‘Una nuova vita per le plastiche dure’

Sul numero di luglio di ‘Formiche’ un contributo del presidente del Cnr Massimo Inguscio sul progetto ‘Plasmare’, condotto dall’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) e l’Istituto sull’inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr in collaborazione con Esper, che ha l’obiettivo di individuare un percorso di riciclo, riutilizzo e valorizzazione delle plastiche dure.

Le plastiche dure non rientrano nelle categorie già servite dai consorzi di filiera e non sono pertanto riciclate, con un conseguente incremento del quantitativo di rifiuti indifferenziati. Il progetto ‘Plasmare’ (Plastiche per nuovi materiali mediante un riciclo ecosostenibili), coordinato da Gabriella Di Carlo del Cnr-Ismn è finalizzato a favorire l’identificazione di processi ecosostenibili per la gestione e il trattamento di rifiuti costituiti da plastiche dure, al fine di ridurre il loro impatto sull’ambiente e promuovere l’ecodesign di nuovi prodotti: “Bisogna lavorare per alleggerire la frazione di rifiuto indifferenziato (plastiche dure) che grava sulle discariche, permettendo di recuperare preziose risorse che possono essere sfruttate a livello industriale in nuovi cicli produttivi”.

Articolo del Presidente Cnr Massimo Inguscio tratto dal periodico Formiche.net, numero di Luglio 2018

Le plastiche dure non rientrano nelle categorie già servite dai consorzi di filiera e non sono pertanto riciclate, con un conseguente incremento del quantitativo di rifiuti indifferenziati. Con il progetto Plasmare si sta individuando un percorso di riciclo, riutilizzo e valorizzazione delle plastiche dure che permetta di ottimizzarne il ciclo di vita.

Il crescente consumo di materiali plastici sta avendo negli ultimi anni un impatto sempre più devastante sull’ambiente. Per contrastare tale fenomeno, è necessaria la pianificazione di azioni di intervento che agiscano a diversi livelli: dalla sensibilizzazione dei cittadini, allo scopo di limitare la dispersione incontrollata di rifiuti plastici nell’ambiente, all’ottimizzazione dei pro- cessi di riciclo e riutilizzo dei rifiuti plastici. Una particolare attenzione deve essere rivolta alle plastiche dure che ad oggi non rientrano nelle categorie già servite dai consorzi di filiera e non sono pertanto riciclate con un conseguente incremento del quantitativo di rifiuti indifferenziati.

Sulla base di tali considerazioni, l’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) e l’Istituto sull’inquinamento atmosferico (Iia) del Consiglio nazionale delle ricerche in coordinazione con l’Ente di studio per la pianificazione ecosostenibile dei rifiuti (Esper), hanno collaborato all’ideazione e presentazione del progetto Plasmare (Plastiche per nuovi materiali mediante un riciclo ecosostenibili), coordinato da Gabriella Di Carlo del Cnr-Ismn. Si tratta di un progetto finalizzato a favorire l’identificazione di processi ecosostenibili per la gestione e il trattamento di rifiuti costituiti da plastiche dure, al fine di ridurre il loro impatto sull’ambiente e promuovere l’ecodesign di nuovi pro- dotti. L’obiettivo è l’individuazione di un percorso di riciclo, riutilizzo e valorizzazione delle plastiche dure che permetta di ottimizzarne il ciclo di vita.

Affinché ciò avvenga, è necessario sviluppare e potenziare il riutilizzo delle materie prime seconde derivanti da plastiche dure post-consumo in nuovi cicli produttivi – a integrazione delle materie prime vergini – promuovendo lo sviluppo di una dedicata filiera di gestione, sostenibile anche dal punto di vista economico. Ad oggi, uno dei principali limiti al riciclo delle plastiche dure, oltre all’eterogeneità dei materiali presenti, e all’elevato costo dei processi di trattamento, è che esse non rientrano tra gli imballaggi. Per fare fronte a tali esigenze, Plasmare si propone in una prima fase di individuare le tecnologie più efficaci per il riciclo delle plastiche dure post-consumo, attraverso contatti e sopralluoghi presso i diversi impianti che già si occupano del trattamento dei rifiuti plastici (mediante meccanismi di selezione, lavaggio, stampaggio, ecc.) al fine di conoscere da vicino le metodologie ad oggi disponibili e le potenzialità future.

Nelle fasi successive, saranno svolte attività di sviluppo sperimentale che permette- ranno di ottimizzare le metodologie selezionate per il trattamento dei rifiuti; verrà esaminata la possibilità di migliorare il processo di riciclo intervenendo nella fase di separazione con la messa a punto di un sistema su scala di laboratorio; verrà valutato il ciclo di vita mediante metodo Life cycle assessment (Lca) e l’efficienza dell’intero processo di trasformazione, nonché la potenzialità di mercato del prodotto.

Il progetto prevede, inoltre, una serie di iniziative finalizzate alla diffusione dei risultati ottenuti e delle tecnologie sviluppate tramite il coinvolgimento di Comuni, come ad esempio l’Associazione comuni virtuosi, aziende e associazioni di categoria interessa- te. Plasmare costituisce una valida opportunità per alleggerire la frazione di rifiuto indifferenziato che grava sulle discariche, permettendo, inoltre, di recuperare preziose risorse che possano essere sfruttate a livello industriale in nuovi cicli produttivi.

Ispra, cresce la produzione di rifiuti speciali, ma nel riciclo siamo tra i primi in Europa

Il rapporto evidenzia che i rifiuti speciali sono quattro volte superiori a quelli urbani. Oltre 3 milioni di tonnellate vanno all’estero

Continua ad aumentare in Italia la produzione di rifiuti speciali (+2%,) ma anche il riciclo che tocca quota 65%. Lo evidenzia l’ultimo rapporto di Ispra, con dati risalenti al 2016.
Se i dati mostrano un buon lavoro sul fronte del riciclo, occorre investire di più su quello della “prevenzione” dei rifiuti speciali. Se ne producono ancora troppi e l’Italia è lontana dall’obiettivo fissato dal Programma Nazionale di Prevenzione del 2013, che prevede al 2020 una riduzione del 5% nella produzione dei “non pericolosi” e del 10% per i pericolosi, calcolati per unità di Pil al 2010.

I rifiuti speciali, generati da attività produttive, commerciali e di servizio, sono per quantità oltre quattro volte superiori a quelli urbani (135 milioni di tonnellate nel 2016 a fronte di oltre 30 milioni di tonnellate degli urbani). A crescere in modo particolare nel 2016 è stata la categoria dei “pericolosi”, che con oltre 9,6 milioni di tonnellate segna un +5,6% rispetto al 2015; più contenuto l’aumento dei “non pericolosi”, che arrivano a 125 milioni di tonnellate (+1,7%). Tra i rifiuti speciali, quelli del settore delle costruzioni e demolizioni costituiscono uno dei flussi più importanti in termini quantitativi: con oltre 54,8 milioni di tonnellate, rappresentano il 40,6% dei rifiuti speciali, seguiti da quelli prodotti dalle attività di trattamento dei rifiuti e di risanamento (27,2%) e dal settore manifatturiero (20,7%). La Lombardia è la regione che produce più rifiuti speciali: 29,4 milioni di tonnellate, pari al 21,8% del totale nel 2016.

La buona performance italiana sul fronte del riciclo si conferma nei dati di gestione dei rifiuti non pericolosi, dove la principale attività è il recupero di materia (89,4 milioni di tonnellate) nell’ambito del quale la forma prevalente è quello delle sostanze inorganiche (52,2 milioni di tonnellate). La performance può essere ulteriormente migliorata con un incremento quali-quantitativo del riciclaggio, anche attraverso la definizione di criteri end-of-waste, per esempio per i rifiuti da costruzione e demolizione, in linea con i principi dell’economia circolare. Il riciclaggio di qualità consente, infatti, di reimmettere materiali nei cicli produttivi, riducendo al contempo il ricorso allo smaltimento, in particolare a quello in discarica. Per quest’ultimo si registra un aumento del 7,9% (887 mila tonnellate) rispetto al 2015, a fronte di una progressiva diminuzione del numero totale delle discariche operative, che passano da 392 nel 2014 a 350 nel 2016.

Nel 2016 la quantità totale di rifiuti speciali esportata all’estero, pressoché stabile rispetto al 2015, è pari a 3,1 milioni di tonnellate, di cui 2,1 milioni di tonnellate sono non pericolosi e 1 milione di tonnellate sono pericolosi; in particolare, tali rifiuti provengono da impianti di trattamento dei rifiuti e sono inviati principalmente in Germania. I rifiuti speciali importati da altri Paesi, per la maggior parte metallici, aumentano dello 0,9% e provengono soprattutto da Germania, Austria e Ungheria.
Sono pari a 352mila tonnellate i rifiuti contenenti amianto prodotti in Italia nel 2016, costituiti per il 93,5% da materiali da costruzione contenenti amianto. La forma di smaltimento prevalente per quest’ultima tipologia di rifiuti pericolosi rimane la discarica (85,5% del totale gestito). Un quantitativo rilevante (circa 118 mila tonnellate) viene esportato in Germania.
Disponibili online tutti i dati sulla produzione e gestione (riciclo, recupero e smaltimento) dei rifiuti speciali in Italia, aggiornati al 2016, nelle singole regioni. Quest’anno sono state inserite anche le informazioni sugli impianti di trattamento, divisi per tipologia, e la produzione di rifiuti per attività economica.

Link al Rapporto Rifiuti Speciali: http://www.isprambiente.gov.it/it/events/rapporto-rifiuti-speciali-edizione-2018

Fonte: E-Gazette

Tra norme e sentenze confuse l’Italia frena sul recupero dei rifiuti

Tempi duri si annunciano per il riciclo dei rifiuti. Mentre l’Europa approva nuove direttive che spingono l’economia circolare, in Italia due recenti interventi stanno mettendo a dura prova gli impianti di recupero.

Una controversa sentenza del Consiglio di Stato, la n. 1229 del 28 febbraio 2018, ha stabilito che solo lo Stato può regolamentare i casi in cui i rifiuti cessano di essere tali e diventano “prodotti” da rivendere sul mercato, cosiddetto “end of waste” (fine del rifiuto). I giudici amministrativi, interpretando in maniera restrittiva l’art. 6 della direttiva 98/2008/Ce e l’art 184-ter del D.lvo 152/06, hanno stabilito che “il destinatario del potere di determinare la cessazione della qualifica di rifiuto è, per la Direttiva, lo Stato, la stessa Direttiva Ue non riconosce il potere di valutazione caso per caso ad enti e/o organizzazioni interne allo Stato”, interrompendo così una prassi che vedeva nelle autorizzazioni regionali/provinciali la regolamentazione di questo “caso per caso” che favoriva l’economia circolare.

Fatta eccezione per i pochissimi regolamenti comunitari, fino ad oggi sono state infatti queste autorizzazioni a prevedere che i rifiuti – attraverso un’operazione di recupero, cioè una trasformazione – possano diventare prodotti, se rispettano alcuni criteri, quali essere comunemente utilizzati per scopi specifici e avere un mercato, quindi una domanda.

Con la pronuncia del Consiglio di Stato tutto ciò non sarà più possibile allo scadere degli attuali titoli autorizzativi, sconfessando anche il ministero dell’Ambiente che nel 2016 aveva riconosciuto questa possibilità ai provvedimenti regionali, dopo essersi confrontato con la Commissione Ue.

Ciò rappresenta, oltre che un freno allo sviluppo dell’economia circolare, anche un danno economico per gli impianti. La categoria ha già lanciato il suo grido di allarme: Unicircular (l’Unione delle imprese dell’economia circolare) lamenta che “l’impossibilità per gli impianti di riciclo di trasformare i flussi di rifiuti non ancora regolamentati in ‘end of waste’ limiterà drasticamente gli sbocchi di mercato, provocando il blocco dei ritiri di migliaia di tonnellate di rifiuti da parte degli stessi impianti”.

Anche le Regioni hanno preso posizione. Il documento approvato nella Conferenza del 19 aprile riconosce che il principio dell’end of waste è stato alla base di molte autorizzazioni regionali e ha permesso di conseguire importanti risultati nel recupero rifiuti ma dopo questa sentenza “rilevanti e negative conseguenze si avrebbero sul ciclo dei rifiuti e sui costi degli operatori già autorizzati”. Da qui la richiesta al governo di modificare l’art. 184-ter aggiungendo un comma che preveda che “fino alla data di entrata in vigore del relativo decreto, i criteri specifici possono essere stabiliti dalle Regioni e dalle Province autonome  per il singolo caso”.

L’altro intervento che rischia di rallentare la corretta gestione del ciclo dei rifiuti viene dal ministero dell’Ambiente ed è una circolare, la n. 4064, recante linee guida per gli stoccaggi negli impianti di gestione rifiuti per la prevenzione dei rischi, al momento l’unica risposta per fronteggiare l’emergenza roghi che ha già colpito molti impianti in tutto il Paese. La circolare si traduce però in un elenco di adempimenti, alcuni già esistenti altri nuovi, che appesantiscono ulteriormente il settore, già ingessato nella palude della burocrazia e di una legislazione troppo rigida.

Essa prevede ad esempio l’estensione delle garanzie finanziarie anche agli impianti che operano in semplificata, cosa ad oggi non prevista in molte regioni, adeguata ventilazione degli ambienti e limite di altezza dei cumuli nonché limiti temporali allo stoccaggio. Il documento richiama in gran parte gli aspetti tecnico-operativi già esistenti della gestione dei rifiuti; accanto a questi, alcuni accorgimenti per prevenire il rischio incendi, come dispositivi antincendio adeguati, controlli, videosorveglianza h24, sistemi di rilevazione e allarmi, impianti idrici. Poco chiara poi la previsione che il direttore tecnico debba essere “sempre presente”, previsione che andrebbe meglio esplicitata, per’altro confondendo questa figura con il responsabile tecnico.

La circolare prevede infatti che il direttore tecnico debba avere i requisiti che la legge (Dm 120/2014) attribuisce alla figura del responsabile tecnico, ma quest’ultimo è previsto solo per le imprese tenute ad iscriversi all’Albo gestori ambientali, cosa che non vale per gli impianti. Anche questo passaggio dunque meriterebbe un chiarimento ma intanto ha già messo in allarme i gestori che, alle prese con il susseguirsi di incendi anche dolosi avrebbero avuto bisogno forse di qualcos’altro.

Fonte: Arcangelo Brancaccio  per Greenreport.it

Carta e bioplastica, nuova frontiera packaging cibo

Uno si sforza di comprare cibo buono e sano, magari pure biologico. Ma poi, questo cibo è quasi sempre confezionato in pellicole o retine di plastica, vassoi di polistirolo o polietilene, scatolette di metallo. Tutti imballaggi che spesso non vengono riciclati e finiscono per inquinare l’ambiente. Per questo, la nuova frontiera del settore alimentare è il packaging compostabile: imballaggi di carta e bioplastiche, altamente biodegradabili, che possano essere smaltiti come rifiuti organici insieme agli scarti alimentari.

“Negli ultimi anni le aziende hanno lavorato per dare agli imballaggi di carta le stesse performance della plastica – spiega Eliana Farotto, responsabile ricerca del Comieco, il consorzio delle aziende italiane che riciclano questo materiale -. La soluzione è l’accoppiamento della carta con le bioplastiche. Così il packaging può essere smaltito col cartone o, se sporco, con i rifiuti organici”.
Il problema degli imballaggi inquinanti è diventato ancora più grave con la diffusione delle consegne di pasti a domicilio (i servizi di aziende come Foodora o Deliveroo). I bidoni della plastica delle famiglie italiane, già pieni di packaging dei supermarket, si sono saturati con una marea di piatti, vassoi, bottigliette e contenitori portati dai “rider”.

Il nostro paese ricicla solo il 50% della plastica (la media Ue è ancora peggiore, 35%). Il resto viene bruciato nei termovalorizzatori (al Nord) o va in discarica (al Sud). Ma una parte finisce direttamente nell’ambiente.
Per evitare questi problemi, l’industria ha trovato diverse soluzioni: vassoi in carta con film esterno in bioplastica (soprattutto per l’ortofrutta), vassoi in carta accoppiata a bioplastica con film esterno in bioplastica (per la carne), confezioni interamente in bioplastica (per l’insalata in busta).

Queste soluzioni si stanno diffondendo soprattutto nei negozi bio. Le gelaterie Grom offrono già coppette compostabili. Tetra Pak, il colosso svedese dei cartocci per bevande, ha annunciato che entro la fine dell’anno metterà in commercio cannucce biodegradabili. E poi ci sono i cartoni per l’ortofrutta che rilasciano oli vegetali che contrastano la marcescenza, evitando l’uso di conservanti.

“I costi di questi materiali naturalmente sono maggiori – spiega Farotto -. Il problema è il passaggio a una dimensione industriale, che permetterebbe economie di scala e quindi prezzi inferiori. Noi italiani siamo viziati da packaging monouso e acqua in bottiglia. Ma noi di Comieco crediamo che i consumatori siano sempre più attenti ai temi ambientali, e chiedano ormai azioni concrete in questa direzione. Più che imposizioni per legge, serve educazione per i cittadini”.

Fonte: ANSA

Il Tar rinvia alla Corte europea il decreto inceneritori

Dubbi sull’articolo 35 dello Sblocca Italia per la valutazione ambientale strategica e sul ruolo dato all’incenerimento rispetto a riuso e riciclo

Il decreto Sblocca Italia del 2014 e il conseguente decreto attuativo del 2017 che propone impianti di ricupero energetico nel Centro e nel Mezzogiorno è stato esaminato dal Tar Lazio, il quale si è rivolto con un’ordinanza alla Corte europea di giustizia per chiedere se la normativa viola le normative comunitarie sulla gerarchia nella gestione dei rifiuti e sulla Valutazione ambientale strategica.
I giudici romani hanno infatti depositato una dettagliata ordinanza in relazione al ricorso depositato da due associazioni antimpianti, Vas (Verdi Ambiente Società) e Movimento Legge Rifiuti Zero per l’Economia Circolare, le quali chiedevano l’annullamento del decreto attuativo Dpcm del 10 agosto 2017 che attua l’articolo 35 della Legge 133/2014 (decreto Sblocca Italia).
Il decreto del 2014 e la sua conversione in legge, e poi il decreto attuativo del 2017, avevano osservato che in Nord Italia il ciclo dei rifiuti è ben gestito dalla raccolta differenziata al riciclo fino all’incenerimento con ricupero di energia per la frazione non ricuperabile diversamente, ma nel Centro Italia e nel Sud c’è una gravissima mancanza di impianti, come nel caso di Roma, della Sicilia e di altre parti del Paese.
Per questo motivo, individuata la carenza di impianti, i decreti ne proponevano la realizzazione.
Il ricorso delle due associazioni anti-impianti è stato esaminato dai giudici amministrativi, i quali hanno valutato come fondate due osservazioni iniziali e si sono domandati: i decreti sono coerenti con la normativa europea sulla gerarchia di gestione dei rifiuti e sulla procedura di valutazione ambientale strategica?
In sintesi, la direttiva comunitaria mette al primo posto la riduzione, al secondo il riuso, al terzo il riciclo e solo al quarto l’incenerimento; perché il governo fa diventare strategici solo gli inceneritori e non gli altri impianti utili per riuso e riciclo?
Il Tar scrive che l’articolo 35 della Legge 133/2014 gli inceneritori sono definiti “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale, che attuano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati e che garantiscono la sicurezza nazionale nell’autosufficienza”, ma aggiungono che “una simile qualificazione non è stata parimenti riconosciuta dal legislatore interno agli impianti volti al trattamento dei rifiuti a fini di riciclo e riuso, pur essendo tali due modalità preminenti nella gerarchia dei rifiuti di cui alla richiamata direttiva”.
Secondo i parlamentari del Movimento 5 Stelle di Camera e Senato Salvatore Micillo, Alberto Zolezzi, Paola Nugnes e Vilma Moronese le regole dello Sblocca Italia sono “norme che contrastano con la gerarchia d’intervento comunitario in materia di rifiuti che vede riduzione, recupero di materia e riciclo come interventi prioritari rispetto all’incenerimento di rifiuti”

Fonte: E-Gazette

La bellezza del riciclo

Ogni giorno nel mondo, le persone generano un volume di rifiuti che pesa più o meno quanto un milione di elefanti. Ed entro il 2050, se le cose non dovessero cambiare, ci ritroveremmo con mari dove la plastica supera per numero i pesci presenti. Il fotografo belga Paul Bulteel  ha deciso di avvicinarsi alla questione con uno sguardo nuovo, spinto forse dall’aver vissuto in una regione che sembra aver affrontato con successo il problema dei rifiuti.

Il Belgio vanta infatti uno dei più alti tassi di riciclo nel mondo: l’ottanta per cento degli imballaggi sono recuperati e trasformati in nuovi materiali riutilizzabili. Ecco perché per il suo libro di fotografie, “Cycle & Recycle”, Bulteel ha voluto visitare alcuni impianti di riciclaggio in Belgio, Lussemburgo, Germania, Paesi Bassi e Francia. L’obiettivo non era tanto documentare i “volumi e varietà di flussi di rifiuti”, elemento già esplorato da artisti e fotografi, quanto illustrare e incoraggiare gli sforzi “di riciclare i rifiuti su una scala senza precedenti.”

Anche se il termine “riciclo” è familiare, sono in pochi a potersi formare un’immagine mentale di ciò che questa pratica in realtà comporti. Bulteel ha deciso così di assumersi questo compito in una serie di sorprendente e di scatti che illustrano ciò che accade quando la nostra carta, plastica, metallo, vetro, elettrodomestici o abbigliamento sono trasformati in qualcosa di nuovo. La maggior parte delle fotografie ritrae mucchi di materiali, che sono stati raccolti e ordinati, poi triturati, impacchettati, accatastati, schiacciati, o trasformati.

Il risultato è sicuramente sconcertante, suggestivo, e in qualche modo anche poetico con fotografie luminose, caratterizzate da colori saturi, e precise forme geometriche quasi a suggerire un ritorno all’ordine dal caos. Se le pratiche riprese dall’occhio attento di Bulteel “dovessero diventare un’abitudine comune in tutto il mondo”, scrive il fotografo, “almeno una delle nostre maggiori sfide ambientali a livello planetario verrebbe gestita nel modo giusto”

Fonte: Rinnovabili.it

PLASMARE: CNR ed ESPER per il riciclo delle plastiche dure

Nell’ambito della gestione dei rifiuti, quella della frazione plastica è universamente riconosciuta come la più ricca di insidie tecniche e tecnologiche e quella che maggiormente crea problemi. Ormai da tempo le conseguenze direttamente derivanti da questa sono sulle prime pagine di tutti i giornali.

Partendo anche da queste considerazioni, CNR ed ESPER hanno presentato al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare PLASMARE, un progetto finalizzato a favorire l’identificazione di un processo ecosostenibile per la gestione ed il trattamento dei rifiuti domestici costituiti da plastiche dure non da imballaggio, attualmente smaltiti in discarica, riducendo l’impatto sull’ambiente e promuovendo l’ecodesign di nuovi prodotti.

Le cosiddette “plastiche dure”, che costituiscono larga parte degli oggetti di uso quotidiano, comprendono:

  • PET (polietilenetereftalato) con cui si producono (oltre alle bottiglie di palstica che rientrano tra gli imballaggi e non sono oggetto del presente progetto): tubi in plastica, contenitori di diverso tipo, pellicole sleevs, corde, tessuti impermeabili ecc
  • PP (polipropilene)con cui si producono molti oggetti di uso comune: dagli zerbini agli scolapasta, i cruscotti degli autoveicoli ed i paraurti, i tappi e le etichette delle bottiglie di plastica, le reti antigrandine, le custodie dei CD, le capsule del caffè, i bicchierini bianchi di plastica per il caffè, tappeti, moquette, giocattoli di plastica  ecc
  • PS (Polistirene) con cui si producono: giocattoli, oggetti d’arredamento, stoviglie in plastica, gusci di elettrodomestici. pannelli di isolanti termici per l’edilizia ecc
  • PE (Polietilene) con cui si producono: tubi per il trasporto di acqua e gas naturale, mobili per il giardino, geomembrane, barriere stradali ecc
  • PMMA (polimetilmetacrilato o Plexiglass) con cui si producono: piatti doccia, barriere di protezione, tavoli e sedie, oggettistica d’arredamento ecc

PLASMARE è stato dunque finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (RINDEC 2017/00132) nell’ambito del bando per il cofinanziamento di progetti di ricerca finalizzati allo sviluppo di tecnologie di recupero, riciclaggio e trattamento di rifiuti non  rientranti nelle categorie già servite dai consorzi di filiera, all’ecodesign dei prodotti ed alla corretta gestione dei relativi rifiuti”.

Il progetto prevede la collaborazione di ESPER e due istituti del CNR: l’Istituto ISMN (Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati) e l’Istituto IIA (Istituto sull’Inquinamento Atmosferico). Il progetto PLASMARE mira in sintesi a sviluppare e potenziare il riciclo e la gestione di rifiuti domestici in plastica dura ad oggi indifferenziati per ridurre al minimo i quantitativi smaltiti in discarica o negli impianti di incenerimento; ad incentivare il riutilizzo delle materie prime seconde derivanti da plastiche dure post consumo in nuovi cicli produttivi in sostituzione delle materie prime vergini, promuovendo lo sviluppo di una dedicata filiera di gestione; a studiare e sviluppare tecnologie innovative ecosostenibili e applicabili su scala industriale per un corretto riciclo del rifiuto considerato e ad incentivare l’ecodesign di prodotti in modo da allungare il ciclo di vita delle plastiche dure e promuovere un uso ecosostenibile delle risorse.

Per raggiungere questo obiettivo è necessario comprendere appieno l’articolazione dell’attuale filiera di questi materiali e costruire scenari di ottimizzazione del recupero della materia. Per farlo è importante tessere innanzitutto una rete di collaborazione attiva e propositiva che coinvolga Comuni ed imprese del settore; una rete capace di muovere competenze, generare partecipazione ed animare economia responsabile nei territori.

Se il tuo Comune  o la tua azienda vuole far parte di questa rete, puoi lasciare l’adesione all’indirizzo info@esper.it 

Olanda: il primo supermarket plastic free

La catena olandese di supermarket di alimentari biologici Ekoplaza ha inaugurato la scorsa settimana ad Amsterdam il suo primo negozio senza plastica. Come riferisce il Washington Post, tutti i 700 prodotti venduti nel negozio “Ekoplaza Lab” sono confezionati senza imballaggi plastici ma con vetro, metallo, carta o materiali biodegradabili e compostabili.

L’obiettivo è quello di ridurre drasticamente l’utilizzo di plastica, che, nel caso degli imballaggi alimentari ha una durata effimera di utilizzo ma un impatto ambientale di gran lunga superiore. L’azienda è arrivata all’apertura del negozio plastic-free dopo una collaborazione lunga 3 anni con la fondazione Plastic Soup Foundation e con la ONG A Plastic Planet.

L’obiettivo è quello di allargare l’esperimento in tempi rapidi agli altri 74 punti vendita. Intervistato da Ninkamarketing.it, Hans Van Mierlo, il marketing manager di Ekoplaza, ha espresso qualche perleplessità sulla reale replicabilità presso altre catene della GDO: «Ciò che abbiamo mostrato qui è fattibile, scalabile e conveniente per i clienti. Per noi qualcosa che si adatta alla nostra visione. Ma potrebbe essere una lunga strada da percorrere per altre catene di supermercati».

il sito ufficiale di Ekoplaza

Rifiuti, a che punto è la gestione dei Raee a 10 anni dal primo ritiro

Dieci anni fa, presso l’isola ecologica del Comune ligure di Tribogna, Remedia ha effettuato il primo ritiro di Raee (rifiuti elettrici ed elettronici) in assoluto in Italia: era il 24 gennaio 2008. Ancora oggi Remedia rappresenta uno dei principali sistemi collettivi nazionali per la gestione ecosostenibile di tutte le tipologie di Raee, pile, accumulatori e impianti fotovoltaici (e il primo in assoluto nella gestione di Raee pericolosi, con circa 55.000 tonnellate gestite nell’ultimo anno), ma i numeri gestiti sono molto diversi da allora. Dalle prime stime, diffuse oggi, durante il 2017 Remedia ha registrato il miglior risultato di sempre: 90.000 tonnellate di rifiuti elettronici gestiti, con un incremento del 34% rispetto al 2016 e un aumento di oltre il 400% a confronto con il 2008. In 10 anni sono state gestite complessivamente quasi 500.000 tonnellate di Raee con un beneficio economico stimato per il Paese da Remedia, in «termini di risparmio sulle importazioni di materie prime, di almeno 140 milioni di euro».

«Nel 2008 siamo stati il consorzio che ha tenuto a battesimo il sistema Raee, effettuando il primo servizio di ritiro di rifiuti elettronici in Italia e oggi, a 10 anni di distanza, siamo orgogliosi – dichiara Walter Rebosio, presidente di Consorzio Remedia (nella foto, ndr) – di aver raggiunto 500.000 tonnellate gestite e di chiudere il 2017 con un nuovo record annuale: 90.000 tonnellate rifiuti tecnologici raccolti e gestiti, di cui 55.000 tonnellate di Raee appartenenti ai raggruppamenti pericolosi».

Nel dettaglio, i numeri registrati dal Consorzio nel 2017 mostrano che i Raee domestici, ossia quelli generati dai nuclei famigliari, ammontano complessivamente a 73.200 tonnellate (+26% rispetto al 2016), a cui si aggiungono i Raee professionali, prodotti da aziende ed enti pubblici, pari a 6.900 tonnellate e, infine, ben 9.900 tonnellate di pile e accumulatori portatili, industriali e per veicoli (+186% rispetto all’anno precedente).

Fonte: GreenReport

Premiate a Davos cinque idee di packaging sostenibile

Durante il Forum Economico Mondiale di Davos, che si tiene in questi giorni in Svizzera, Ellen MacArthur Foundation (EMF) e NineSigmahanno annunciato cinque nuovi vincitori del New Plastics Economy Innovation Prize, premio alle innovazioni sviluppate da privati, progettisti scienziati o imprenditori con l’obiettivo di sviluppare imballaggi capaci di contrastare la dispersione di materie plastiche nell’ambiente marino e favorire l’economia circolare.

DUE SFIDE DA 1 MILIONE DI DOLLARI. Due le sezioni previste, ognuna con un montepremi di un milione di dollari, finanziato da Wendy Schmidt, filantropa e sponsor principale dell’iniziativa New Plastics Economy. Nel Circular Design Challenge (premiato lo scorso ottobre) i ricercatori sono stati invitati a ripensare e riprogettare gli imballaggi per minimizzare i rifiuti plastici. Si tratta di quelle confezioni, spesso di piccolo formato come flaconi di cosmetici, film da imballaggio, cannucce o coperchi di tazze monouso, che oggi vengono scarsamente riciclate e che sono quindi suscettibili di dispersione nell’ambiente.
La seconda sfida lanciata da EMF, Circular Materials Challenge – oggetto della premiazione a Davos -, punta invece a sviluppare tecnologie e materiali per rendere tutti gli imballaggi in plastica riciclabili o compostabili, soprattutto i packaging multimateriale e multistrato, più complessi da gestire a fine vita.
Ai cinque vincitori del Circular Materials Challenge , selezionati in collaborazione con NineSigma, sono stati assegnati premi da 200.00 euro ognuno e l’accesso per dodici mesi all’incubatore tecnologico gestito da Think Beyond Plastic.

Davos VTT

I VINCITORI. L’University of Pittsburgh è stata premiata dalla Giuria per l’applicazione delle nanotecnologie allo sviluppo di un materiale riciclabile in grado di sostituire le strutture multistrato degli imballaggi flessibili utilizzate per buste e pouches per alimenti, più difficili, se non impossibili, da riciclare. La soluzione si ispira al modo in cui la natura utilizza un numero limitato di strutture molecolari per creare una grande varietà di materiali. La struttura si basa su un solo polimero, il polietilene (facilmente riciclabile), funzionalizzato in modo differente per ogni strato, grazie ad una modifica a livello nanometrico.
La spagnola Aronax Technologies si è classificata nella top-five per lo sviluppo di un additivo magnetico destinato all’imballaggio di prodotti sensibili come caffè e farmaci, in sostituzione del rivestimento di alluminio. A base di silicati e ossidi di ferro, l’additivo migliora la barriera a ossigeno, ma la ridotta quantità necessaria rende il materiale riciclabile e, eventualmente, anche compostabile. Le proprietà magnetiche ne consentono, in ogni caso, una facile identificazione e separazione negli impianti di selezione e riciclo di imballaggi.

Fraunhofer Institute for Silicate Research (ISC)

Full Cycle BioplasticsElk Packaging e Associated Labels and Packaging si dividono il premio da 200mila dollari per un materiale compostabile a base PHA (poli-idrossi-alcanoati) per imballaggio multistrato ottenuto da materie prime rinnovabili, sottoprodotti dell’agricoltura e residui alimentari, indicato per imballare una vasta gamma di prodotti che vanno dalle barrette di cereali ai salatini, fino ai detersivi per le lavatrici.
Il centro di ricerca finlandese VTT ha ottenuto il riconoscimento per un multistrato per imballaggi basato su un materiale cellulosico ‘simil-plastica’ ottenuto da sottoprodotti agricoli e forestali. Infine, il quinto premio è stato assegnato al Fraunhofer Institute for Silicate Research (ISC) per un nuovo rivestimento compostabile in silicato e biopolimeri che può essere utilizzato per proteggere imballaggi alimentari base bioplastica da una prematura degradazione, aumentando così la shelf-life del contenuto.

Fonte: Polimerica.it