portata di tutti. Purtroppo, però, se gli amministratori non raggiungeranno neanche questi target molto ammorbiditi, a rimetterci saranno ancora una volta i cittadini.

Fonte: La Stampa

Perché tutti i luoghi comuni sui rifiuti sono falsi

Il collega Simone Larini ha recentemente pubblicato un interessante Ebook dal titolo “Perché tutti i luoghi comuni sui rifiuti sono falsi” con la prefazione a cura del nostro Direttore Attilio Tornavacca di cui si può scaricare un estratto  a questo link
L’ebook spiega, con taglio divulgativo ma anche rigoroso metodo scientifico, perché i 17 più noti luoghi comuni sui rifiuti sono tutti falsi. L’autore usa la sua ventennale esperienza di lavoro in alcune delle esperienze più avanzate di gestione dei rifiuti per dimostrare l’infondatezza di dicerie come “tanto poi mettono tutto insieme” o “i termovalorizzatori non inquinano” o “la gente non partecipa alla raccolta differenziata”. Si consiglia vivamente la lettura anche perché attualmente il costo promozionale dell’ebook è di soli 2,99 euro presso il sito www.lulu.com

Quante volte abbiamo incontrato persone che esprimevano dubbi sulla raccolta differenziata, in quanto davano credito a certe voci ricorrenti, come “tanto poi mettono tutto insieme” o “ma la gente mica partecipa alla differenziata”. A queste voci e a molti altri dubbi sul tema rifiuti viene adesso fornita una risposta definitiva dall’ebook di Simone Larini “Perché tutti i luoghi comuni sui rifiuti sono falsi”, in vendita su Amazon in sola versione di download digitale. Il libro smentisce con taglio divulgativo i 16 più noti luoghi comuni sui rifiuti, spiegando i motivi per cui si sono tutti privi di fondamento, con dimostrazioni di dettaglio e rigoroso metodo scientifico.

Questa paziente opera di smentita delle principali dicerie in materia di rifiuti è il frutto della ventennale esperienza di lavoro dell’autore come esperto di gestione dei rifiuti. Simone Larini ha infatti lavorato in alcune delle esperienze più avanzate del nostro paese: ad esempio a metà degli anni ’90 è stato coautore del piano rifiuti della Provincia di Treviso, territorio che attualmente rappresenta un modello di eccellenza a livello mondiale proprio nella gestione intelligente ed efficiente della “risorsa rifiuti”.

L’ebook di Larini sviluppa e approfondisce i contenuti del sito inforifiuti.com, dal lui creato nel 2009 e che in questi anni si è conquistato una buona fama di “voce fuori dal coro” tra ambientalisti ed attivisti anti-incenerimento. Tuttavia, l’autore – che tra le esperienze di lavoro vanta anche la collaborazione al piano rifiuti che dette il via al famoso impianto di incenerimento di Brescia – ha il merito di affrontare ogni tematica senza preconcetti, mettendo da parte qualsiasi pregiudizio ideologico in merito a metodologie e tecnologie di trattamento. Larini smonta sia gli argomenti più usati dai filo-inceneritoristi, sia alcuni cavalli da battaglia degli ambientalisti, come “si deve scegliere ‘da che parte stare’ tra incenerimento e RD”. E spiega come mai siano termini sbagliati e fuorvianti sia termovalorizzatore che rifiuti zero.

Il suo ebook non può essere catalogato né come libro “contro” l’incenerimento né tantomeno come “a favore” di tale tecnologia. Che l’autore, pur vantando un curriculum da perfetto “inceneritorista”, comunque considera obsoleta e costosissima, dedicando un capitolo per spiegare come mai non sia vero che “i termovalorizzatori non inquinano”.

Lo scopo del libro non è però quello di attizzare polemiche, ma semplicemente fare chiarezza su alcuni dei pregiudizi che al momento costituiscono un ostacolo alla diffusione delle buone pratiche di gestione dei rifiuti nel nostro paese. Oltre a dimostrare perché non è vero “che mettono tutto insieme” o che “la gente non partecipa”, il libro fornisce molti esempi e spiegazioni del motivo per cui in Italia la gente partecipa con convinzione alle iniziative di recupero di rifiuti ben progettate. E, smentendo la diceria che “fare la differenziata aumenta i costi”, fa capire i meccanismi per cui una RD ben concepita invece diminuisce gli importi delle tariffe, per poi chiarire perché sono infondati i timori legati all’introduzione di tariffe che fanno pagare maggiormente chi produce più rifiuti rispetto a chi riduce e differenzia correttamente. Larini mostra come la soluzione del problema rifiuti passi per le buone pratiche e la RD, senza altre scorciatoie. Nel suo libro elenca tutti i motivi per cui neanche in un futuro lontano sarà possibile azzerare completamente la produzione di rifiuti. E spiega perché non è giusto considerare “più avanti di noi” i paesi del nord Europa che bruciano i nostri rifiuti, dimostrando come la “fame di rifiuti” sia invece una sconfitta, più che un progresso.

Anche il caso dell’impianto di incenerimento di Vienna, esposto in maniera dettagliata ed aggiornata, fornisce lo spunto per riflessioni di ordine strategico. Il vecchio impianto di Spittelau è sì ancora attivo ed effettivamente situato all’interno della città (è non è il solo), ma è anche vero che l’Austria è il paese europeo con il più alto tasso di RD e in cui si destina a recupero energetico una piccola frazione residuale. Non certo la “patria” dell’incenerimento, come taluni cercano di farla passare, quindi.

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Rifiuti, revisione direttiva europea. Terminata consultazione pubblica a metà settembre

di Giuseppe Miccoli

Nell’ambito dell’economia europea esiste “un potenziale non sfruttato”: sono i rifiuti che finiscono in discarica o che vengono inceneriti. Perciò la Commissione Europea ha deciso di introdurre nuovi e stringenti obiettivi in tema di prevenzione, riciclaggio e incenerimento. Per il Comitato delle regioni dell’UE (CdR) “entro il 2025, riciclaggio al 70%”. Per l’ACRplus l’Associazione delle Città e Regioni: “Favorevole alla messa al bando dell’incenerimento”

Nell’ambito dell’economia europea esiste “un potenziale non sfruttato”: sono i rifiuti che finiscono in discarica o che vengono inceneriti. Da qui l’esigenza da parte della Commissione Europea di introdurre nuovi e stringenti obiettivi europei in tema di prevenzione, riciclaggio e incenerimento. E’ per questo motivo che durante il periodo 2013-2014, si procederà a una revisione legislativa della attuale politica dei rifiuti. Si effettuerà anche una valutazione ex-post delle direttive tuttora vigenti comprese le modalità per migliorarne la coerenza. L’iter ha avuto inizio a giugno quando la Commissione europea ha disposto (per un periodo di quindici settimane) una consultazione pubblica sulla revisione degli obiettivi di gestione dei rifiuti. I risultati, che saranno pubblicati prossimamente sul sitohttp://ec.europa.eu/environment/, contribuiranno all’elaborazione di una nuova proposta legislativa. Erano attesi suggerimenti da parte di cittadini, imprese, Ong ed enti pubblici al fine di porre obiettivi sempre più ambiziosi alle amministrazioni pubbliche.

Ma qual è la situazione legislativa? Le normative europee attualmente in vigore sui rifiuti urbani, sulle discariche e sugli imballaggi, (rispettivamente Dir. 2008/98/CE, Dir. 1999/31/CE e la Dir. 94/62/CE) avevano posto una serie di obiettivi importanti sul riutilizzo e di riciclaggio dei rifiuti e di riduzione dello smaltimento nelle discariche, stabilendo ad esempio, che entro il 2020 dovessero essere riciclati o riutilizzati almeno il 50% dei rifiuti urbani e domestici e almeno il 70% dei rifiuti da costruzioni e demolizioni. Molti di questi obiettivi in particolare nel sud Italia, non sono ancora stati raggiunti. Un ritardo in parte dovuto ai bassi costi di smaltimento delle discariche. Ma la situazione è a macchia di leopardo. Nelle zone in cui è in funzione un impianto di selezione e trattamento dei rifiuti indifferenziati, il costo della filiera dell’indifferenziato è allineato alla media italiana e determina la convenienza a introdurre sistemi di raccolta differenziata porta a porta.

Eppure, come la Commissione ha indicato nella “Road map per l’efficienza delle risorse” del novembre 2011 [COM(2011) 571 final, ndr], esiste tuttora “nell’ambito dell’economia europea un potenziale non sfruttato”. Sono i rifiuti che finiscono in discarica o inceneriti. Secondo Eurostat, infatti, ogni anno in Europa si buttano 3 miliardi di tonnellate di rifiuti (di cui 90 milioni di tonnellate sono rifiuti pericolosi). Ogni cittadino europeo produce annualmente circa 6 tonnellate di rifiuti (in Italia la media 2013 per i soli rifiuti urbani è pari a circa 504 chili per abitante). Sebbene ad aumentare la media siano i rifiuti dei paesi dell’Est Europa, grandi produttori di rifiuti inerti che poi finiscono nelle discariche e nelle statistiche cittadine, è pur vero che è nelle città d’Europa occidentale che si gioca la partita più difficile, in cui si concentrano le materie “pregiate” che in genere finiscono negli inceneritori (plastica, carta e cartone, legno e rifiuti organici) e che possono essere interamente recuperate e riciclate. Ne è convinto ad esempio l’Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo.

“Brutta” aria per gli inceneritori. Durante la sessione plenaria del 3 e 4 luglio 2013, alla presenza del commissario europeo per l’Agricoltura Dacian Ciolo il Presidente del Comitato delle regioni dell’UE (CdR), Ramon Luis Valcárcel Siso e il membro del parlamento della comunità francese Michel Lebrun (BE/PPE), hanno presentato il parere sul tema “Il riesame degli obiettivi chiave dell’unione europea in materia di rifiuti” che invoca l’introduzione di un unico metodo per la contabilità dei rifiuti e propone di stabilire obiettivi più rigorosi in materia di gestione e di riciclaggio. Il comitato è favorevole a portare al 70% entro il 2025, l’obiettivo obbligatorio attuale in materia di riciclaggio dei rifiuti solidi urbani. In tema di incenerimento si propone “vietare l’incenerimento dei rifiuti riciclabili e organici entro il 2020, escludendo gli impianti che raggiungono alti livelli di efficienza attraverso la produzione di calore o la produzione combinata di calore ed elettricità, tenuto conto delle caratteristiche fisico-chimiche dei rifiuti”.

Posizioni ancora più restrittive, sullo stesso tema, le esprime l’ACRplus, l’Associazione delle Città e Regioni per il riciclaggio e la gestione sostenibile delle Risorse (ACR +) che non solo supporta “il parere adottato dal Comitato delle regioni dell’UE (CdR)”, ma “sottolinea il fatto che gli obiettivi sono essenziali nelle politiche dei rifiuti”. Per Acr+ l’Unione europea deve introdurre entro il 2020, l’obiettivo del 100% di raccolta differenziata porta a porta, obiettivi per il riciclaggio di materie plastiche del 70 % e per il vetro, metallo, carta , cartone e legno all’80 %. Ancora bisogna introdurre il divieto di discarica per tutti i rifiuti biodegradabili (umido e verde) e infine, “banning the incineration of recyclable waste (including biowaste) by 2020”: il divieto di incenerimento per tutti i rifiuti urbani.

tratto da Eco dalle Città

Analisi dei problemi del comparto del riciclo in Italia e proposte dell’Associazione dei Comuni Virtuosi

A cura di Ezio Orzes (Associazione nazionale Comuni Virtuosi) Raphael Rossi (Comitato Scientifico Osservatorio Rifiuti Zero Comune Capannori) e Attilio Tornavacca (Direttore ESPER)

La ESPER in gruppo di lavoro con l’Associazione Comuni Virtuosi ha elaborato uno studio, recentemente presentato a Roma, sullo stato di salute del comparto del riciclo in Italia che è basato anche su dati precedentemente diffusi da Legambiente e Polieco nel dossier “Mercati illegali”.
In questo articolo viene riportato uno stralcio di tale studio e del dossier di Legambiente che riguarda le criticità che anche il comparto industriale nazionale dedito al riciclaggio sta attualmente affrontando anche a causa del recente sviluppo dei traffici illeciti degli scarti da RD di rifiuti urbani.
L’industria italiana del riciclo, che era leader in Europa per quantità trattate e tecnologie sviluppate fino al 2007-2008, è stata infatti superata dall’industria tedesca poiché la Germania, che ha investito pesantemente nella creazione di una industria interna del riciclo, “ha compiuto il miracolo di trasformarsi da paese esportatore a paese importatore di materie prime seconde nonostante gli altissimi livelli di raccolta interna” secondo quanto riportato nel recente rapporto “Il riciclo ecoefficiente” edito da Ambiente Italia. Secondo tale studio “L’Italia ha da sempre rappresentato un caso peculiare nel contesto delle economie avanzate. Paese strutturalmente povero di materie prime, l’Italia aveva costruito una industria manifatturiera basata in maniera significativa sull’impiego di intermedi o di rottami e materiali di recupero”.

Negli ultimi anni l’Italia sta però assistendo, senza mettere in campo alcuna seria contromisura, ad una situazione paradossale: da un lato si assiste ad un enorme aumento delle esportazione (soprattutto in Cina) della plastica post-consumo e della carta da macero, dei rottami ferrosi, dei RAEE e dall’altro si assiste sempre più frequentemente alla chiusura delle cartiere che utilizzavano carta da macero e degli impianti di riciclaggio di materiali plastici e di rottami.
Per quanto riguarda la carta, ad esempio, negli ultimi anni hanno chiuso o hanno avviato procedure di delocalizzazione ben 10 delle venti maggiori cartiere nazionali che utilizzavano prevalentemente macero: Burgo Mantova, Reno de Medici Magenta, Cartiera di Romanello, Cartiera di Voghera, ICL Bagni di Lucca, Cartiere Romanello Udine, Cartiera Burgo Germagnano, Cartiera P-karton a Roccavione, Mondialcarta a Lucca, Cartiera Burgo di Avezzano. Molte altre sono in grave difficoltà e producono a ritmi ridotti quali ad esempio la Cartiera di Tivoli, Cartiera Bormida, Cartiera Reno de Medici di Santa Giustina, Cartiera Paper di Varazze e, recentemente, anche la Cartiera del Garda con oltre 500 dipendenti a rischio.
L’effetto sul mercato del macero è stata la scomparsa di oltre circa un milione di tonnellate all’anno di riciclo di macero delle quali oltre 400.000 circa di macero selezionato bianco. Nel nostro paese negli ultimi quattro anni hanno quindi chiuso più di 30 stabilimenti di produzione di carta. Sono stati così persi oltre 3.500 posti di lavoro senza considerare l’indotto (che vale circa altri 1500 posti di lavoro).

La crisi del settore del riciclo della carta e cartone da macero è legata sostanzialmente a fattori di dumping da parte dei mercati asiatici, i cui prodotti godono di condizioni estremamente favorevoli sia in termini di costo dell’energia che della manodopera ma anche a causa di una concorrenza europea che gode di prezzi energetici assai inferiori. Nella produzione di carta circa un terzo dei costi è imputabile all’energia. Il costo della bolletta energetica per l’industria cartaria italiana è rispettivamente del 26% e del 37% in più rispetto a quello francese e tedesco. Rispetto alla Cina (paese dove il costo della manodopera è pari a un quinto di quello europeo) il differenziale sul fronte energetico arriva al 103%. La Francia ha recentemente deciso di sostenere il consumo del macero entro i propri confini riducendo il costo dell’energia elettrica fornita alle cartiere anche se questa azione ha inizialmente suscitato la censura dell’UE. L’Agenzia Municipale per i Rifiuti Domestici che serve Parigi e altri 84 comuni dell’area metropolitana ha inoltre incluso nel contratto di vendita di carta e cartone recuperati una clausola di prossimità, che vincola l’assegnatario a effettuare o far effettuare il riciclo della carta e del cartone all’interno del territorio nazionale o nei paesi europei confinanti rispettando così le norma di tutela dei lavoratori e dell’ambiente europee. Anche il D.lgs 152/2006 stabilisce che si deve “favorire il più possibile il loro recupero privilegiando il principio di prossimità agli impianti di recupero” ma in Italia nessun provvedimento ha finora concretizzato tale norma.

Il mancato sostegno all’industria del riciclo, che invece in Europa (ed in Germania in particolare) viene considerato un obiettivo strategico per poter ridurre la dipendenza da paesi extra europei per l’approvvigionamento di materie prime, sta quindi determinando la progressiva scomparsa di un industria che era riuscita finora a renderci competitivi anche se l’Italia non poteva disporre delle grandi foreste o dei pozzi del petrolio del nord Europa. Nel 2012 l’Italia ha esportato circa 2 milioni di tonnellate di carta da macero verso i paesi asiatici e con la chiusura delle maggiori cartiere italiane la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente. Tali flussi sono diretti prevalentemente in Cina, che usa o stocca il 50% della carta da macero mondiale. Volumi enormi, che dettano le quotazioni del macero in Europa, con rincari a tre cifre. Alla prima ripresa della crisi, nel 2010, il prezzo del macero è passato dal più 140 % al più 250 % per le qualità meno pregiate, destinate alla produzione di imballaggi.
Anche per quanto riguarda il riciclo di materiali plastici ASSORIMAP evidenzia che negli ultimi anni hanno chiuso 8 delle 18 aziende che si occupavano del riciclo del PET in Italia e che la capacità di trattamento delle aziende rimaste viene saturata solo per il 70 % creando così un danno economico rilevante alla nostre imprese e la perdita continua di posti di lavoro.

Va rammentato che la Cina sovvenziona l’importazione di materie prime seconde con un rimborso totale dell’IVA. L’industria cartaria cinese ha inoltre potuto contare su enormi aiuti di Stato, stimati negli ultimi 10 anni in oltre 33 miliardi di dollari. Nel 2010 la Cina ha importato 3,7 milioni di rifiuti metallici dall’Europa e quindi è prevedibile che anche questo comparto potrebbe subire a breve un tracollo.
Secondo Legambiente negli ultimi anni sono cresciuti enormemente i traffici illegali di rifiuti da RD come dimostrano i dati dei sequestri effettuati negli ultimi due anni dall’Agenzia delle dogane nei nostri porti: quasi 20 mila tonnellate di scarti (per l’esattezza 18.800) destinati illegalmente all’estero, soprattutto plastica, carta e cartone, rottami ferrosi, pneumatici fuori uso (Pfu) e rifiuti elettrici ed elettronici (Raee). Nella figura a lato si possono visualizzare le principali destinazioni illustrate nel Dossier di Legambiente dal titolo “Mercati Illegali” pubblicato lo scorso 13 febbraio 2013.

L’azione di dumping operata dalla Cina, come già avvenuto in molti altri settore, sta quindi provocando la chiusura delle nostre imprese che non riescono più a competere con i prezzi che i cinesi possono riconoscere per i materiali di scarto. I maggiori guadagni incamerati attualmente dai Consorzi di filiera si trasformeranno però a breve un boccone avvelenato se si arriverà alla pressoché totale dipendenza italiana dai mercati asiatici per il ritiro dei materiali di scarto. A quel punto è facile prevedere che il dumping cesserà e ci si ritroverà a pagare costi di elevati senza dopo aver perso i posti di lavoro garantiti in precedenza dall’industria italiana del recupero e riciclo. Questa situazione drammatica delle aziende del riciclo italiane non ha infatti riguardato il Conai ed i relativi Consorzi di filiera che hanno invece tratto grandi benefici economici “dall’aumento delle quotazioni delle materie prime seconde”. Infatti il Conai ed i propri Consorzi di filiera non si sostengono solo anche attraverso la vendita dei materiali, anche all’estero, consegnati dai Comuni e, nel solo 2011, hanno incassato altri 226 milioni di euro nel 2011 così suddivisi:

Gli introiti totali del sistema Conai nel 2011 risultano quindi pari a 819 milioni di euro nel 2011 e quindi i circa 297 milioni circa riconosciuti ai Comuni italiani nel 2011 quale parziale rimborso dei costi per la RD degli imballaggi rappresentano circa il 37 % degli introiti totali del 2011. Il sistema Conai ha chiuso i propri bilanci con un utile di esercizio complessivo di 166 milioni di euro nel solo 2011 ed ha accumulato riserve per ben 317 milioni di euro nello stesso anno. Questi utili hanno consentito al sistema Conai di ridurre di un ulteriore 30 % l’importo del Contributo Ambientale Conai a carico delle imprese nel 2012 rispetto al 2011.
Non ci si deve quindi stupire se, a fronte di questa situazione drammatica per il comparto del riciclo, si assiste a proclami alquanto ottimistici da parte del Conai che, a chi a perso il proprio posto di lavoro nel settore del riciclo o ha dovuto chiudere la propria azienda, possono comprensibilmente apparire quasi uno beffa. Lo scorso 6 novembre il Corriere della Sera titolava, riferendosi al Conai, “Un successo che non conosce crisi” evidenziando gli “Ottimi risultati di crescita e occupazione ottenuti dal Conai… un risultato in controtendenza rispetto alla decrescita del PIL del paese”. Secondo uno studio commissionato dal Conai ad Althesys “Nel 2011 il fatturato dell’industria del riciclo è stato pari a 9,5 miliardi di euro, contribuendo per lo 0,61% al PIL nazionale, con una crescita del 7% rispetto al 2010… Un risultato in cui ha svolto un ruolo fondamentale il Conai”. Tutto a posto allora, di cosa ci si dovrebbe preoccupare?

Questi dati sono stati però subito messi sotto accusa dalle Associazioni che rappresentano i riciclatori (ad esempio da parte di ASSORIMAP nei confronti delle statistiche presentata da Corepla) e, in precedenza, dall’ANCI che nell’audizione del 12 luglio 2007, aveva affermato che i “..dati sul recupero (e, conseguentemente, sul raggiungimento degli obiettivi) sono di fonte CONAI, per cui si è di fronte a un soggetto privato che svolge un ruolo pubblicistico e opera autonomamente senza essere soggetto a controlli particolari. Per tale motivo l’ANCI auspica che vi sia un qualche osservatorio, o un soggetto terzo, che verifichi la validità di tali dati”.
L’ISPRA, quale ente governativo di controllo e monitoraggio dei dati del Conai, ha in effetti recentemente affermato che a causa “dell’incompleta e parziale informazione fornita dal Consorzio Conai… l’ISPRA non è in grado di monitorare in maniera efficace il ciclo di gestione dei rifiuti di imballaggio, validando i dati trasmessi dal CONAI, e soprattutto di verificare il raggiungimento degli obiettivi di riciclaggio fissati, oltre che dalla direttiva 94/62/CE, anche dall’articolo 11 della direttiva 2008/98/CE” (Fonte: pag. 369 del Rapporto rifiuti ISPRA 2013).

Il recentissimo “Green book sulle materie plastiche” pubblicato dalla Commissione europea evidenzia la necessità di estendere in tutti i paesi membri il cauzionamento delle bottiglie e flaconi poiché “Tassi di riciclaggio bassi e l’esportazione di rifiuti di plastica per il successivo trattamento in paesi terzi rappresentano un’importante perdita di risorse non rinnovabili e di posti di lavoro in Europa…”. Secondo la commissione la piena attuazione della normativa Ue sui rifiuti consentirebbe invece di risparmiare 72 miliardi di euro l’anno, di aumentare il fatturato annuo della UE di 42 miliardi di euro nel settore della gestione e del riciclaggio dei rifiuti e di creare oltre 400mila posti di lavoro entro il 2020.
Le direttive comunitarie stabiliscono infatti la necessità di dar vita ad una “società europea del riciclaggio” ma per farlo realmente, anche secondo ASSOCARTA, è necessaria conferire il materiale recuperato preferibilmente alle aziende presenti sui  territorio vicine al luogo di raccolta.
In Europa altri paesi oltre la Germania hanno quindi cominciato a limitare l’export in Asia sostenendo l’industria europea del riciclo: dal 29 novembre 2012 aziende e Comuni spagnoli possono vincolare il conferimento dei propri rifiuti al riciclo “made in Europa”. Va poi considerato che la trasmissione Report ha recentemente fatto luce sui rischi determinati dall’importazione in Italia di giocattoli in plastica riciclata cinese prodotti, senza alcun controllo, con scarti plastici e teli agricoli impregnati di residui chimici pericolosi. Queste notizie, che allarmano i cittadini e rischiano di far considerare assurdi e/o contraddittori gli sforzi compiuti dagli enti locali per convincere gli utenti della necessità di differenziare i propri rifiuti, fanno comprendere che non si può rimandare oltre l’avvio di iniziative che possano garantire la non pericolosità dei materiali riciclati e l’effettivo riciclo dei materiali differenziati in contesti dove le condizioni di lavoro sono controllate e dignitose.
Se poi, come deciso in Spagna ed in Francia, venisse sostenuto il riciclaggio di prossimità si risparmierebbero enormi quantità di gas climalteranti per i minori trasporti e si potrebbero garantire nuovi posti di lavoro qualificati aumentando la domanda interna di prodotti riciclati sul modello di quanto attuato con il progetto “Remade in Italy” o il progetto “Ri-prodotti e ri-acquistati in Toscana”.
Andrebbe infatti rammentato che la Direttiva 12/2004 prevede che «I rifiuti di imballaggio esportati al di fuori della CE siano contabilizzati come rifiuti recuperati o riciclati soltanto in presenza di prove attendibili che il recupero e/o riciclaggio ha avuto luogo in condizioni complessivamente equivalenti a quelle stabilite dalla pertinente legislazione comunitaria». Se si applicasse realmente questo principio ai dati delle quote di imballaggi recuperati dal Conai andrebbero sicuramente detratti ingenti flussi di imballaggi ceduti ad utilizzatori extra europei.
Di seguito vengono quindi riepilogate sinteticamente le proposte di cui l’Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi intende farsi portavoce per affrontare questa situazione:

  1. Considerato che il volume di acquisti della pubblica amministrazione in Italia vale 130 miliardi di euro annui, introducendo misure che rendano obbligatorio di convertire almeno il 30 % di questi in acquisti verdi e prodotti a km zero – come indicato dalla Commissione europea quale obiettivo che doveva essere raggiunto già nel 2009 – significherebbe muovere in questa direzione 40 miliardi di euro l’anno.
  2. Si richiede di annullare l’obbligo per i comuni di cedere la proprietà dei materiali da RD al sistema Conai in cambio del parziale rimborso dei costi di raccolta. Come stabilito in Francia si dovrebbe invece lasciare in capo ai Comuni il diritto di scegliere a quali Consorzi autorizzati rivolgersi (in Francia per la plastica ne esistono ben otto) per ottenere le migliori condizioni di cessione che dovrebbero inoltre essere vincolate al rispetto del principio di prossimità (per evitare di generare enormi quantità di emissioni climalteranti nella fase di trasporto in Asia) ed alla verifica del rispetto della norme europee relative alla tutela dei lavoro e dell’ambiente.
  3. In ottemperanza alla gerarchia di gestione stabilita a livello europeo e nazionale, si chiede che le risorse dei Consorzi di filiera siano destinate unicamente alla RD ed al riciclo di materia e non vengono quindi più distolte a favore dell’incenerimento dei materiali raccolti in modo differenziato anche in considerazione del consolidamento di esperienze nazionali che dimostrano la convenienza e la fattibilità di tecniche alternative di riciclo (ad es. in Toscana o in Veneto). Questa esigenza imprescindibile deriva anche dalla necessità di sconfessare chi sostiene che le RD spinte e di qualità siano inutili poiché quanto raccolto (in particolare le plastiche) viene in larga misura bruciato e non riciclato;
  4. L’Italia dovrebbe introdurre una sistema di reale incentivazione dei prodotti realizzati con materiali riciclati e a “km zero” anche attraverso l’introduzione di meccanismi premiali mediante la riconversione dei CIP6 e dei Certificati Verdi da incentivi per ridurre il costo del recupero energetico (che l’Unione Europea ha censurato poiché in contrasto con la gerarchia europea di gestione dei rifiuti) a incentivi per sostenere il riciclaggio ed il compostaggio in proporzione al risparmio di emissioni climalteranti effettivamente garantito.

Di seguito vengono quindi riportate le proposte di Legambiente per risolvere le problematiche precedentemente esposte che integrano e completano quelle summenzionate dell’ACV:

  1. rafforzare e semplificare il quadro sanzionatorio in materia di tutela penale dell’ambiente, per esempio attraverso l’introduzione nel Codice penale italiano di specifici delitti (dall’inquinamento al disastro ambientale) sulla falsariga di quanto previsto dalla direttiva comunitaria 2008/99/CE e da diversi disegni di legge d’iniziativa parlamentare;
  2. rendere pienamente operativa la nuova classificazione del delitto di attività organizzata di traffico illecito di rifiuti;
  3. prevedere, come per tutti gli altri delitti di competenza delle Procure distrettuali antimafia, l’utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali in presenza di sufficienti indizi di reato, e non gravi com’è attualmente, e prolungando fino a un anno i termini per le indagini preliminari;
  4. ricostituire, anche nella prossima legislatura, la Commissione bicamerale di inchiesta sul Ciclo dei rifiuti e le attività illecite a esso connesse;
  5. migliorare la collaborazione tra gli Stati, soprattutto in materia di controlli e prevenzione, rafforzando il ruolo degli organismi internazionali, sia europei (Europol, Eurojust) che internazionali (Interpol), nonché l’interlocuzione con le associazioni non governative e i vari stakeholders.

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Assorimap racconta la crisi del riciclo delle plastiche

di Giuseppe Iasparra

Corrado Dentis, parte spiegando la struttura del settore delle plastiche riciclate che è strutturato in due grandi aree: la parte del pre-consumo e la parte del post-consumo. «La prima riguarda le aziende che riciclano gli scarti industriali. Sono le più numerose (150 in Italia). Si tratta solitamente di microimprese, artigianali e industriali, che lavorano per lo più ritirando gli scarti dell’ industria che derivano dalla produzione di polimeri o residuali dalla fabbricazione di manufatti e imballaggi. Il riciclo in Italia ha sempre rappresentato, fin dagli anni ’60, un’eccellenza a livello europeo, attualmente però risente della congiuntura negativa: ci sono aziende produttrici che chiudono e ciò si riflette in modo negativo sull’industria di trasformazione causando una significativa contrazione dei volumi disponibili anche per l’industria del riciclo, tutto ciò determinando un impoverimento per il mercato nazionale. L’insufficienza dei volumi inoltre crea l’effetto boomerang: i prezzi a cui vengono ceduti questi materiali diventano più alti. Per quanto riguarda invece l’area del post-consumo – continua il presidente di Assorimap – si tratta di un comparto più recente che nasce con l’avvio delle raccolte differenziate in Italia negli anni ’90. Questo settore è costituito da una cinquantina di piccole e medie imprese».

La crisi del riciclo del PET
All’interno del settore post-consumo c’è un comparto in difficoltà. «Il settore del PET – spiega Corrado Dentis – negli ultimi anni ha visto calare da 18 a 11 il numero di imprese in Italia. Quello che deve far riflettere a mio avviso è il fatto che dovrebbe essere un settore trainante all’interno dell’emergente green economy. Invece oggi queste industrie sono fortemente investite dalla crisi». Quali sono le cause? «Da un lato – continua il presidente di Assorimap – non possiamo prescindere da quei fattori di crisi che investono le imprese manifatturiere. In primis i costi energetici che in Italia sono superiori rispetto agli altri Paesi. In secondo luogo il problema degli approvvigionamenti: il nostro sistema ha una capacità installata importante che, soprattutto nel post-consumo, non viene soddisfatta. Le raccolte differenziate crescono lentamente e siamo costretti ad importare rifiuti dall’estero per approvvigionarci. In questo quadro incidono negativamente anche i volumi che sovente partono dall’Italia in maniera impropria (come evidenziato da alcune inchieste giornalistiche)».

Assorimap lamenta la mancanza di un “libero mercato interno”
Secondo i dati Corepla, tuttavia, la raccolta differenziata di rifiuti di imballaggi in plastica è in crescita. “Come mai i flussi Corepla non finiscono a voi” abbiamo chiesto ad Assorimap? «Corepla – spiega Corrado Dentis – va ad alloccare questi volumi con aste telematiche europee. E così in un contesto italiano difficile si aggiunge un confronto europeo. Accade, ad esempio, che il riciclatore tedesco si accrediti agli acquisti per via telematica con Corepla e compete con noi». Assorimap lamenta la mancanza di un “libero mercato interno” rispetto agli altri Paesi. «Corepla – sottolinea Corrado Dentis – svolge in assoluto monopolio un ruolo che svolgono nel medesimo modo 18 consorzi in Francia piuttosto che 11 in Germania. Quello che noi lamentiamo è che non ci sia reciprocità: i nostri colleghi riciclatori della plastica europei si trovano davanti a diverse alternative sul mercato interno ma noi, in Italia, o partecipiamo alle aste di Corepla oppure rimaniamo senza quel prodotto lì. E mentre Corepla vende a tutti i riciclatori fuori dall’Italia, nel nostro Paese possiamo comprare solo da uno». Perche non andare a comprare fuori? «All’estero possiamo andarci anche noi – aggiunge il presidente di Assorimap – ma come ho già detto, noi ci andiamo con delle logiche e dinamiche appesantite dai costi del sistema Italia. E a tutto ciò aggiungiamo un ulteriore onere costuito dalla mancanza di un libero mercato interno».

Cosa fare per migliorare la situazione?
Corrado Dentis propone il “riciclo a km0”. «Siamo sempre stati forieri – spiega il presidente di Assorimap – nel proporre le cosiddette “filiere corte” sul territorio. Parecchi riciclatori italiani hanno tentato e cercano di dare importanti segnali in questo senso». Queste sinergie potrebbero avere ricadute positive anche sul lato occupazionale, ricorda il presidente di Assorimap: «La filiera del riciclo, soprattutto nel post-consumo, interessa una pluralità non trascurabile di soggetti. Parliamo di un settore che può dare, qualora si riuscisse a promuoverlo adegutamente, decine di migliaia di nuovi posti di lavoro in Italia». In questo senso, Corrado Dentis pensa «alle raccolte differenziate che potrebbero essere incrementate sul territorio, alla selezione delle plastiche, fino alla creazione di nuove tecnologie per migliorare sempre di più la valorizzazione dei rifiuti di imballaggi in plastica. Affinché il riciclo possa continuare a rappresentare una risorsa sempre più importantesia dal punto di vista ambientale che occupazionale – conclude Corrado Dentis – occorre continuare ad investire in ricerca e sviluppo senza tuttavia tralasciare l’aspetto della prevenzione. Un imballaggio è tanto più riciclabile quanto più costituito da matrici polimeriche omogenee.

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