Eurostat: nel 2014 ogni cittadino europeo ha prodotto 475 kg. di rifiuti urbani

Dai dati forniti dall’Ufficio statistico dell’UE relativi al 2014, si conferma la continua riduzione del conferimento in discarica e il notevole progresso nel recupero del materiale organico a fini di compostaggio.
In Italia l’utilizzo della discarica è superiore alla media europea, come pure la percentuale, positivamente in questo caso, di riciclaggio e compost, mentre la quantità di rifiuti urbani inceneriti è nettamente inferiore.


Anche se in termini di peso i rifiuti urbani costituiscono solo il 10% del totale dei rifiuti prodotti nell’UE, tuttavia hanno un elevato profilo politico per effetto della loro complessità, composizione, distribuzione e rapporto con i modelli di consumo, tant’è che i dati sulla produzione e gestione dei rifiuti urbani fanno parte del set di indicatori stilati annualmente per monitorare l’implementazione della Strategia UE sullo Sviluppo Sostenibile.Eurostat ha fornito il 22 marzo 2016 l’aggiornamento dei dati sui rifiuti urbani in Europa, da cui si evidenzia che c’è una marcata tendenza alla riduzione del conferimento in discarica a favore di altre forme di trattamento.Nel 2014, anno preso in esame dall’ufficio statistico, ogni cittadino europeo ha prodotto 475 kg. di rifiuti urbani, ma la quantità varia considerevolmente a livello di Paesi con la Danimarca che ne ha prodotti ben 759 kg a testa, mentre Polonia e Romania solo 272 kg. Chiaramente tali differenze riflettono differenze di livello di benessere e di modelli di consumo, ma dipendono anche da come i rifiuti vengono raccolti e gestiti. L’Italia con 488 kg. si colloca appena sopra alla media europea.
tabella municipal waste 2014


Della quantità prodotta viene trattata circa il 98% (in Italia poco più del 93%), che Eurostat suddivide per: conferimento in discarica, incenerimento, riciclaggio e compostaggio.Per quanto attiene il conferimento in discarica, come sopra anticipato, nel periodo preso in considerazione (1995-2014) è calato del 54%, con una tendenza annua alla riduzione del 4%, a seguito della Direttiva 31/1999/CE che ha imposto agli Stati membri di ridurre progressivamente fino al 35% entro luglio 2016 la quantità di rifiuti biodegradabili immessi nelle discariche.Dei rifiuti trattati vanno al 2014 in discarica il 28% dei rifiuti trattati, con picchi del 92% in Lettonia e 88% a Malta. In Italia viene avviato ancora a discarica il 34%, mentre in Germania, Danimarca, Olanda, Svezia e Belgio, solo l’1% dei rifiuti.C’è da osservare che tali Paesi ricorrono in maniera significativa all’incenerimento. Eurostat osserva al riguardo che nonostante gli Stati membri siano stati invitati a distinguere tra incenerimento con e senza recupero di energia, i criteri di classificazione non sono stati chiaramente applicati, sì che la comparabilità dei risultati tra i Paesi e nel tempo rimangono tuttora limitati e i dati si riferiscono solo al totale dei rifiuti inceneriti.
La media UE è del 27% di rifiuti inceneriti (l’Italia brucia il 21% dei suoi) l’Estonia arriva alla quota record del 56%, seguita da Danimarca (54%), Finlandia e Svezia (50%).La succitata Direttiva ha avuto effetti anche sul riciclo dei rifiuti, la cui quantità è passata nel periodo considerato da 52 Kg pro-capite del 1995 a 132 kg. del 2014. L’Italia si pone in linea con le percentuali dell’UE (28%). Decisamente meglio fanno Slovenia (49%) e Germania (47%), mentre al polo opposto della classifica si piazzano Malta (8%), Romania (5%) e Lettonia (3%).Anche il recupero del materiale organico per il compostaggio è cresciuto con un tasso medio annuo del 5,3%. Unendo i dati di riciclo e compostaggio, i capofila sono ancora i tedeschi, a quota 64%, seguiti da sloveni (61%), belgi (55%) e olandesi (51%), ma gli italiani su questo fronte si collocano al 46%, al di sopra della media UE, del 44%.

Fonte: Regioni e Ambiente

Lampedusa: sequestrata discarica abusiva segnalata da ESPER

Una operazione di controllo e prevenzione territoriale, condotta nell’ambito delle attività straordinarie di bonifica rifiuti, ha permesso di individuare sequestrare, già prima di Pasqua, una area adiacente il Centro Comunale di Raccolta nella quale erano stati indebitamente conferiti rifiuti ingombranti.

Tra materassi e elettrodomestici di vario genere anche un notevole numero di vecchi serbatoi in amianto. Il sequestro, operato dagli agenti di Polizia Municipale del Comune di Lampedusa e Linosa, ha dato il via ufficiale alla “caccia ai rifiuti ingombranti e speciali” indebitamente conferiti sul territorio. A dare man forte all’attività della Polizia Municipale contribuisce la recente ordinanza con le previste sanzioni da cento a mille euro.

Nel caso specifico, l’area sottoposta a sequestro contava una rilevante quantità di amianto – in massima parte vecchi serbatoi d’acqua – frutto di una probabile dismissione illegale e a discapito della salute pubblica. L’attività di bonifica rientra nel processo di riorganizzazione del conferimento e smaltimento rifiuti voluto dall’Amministrazione Nicolini.

La stessa attività che ha prodotto l’incarico ad Esper quale direttore esecutivo di contratto. Sul sito internet del Comune di Lampedusa e Linosa è visibile il numero di telefono per le richieste di ritiro a domicilio dei rifiuti ingombranti. Per quanti potranno invece recarsi autonomamente al Centro Comunale di Raccolta, personale addetto collaborerà al corretto conferimento degli ingombranti e dei rifiuti speciali nei predisposti moduli di raccolta.

Fonte: Agrigento Web

Anche i supermercati inglesi alla lotta contro lo spreco di cibo: meno 20 per cento entro il 2025

I maggiori supermercati britannici hanno promesso di abbassare lo spreco di cibo e bevande di un quinto nel prossimo decennio. Negozi come Asda, Sainsbury’s, Tesco e Morrison stanno stilando un accordo volontario che punta anche alla riduzione del 20 per cento delle emissioni responsabili dell’effetto serra causate dall’industria alimentare.
Alcune istituzioni locali come la London Water and Recycling Board (Comitato londinese per il l’acqua e il riciclo) e alcune aziende produttrici come Coca-Cola, Nestlè e Pizza Hut si sono anch’esse impegnate a siglare l’accordo stipulato dal Waste and Resources Action Programme (Wrap – Programma per l’azione contro lo spreco e le risorse – N.d.T.). Questo ente benefico che lavora per il governo ha dichiarato che si tratta della prima intesa di questo tipo e che segnerà la nascita di una nuova era per l’industria. Soltanto qualche giorno fa Tesco, la più grande catena di drogherie del Regno Unito, si era impegnata a non inviare più il cibo in eccesso dei suoi negozi in discarica e di re-distribuirlo agli enti benefici per farlo avere ai poveri e ai disagiati.
Lo spreco di cibo che ogni anno avviene nelle famiglie, nei ristoranti, e nei supermercati inglesi si aggira attorno ai 12 milioni di tonnellate. Di questo, il 75 per cento potrebbe essere salvato. Lo spreco viene valutato in 19 miliardi di sterline all’anno ed è responsabile di almeno 20 milioni di tonnellate di emissioni di gas inquinanti.
L’accordo, chiamato the “Courtauld Commitment 2025”, ha raggruppato 98 firmatari.Punta anche a ridurre l’utilizzo dell’acqua nelle aziende alimentari. Wrap ha stimato che questa intesa farà risparmiare al regno unito circa 20 miliardi di sterline e inserirà la nazione nel percorso creato dalle Nazioni Unite per dimezzare lo spreco di cibo prodotto da negozi e supermercati entro il 2030. Il dottor Richard Swannell, direttore dei sistemi per il cibo sostenibile di Wrap ha dichiarato che “per salvaguardare il cibo della Gran Bretagna occorre un cambiamento drastico e incrementare il consumo e la produzione di alimenti e bevande sostenibili”.
Il ministro Rory Stewart, del dipartimento per l’Ambiente, il Cibo e gli Affari agricoli inglese ha affermato che “Lo spreco di cibo è qualche cosa che deve essere evitato perché causa la diminuzione dell’acqua e di risorse preziose. Sono molto compiaciuto che ungrande gruppo di aziende alimentari si sia unito a Wrap in questa giusta causa”.

Fonte: Eco dalle Città

Sprechi alimentari, in Italia otto miliardi di euro all’anno nella spazzatura

Il problema è globale: nel mondo si sprecano 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti. Una questione etica, ma non solo. In Europa gli sprechi alimentari sono responsabili del 3 per cento delle emissioni di Co2. Adesso il Parlamento corre ai ripari

Siamo dei produttori seriali di sprechi alimentari. Ogni anno le famiglie italiane buttano nella spazzatura il 19 per cento del pane acquistato. Finisce nel cestino il 17 per cento della frutta e della verdura, il 4 per cento della pasta e addirittura il 39 per cento dei prodotti freschi: dai latticini alle uova, fino alla carne. Lo spreco domestico vale circa l’8 per cento dei nostri costi alimentari. E così, alla fine dell’anno, finiscono letteralmente tra i rifiuti oltre otto miliardi di euro. Circa 400 euro a famiglia.

Per porre un limite all’incredibile fenomeno, la Camera dei deputati esamina questa settimana una provvedimento per la limitazione degli sprechi. Un documento – frutto di diverse proposte di legge – che punta a favorire la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale. Quali sono i numeri italiani? Secondo l’osservatorio Waste Watcher, citato da diversi documenti parlamentari, solo nel nostro Paese lo spreco alimentare interessa ogni anno 5 milioni di tonnellate di prodotti. Secondo i dati di un’indagine realizzata pochi anni fa dalla Fondazione per la sussidiarietà e dal Politecnico di Milano, ogni italiano spreca 108 chilogrammi di cibo. E quasi 42 chilogrammi a testa finiscono nella spazzatura quando sono ancora commestibili. Ma gli sprechi non avvengono solo a tavola. Anche il sistema produttivo ha le sue responsabilità. Un esempio? Ogni anno 1,4 milioni di tonnellate di prodotti alimentari rimangono sui campi. «Spesso – si legge in una della proposte di legge – perché non è conveniente fare la raccolta». Rappresentano quasi il 3 per cento dell’intera produzione agricola nazionale. E non è ancora tutto. Recentemente l’università di Bologna ha calcolato che lo spreco alimentare nella filiera della trasformazione industriale raggiunge quasi i 2 milioni di tonnellate di prodotti. E altre 300mila tonnellate riguardano gli sprechi nella distribuzione commerciale.

Ogni anno in Italia 1,4 milioni di tonnellate di prodotti alimentari rimangono sui campi. «Spesso perché non è conveniente fare la raccolta». Rappresentano quasi il 3 per cento dell’intera produzione agricola nazionale
E questo avviene solo in Italia. Stando ai dati della Commissione Europea, nei 27 Stati membri gli sprechi alimentari valgono circa 89 milioni di tonnellate l’anno. «Senza contare gli sprechi a livello di produzione agricola o le catture di pesci rigettate in mare». In assenza di una decisa inversione di rotta, le stime indicano che entro il 2020 l’incredibile quantitativo aumenterà fino a 126 milioni di tonnellate. Piccola consolazione: gli italiani sono tra i popoli più virtuosi del continente. Se noi sprechiamo 108 chilogrammi di cibo l’anno pro capite, la media europea è di circa 179 chilogrammi. E così in Gran Bretagna si sprecano alimenti per quasi 10 miliardi di sterline l’anno. Mentre «in Svezia – si legge ancora – ogni famiglia getta nella spazzatura il 25 per cento del cibo comprato».

A livello mondiale i numeri del fenomeno fanno impallidire. Secondo la FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, le perdite e gli sprechi di cibo riguardano 1,3 miliardi di tonnellate l’anno in tutto il pianeta. Quasi un terzo della produzione alimentare mondiale. «Una quantità che se riutilizzata – si legge nella proposta di legge a prima firma Mario Sberna – potrebbe idealmente sfamare per un anno intero metà dell’attuale popolazione, ovvero 3,5 miliardi di persone». Ecco il paradosso. Come stimato dal Centro regionale di informazione della Nazioni Unite, nonostante nel mondo ci sia cibo sufficiente per tutti, oltre 925 milioni di persone soffrono ancora la fame. Il documento parlamentare depositato dal deputato Matteo Mantero presenta il fenomeno in dettaglio: nel mondo si sprecano «oltre 500 milioni di tonnellate di cibo nella produzione agricola, 355 milione di tonnellate dopo la raccolta, 180 milioni di tonnellate durante la lavorazione a livello industriale, 200 milioni di tonnellate nel percorso distributivo». E quasi 350 milioni di tonnellate di prodotti alimentari vengono sprecati solo negli ambiti della ristorazione e del consumo domestico.

In Svezia ogni famiglia getta nella spazzatura il 25 per cento del cibo acquistato. Negli Usa finisce nel cestino il 40 per cento della spesa alimentare
Le conseguenze non sono solo etiche. Le enormi quantità di cibo buttato finiscono inevitabilmente per contribuire all’uso indiscriminato delle risorse naturali e al cambiamento climatico. «Lo spreco alimentare, se fosse un Paese, sarebbe il terzo inquinatore dopo Cina e Stati Uniti», spiega la proposta di legge Mario Sberna. «La quantità di anidride carbonica necessaria a portare il cibo sui nostri piatti è pari a 3,3 miliardi di tonnellate e per produrlo si usa il 30 per cento del terreno coltivabile del mondo e una quantità di acqua ogni anno che basterebbe alle esigenze di tutti i cittadini di New York per più di un secolo». E poi c’è l’aspetto economico: il documento calcola che il costo del cibo sprecato è pari a 750 miliardi di dollari, «praticamente il prodotto interno lordo della Svizzera».

Tra i Paesi meno attenti agli sprechi alimentari spiccano gli stati Uniti Uniti d’America. Qui, nel complesso, finisce nella spazzatura il 40 per cento della spesa alimentare. I dati ambientali relativi al fenomeno sono preoccupanti. Come evidenzia la relazione che accompagna la proposta di legge Andrea Causin, per produrre il cibo non consumato, negli Usa vengono utilizzate enormi risorse: «Il 30 per cento di fertilizzanti, il 31 per cento delle terre coltivate, il 25 per cento del consumo totale di acqua dolce e il 2 per cento del consumo totale di energia». Senza considerare che una sola tonnellata di rifiuti alimentari genera fino a 4,2 tonnellate di anidride carbonica. E in Europa? Dalle nostre parti ogni anno il fenomeno dello spreco alimentare è responsabile di 170 milioni di tonnellate di Co2, il 3 per cento del totale delle emissioni. Ce n’è abbastanza per ripensare le nostre abitudini alimentari.

Fonte: Marco Sarti per Linkiesta

Trento: “Io non spreco” tre giorni dedicati alla sostenibilità alimentare

Dal 4 marzo fino a domenica 6 a Trento si è parlato di sostenibilità alimentare. Nella cornice della Green Week, da cinque anni forum di discussione sui temi della green economy, ha debuttato il primo seminario di Reduce 2016-2017, progetto promosso dal Ministero dell’Ambiente con l’Università di Bologna – Distal e con Last Minute Market nell’ambito della 6^ edizione della campagna europea “Spreco zero”.
Durante la prima giornata di Io non spreco, una serie di appuntamenti per discutere della sostenibilità alimentare organizzata presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università del capoluogo trentino, a cui ha preso parte anche Edenred.
Della necessità di mettere a sistema, condividere e comunicare le buone pratiche di riduzione e prevenzione degli sprechi hanno parlato il sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Barbara Degani, il curatore di Reduce, Luca Falasconi, e un pool di aziende coinvolte nelle pratiche “spreco zero”, tra cui Edenred, l’inventore del buono pasto Ticket Restaurant.
“La promozione di una sana alimentazione e di un consumo sostenibile sono valori rilevanti per Edenred- ha dichiarato Sabrina Citterio, responsabile corporate social responsibility di Edenred Italia– impegnata, da molti anni, su più fronti: da una parte nel recuperare le eccedenze alimentari da redistribuire ai più bisognosi, e dall’altra nel diffondere le buone pratiche di un’alimentazione equilibrata sulla base dei principi della dieta mediterranea con il progetto Food. Tre le nostre buone prassi vorrei ricordare la partnership per Siticibo, programma che dal 2003 insieme a Banco Alimentare si occupa di recuperare il cibo già cucinato e non consumato e di consegnarlo in poche ore a diversi enti benefici; e il progetto il Buono che avanza, in collaborazione con l’associazione Cena dell’amicizia, grazie al quale abbiamo creato la prima rete di ristoranti ad “avanzi zero” con la distribuzione nei 150 mila esercizi affiliati di pratiche doggy bag da consegnare ai clienti che vorranno raccogliere il cibo non consumato”.
La campagna Spreco Zero di Last Minute Market, anno dopo anno, ha incrociato le strade di molte aziende che si sono impegnate promuovendo attività e iniziative rivolte ai giovani, alle famiglie e ai consumatori.

Rifiuti, chi produce un imballaggio difficile da riciclare pagherà di più: si parte dalla plastica

Da quando l’italiano Giulio Natta ottenne il premio Nobel per aver inventato nel 1954 il polipropilene (la prima plastica, commercializzata poi come moplen), l’evoluzione dei materiali plastici nel mondo è stata a dir poco esplosiva, in quantità e qualità: per averne un’idea basta guardarsi attorno. Non esiste una sola plastica, ma molte plastiche, e per tutti questi prodotti si è reso oggi urgente disegnare un ciclo di vita più sostenibile, più circolare. Sotto questo profilo, in Italia continuano a convivere punte d’eccellenza (ad esempio nel recupero di materia da alcune frazioni critiche, come anche nello sviluppo di materiali innovativi bioispirati) in scenari paradossali: non ultimo quello che vede circa la metà delle plastiche raccolte tramite raccolta differenziata dirette a termovalorizzazione (godendo di incentivi) e non a recupero di materia (che di incentivi non ne ha). D’altra parte, le istanze di sostenibilità e gli effetti del calo dei prezzi delle commodity – ma non della loro volatilità – a livello globale suggeriscono la necessità di cambiamenti profondi nel settore.

Pochi giorni fa, il Conai (Consorzio nazionale imballaggi) ha annunciato una piccola rivoluzione: raggiunta ormai la maggiore età – la sua istituzione risale a 18 anni fa – il Consorzio ha lanciato un progetto di diversificazione contributiva per gli imballaggi in plastica, con l’obiettivo dichiarato di incentivare l’uso di imballaggi maggiormente riciclabili secondo le «tecnologie disponibili industrialmente note». Una volta giunta la definitiva implementazione (presumibilmente entro 12 mesi), verranno anche definiti i diversi valori del Cac. Sarà interessante osservare le conseguenti evoluzioni di mercato: che fine faranno i rifiuti plastici da imballaggio meno nobili, verranno spinti fuori mercato a favore di quelli più facilmente riciclabili, oppure cambieranno le modalità di raccolta e gestione? Il sistema-Italia si indirizzerà verso modelli prevalenti fuori confine, dove i materiali riciclabili con profitto vengono intercettati direttamente dal mercato (e non da consorzi) mentre gli altri vengono indirizzati a termovalorizzazione? I quantitativi riferibili al recupero effettivo di materia diminuiranno o aumenteranno? A questi e molti altri interrogativi sarà possibile dare una risposta certa soltanto valutando l’evoluzione del progetto lanciato da Conai. Già ora però è possibile delineare quest’avvio come un potenziale punto di svolta: ne abbiamo parlato con Walter Facciotto, direttore generale del Conai.

Il nuovo contributo ambientale (Cac) per la plastica sarà modulato su tre parametri fondamentali: il primo è la facilità di selezione. Quanto è durato il lavoro di catalogazione delle 60 tipologie di imballaggi in plastica, e quali aziende e associazioni di categoria sono state coinvolte?
«La diversificazione del contributo ambientale – per il momento limitata alla sola plastica – è un passo importante e che ha richiesto una fase preparatoria articolata e che andrà ulteriormente verificata alla prova dei fatti. A quasi 20 anni dalla fondazione del Consorzio nazionale imballaggi, abbiamo ritenuto opportuno – in un’ottica di continuo miglioramento – agire ulteriormente sulla leva del contributo ambientale per incentivare la riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi, completando un percorso che ha prima collegato l’onere contributivo al peso, e in seguito introdotto incentivi per il riutilizzo degli imballaggi all’interno di circuiti controllati che garantiscono benefici ambientali.

Il primo passaggio è stato l’identificazione e la condivisione dei criteri guida da utilizzare per la diversificazione del Cac che ha portato a scegliere la selezionabilità, la riciclabilità e il circuito di destinazione; solo successivamente ha avuto inizio la fase di applicazione dei criteri guida e la valutazione di circa 60 tipologie di imballaggi in plastica. L’analisi, ad oggi ancora in corso, è stata effettuata tramite un apposito gruppo di lavoro costituito dai consiglieri Conai – espressione di produttori e utilizzatori di imballaggi – dalle strutture tecniche di Conai e Corepla e da un panel di aziende che si occupano di selezione e riciclo dei rifiuti. Inoltre nel corso degli incontri, iniziati a luglio 2014, sono state coinvolte a più riprese le associazioni di categoria del settore plastica, dai produttori delle materie prime agli utilizzatori finali.

L’obiettivo è quello di incentivare la produzione di imballaggi più facilmente riciclabili che possano essere utilizzati come materie prime seconde nei processi produttivi, esattamente in linea con le indicazioni comunitarie del pacchetto dell’economia circolare. Impegno che Conai sta già perseguendo da anni con diverse iniziative rivolte alle imprese, come ad esempio il bando prevenzione, che premia le aziende che più si distinguono nella progettazione di imballaggi green, e le altre iniziative all’interno del progetto “Pensare futuro”».

La rimodulazione del Cac potrebbe in futuro riguardare anche altri materiali con cui sono realizzati gli imballaggi? Chi potrebbe essere il prossimo in lista?

«Al momento l’iniziativa riguarda la sola filiera degli imballaggi in plastica, che è il materiale più complesso per la varietà delle tipologie e per le tecnologie di selezione e di riciclo, ma i criteri guida scelti per la diversificazione, come la selezionabilità, la riciclabilità e il circuito di destinazione sono già pensati per l’applicazione futura agli altri materiali di imballaggio. Al momento, non abbiamo comunque una programmazione definita in questo senso».

Una delle cose più difficili da spiegare al cittadino che vuole fare la raccolta differenziata è perché una bottiglia di plastica vada differenziata e la bambola di plastica che si rompe invece no: questo anche perché per altri materiali questa distinzione fra imballaggio e prodotto non esiste (vedi la carta). È ancora possibile e auspicabile l’evoluzione verso i “consorzi per il recupero della materia”, anziché solo degli imballaggi?

«Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci: l’organizzazione della raccolta differenziata dipende unicamente dalle amministrazioni comunali, che definiscono le modalità di raccolta dei rifiuti urbani anche in funzione del raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata a loro assegnati  dalla legge (65% di RD complessiva al 31.12.2012).

Fatta questa premessa, non dobbiamo dimenticare che il contributo ambientale Conai, che serve a coprire i maggiori oneri della raccolta differenziata comunale, viene applicato sui soli imballaggi e non sulla totalità dei beni realizzati con i sei materiali – acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro – e che quindi ogni ipotesi di estensione del campo d’azione dei Consorzi deve tener conto di costi di raccolta, di selezione e lavorazione maggiori.

Ad esempio nel caso della carta, il Consorzio di riferimento (Comieco) riconosce al Comune, che abbia deciso di sottoscrivere la convenzione prevista dall’Accordo quadro Anci Conai, il corrispettivo sulla percentuale di imballaggio raccolta congiuntamente alla carta grafica, lasciando così la possibilità all’amministrazione comunale di potere scegliere quale sia la strada migliore per valorizzare la frazione merceologica similare in carta non da imballaggio».

Fonte: Green Report

Cassano Murge: maxi sanzione all’ATI Tradeco-MSE

Maxi sanzione di quasi 46mila euro per l’Associazione Temporanea di Imprese “Tradeco-Murgia Servizi Ecologici” che effettua la raccolta dei rifiuti sul territorio di Cassano.

Il Comune, infatti, al termine di una lunga e complessa rendicontazione relativa all’anno 2013-2014, ha riscontrato che rispetto al contratto in essere con il Comune di Cassano, l’A.T.I. non ha rispettato alcuni parametri relativi alla raccolta differenziata dei rifiuti, accumulando, dunque, sanzioni per 45mila e 874 euro di cui 28.596 a carico della Tradeco di Altamura e 17.277 a carico della “Murgia Servizi Ecologici” di Cassano.

L’Ufficio Tecnico del Comune, coadiuvato dall’ing. Salvatore Genova, che per la società torinese “Esper” è responsabile dell’Esecuzione del Contratto (è, cioè, la persona che verifica che il contratto fra Comune ed ATI venga rispettato da entrambe le parti) ha verificato che lungo tutto il periodo 1 febbraio 2013-31 gennaio 2014 (ovvero l’anno di entrata a regime del servizio di raccolta differenziata porta-a-porta) le ditte non hanno raggiunto gli obiettivi minimi di raccolta previsti dal contratto con uno scostamento di oltre l’11%.

Tale minor raccolta di rifiuti differenziati ha quindi portato ad un maggior costo, per le casse comunali, nei confronti delle discariche presso cui vengono conferiti i rifiuti e dunque tali maggiori spese sono stati “girate” all’ATI “Tradeco-Murgia”.

Ma a comporre la maxi-sanzione ci sono anche altre voci quali la mancata campagna di sensibilizzazione dei cittadini, ad esempio con la distribuzione di un eco-calendaio con i giorni e gli orari di raccolta; l’utilizzo di buste, per la raccolta della frazione organica, non conformi così come dimostrato da analisi di laboratorio effettuate dall’Istituto Italiano dei Plastici; a tal proposito il Comune ha contestato e sanzionato alla Tradeco il quantitativo indicato nell’offerta economica che risulta del tutto sottostimato e insufficiente rispetto alle utenze cittadine da servire: i sacchetti distribuiti ai cittadini, insomma, sono pochi rispetto alle necessità.

Contestati anche la mancanza di sistemi di rilevamento sui mezzi e il sistema di monitoraggio per l’identificazione degli utenti conferitori, dei materiali e quantitativi conferiti “poiché a tutt’oggi non si ha evidenza ne di alcuna sperimentazione nè di alcun dato riferito al sistema di monitoraggio complessivo.

Multato, infine, un mancato interventi di bonifica mai effettuato, pur segnalato dal Comune, nel dicembre 2014.

Fonte: Cassano Web

Collegato ambientale. Le novità per i Comuni.

Premiati i cittadini virtuosi che non producono rifiuti

Entra in vigore il 2 febbraio 2016 la legge n. 221/2015 “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali”, nota anche come Collegato Ambientale alla Legge di Stabilità del 2014, [G.U. n. 13 del 18 gennaio 2016]. Le legge, dopo un iter molto lungo e complesso ha subito vari passaggi e modifiche. Tra le importanti novità introdotte dai 79 articoli del Collegato Ambientale, distribuiti negli 11 capitoli, si segnala il Capo VI “Disposizioni relative alla gestione dei rifiuti”. In particolare tra le novità in materia di gestione dei rifiuti si segnala le novità sugli incentivi e le penalità per i comuni che non raggiungono gli obiettivi di raccolta differenziata. Importanti sono gli  interventi sulla “ecotassa”, la tassa ambientale che i comuni pagano alle regioni in base alle tonnellate di rifiuti che vengono conferite in discarica. In più, la legge prevede l’estensione agli inceneritori senza recupero di energia. Tutti i rifiuti che vengono avviati all’incenerimento presso gli impianti senza recupero di energia, come ad esempio i cementifici, verranno tassati. In questo caso è previsto una introduzione del 20% della aliquota fissata per legge dalle regioni.

L’ecotassa inoltre verrà “agganciata” alle performance della raccolta differenziata dei comuni. Un’addizionale del 20% imposta a carico dei comuni che non raggiungono le percentuali di raccolta differenziata. La potrà evitare nel caso in cui il comune ha conseguito nell’anno di riferimento una produzione pro capite di rifiuti inferiore di almeno il 30% rispetto a quella media dell’ambito territoriale ottimale di appartenenza.
Si premia inoltre il comune virtuoso in termini di performance di raccolta differenziata. Il superamento percentuale di determinati livelli di raccolta differenziata fa scattare riduzioni del predetto tributo speciale. Ad esempio se si raggiungono percentuali di RD oltre l’80%, il comune ha diritto ad uno sconto del 75% della ecotassa.

I comuni potranno applicare degli “sconti” sulla tassa rifiuti a chi non produrrà rifiuti, sia a famiglie che alle utenze commerciali. Il comune con regolamento comunale (vedi il nuovo l’articolo 1, comma 659, della legge 27 dicembre 2013, n. 147) può prevedere “riduzioni tariffarie ed esenzioni” nel caso di “attività di prevenzione nella produzione di rifiuti, commisurando le riduzioni tariffarie alla quantità di rifiuti non prodotti”. Questo caso si aggiunge agli altri già esistenti (in caso di abitazioni con unico occupante, o abitazioni tenute a disposizione per uso stagionale od altro uso limitato e discontinuo, abitazioni occupate da soggetti che risiedano o abbiano la dimora, per più di sei mesi all’anno, all’estero, fabbricati rurali ad uso abitativo).
Ancora sono previste (con decreto ministeriale di prossima pubblicazione) agevolazioni per le utenze commerciali obbligate o che decidono di utilizzare imballaggi per la distribuzione di bevande al pubblico le quali applicano il sistema del vuoto a rendere su cauzione. Infatti viene reintrodotto in Italia il sistema dei c.d. “depositi rifondibili” (ancora oggi attivo in molti paesi europei ad esempio Norvegia, Svezia, Slovenia), cioè il sistema di restituzione di specifiche tipologie di imballaggi destinati all’uso alimentare per ora, in via sperimentale (per la durata di 12 mesi), su base volontaria del singolo esercente. Il sistema del vuoto a rendere su cauzione sarà previsto per gli imballaggi contenenti birra o acqua minerale (bottiglie di vetro e/o plastica) serviti al pubblico da alberghi, residenze di villeggiatura, ristoranti, bar e altri punti di consumo (nuovo art. 219-bis del D.Lgs. 152/2006).
La tariffa per la gestione dei rifiuti urbani terrà conto anche di altre buone pratiche. Sono previste disposizioni per favorire le politiche di prevenzione nella produzione di rifiuti. Il comune con un regolamento comunale può prevedere riduzioni tariffarie ed esenzioni anche nel caso di “attività di prevenzione nella produzione di rifiuti, commisurando le riduzioni tariffarie alla quantità di rifiuti non prodotti” e non solo più in caso di abitazioni con unico occupante o abitazioni tenute a disposizione per uso stagionale od altro uso limitato e discontinuo. Inoltre alle utenze commerciali (attività agricole e florovivaistiche) che effettuano il compostaggio aerobico per residui costituiti da sostanze naturali non pericolose prodotti nell’ambito delle loro attività e alle famiglie che effettuano compostaggio per i propri rifiuti organici (da cucina, sfalci e potature da giardino) è applicata una riduzione della tariffa dovuta per la gestione dei rifiuti urbani”. Viene normato il compostaggio di “compostaggio di comunità”: è il compostaggio effettuato collettivamente da più utenze domestiche e non domestiche della frazione organica dei rifiuti urbani prodotti dalle medesime. La norma rende possibile ai comuni una scontistica per le utenze domestiche e non domestiche che attivano il compostaggio domestico o di comunità. Un decreto del Ministro dell’ambiente ne stabilirà i criteri operativi e le procedure autorizzative semplificate.
Vengono introdotto per la prima volta delle regole normative anche per gli impianti di compostaggio di piccola taglia (con una capacità di trattamento non eccedente 80 tonnellate annue) a servizio delle comunità. Questi piccoli impianti possono essere attivati con una DIA, denuncia di inizio di attività, una volta acquisito il parere dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA) e nel caso un regolamento comunale preveda le regole di “gestione dell’impianto” tra cui spicca “la nomina di un gestore da individuare in ambito comunale”.

Augusta contro gli sprechi alimentari

La riduzione degli scarti alimentari, insieme alla valorizzazione di quelli non eliminabili, è uno dei punti fissi di qualsiasi piano di prevenzione, come stabilisce la gerarchia delle azioni.

Se la prevenzione e la riduzione sono, come stabilito dalla direttiva europea  2008/98/CE, il primo passo per la corretta gestione dei rifiuti, quello degli scarti alimentari è un tassello fondamentale per agire efficacemente.
Lo sa bene la Francia che lo scorso maggio ha presentato una proposta di legge per obbligare i supermercati a donare il cibo avanzato. Ora il piano per ridurre gli sprechi alimentari si concretizza e i deputati francesi hanno votato la nuova legge, che dovrebbe entrare in vigore nel gennaio 2016, all’unanimità.
Lo sa bene anche il Comune di Augusta che, con il supporto tecnico di ESPER e grazie ad un finanziamento del MATTM di 700mila euro, sta portando avanti un progetto di prevenzione e riduzione all’interno del quale il recupero degli scarti alimentari è un punto focale.
La prima azione che il Comune di Augusta metterà in campo sarà quella della valorizzazione degli scarti delle mense presenti sul territorio attraverso la diffusione ed il sostegno del compostaggio domestico e di comunità. Saranno coinvolte le famiglie e comunità con giardini, orti e spazi verdi privati; gli studenti, gli insegnanti ed il personale didattico delle scuole comunali; i detenuti e personale carcerario della Casa di Reclusione di Augusta. È prevista una riduzione attorno alle 340 tonnellate ad un anno dall’avvio della campagna, pari a quasi il 4% dell’intero rifiuto organico prodotto in un anno (escluso gli sfalci e le potature).
A regime, se tutte le famiglie della periferia usassero la compostiera e non conferissero al servizio di gestione dei rifiuti, si potrebbero prevenire fino a 680 tonnellate annue, quasi l’8% del rifiuto organico prodotto.

È inoltre prevista una campagna per la raccolta delle derrate alimentari ancora commestibili e pasti non consumati da vari soggetti della filiera agro-alimentare per destinarli ad enti assistenziali che assistono persone in condizioni di disagio e/o gestiscono mense per indigenti, sulla base della legge 155/03 detta “del Buon Samaritano”.
Con il potenziamento del “Progetto Pellicano”, attivato nel 2011 dalla Camera di Commercio, l’Arcidiocesi (attraverso al Caritas diocesana) e alcune Associazioni operanti nella provincia di Siracusa, l’obiettivo è quello di far fronte alle emergenze contingenti di accoglienza e sostentamento delle persone o dei nuclei familiari in condizione di disagio e formare e incrementare nella cittadinanza l’attenzione ai bisogni dell’altro, soprattutto del più debole.  Al Progetto Pellicano hanno già dato la propria adesione formale alcune sigle come la CNA, l’ASSOINDUSTRIA, l’API Siracusa, la Confcommercio, la Confcooperative, la Confesercenti, l’Unione Coltivatori, la Confagricoltura, la CIA, la Coldiretti, l’AGCI e i Sindacati dei lavoratori dipendenti CGIL, CISL, UIL e UGL.
Aderendo al progetto Pellicano il Comune accederà ad una rete di raccolta già parzialmente strutturata facendosi carico di attivare il circuito di recupero derrate e pasti nel territorio comunale, individuando i possibili donatori (mense aziendali, mense ospedaliere, refettori scolastici, hotel, ristoranti, società di catering, punti vendita gdo e commercio al dettaglio, mercati ortofrutticoli ), ma anche i soggetti beneficiari (onlus, associazioni…).
Sull’esempio del progetto BeeApp dell’Associazione Banco Alimentare Roma Onlus, il progetto sarà implementato facendo uso delle possibilità di comunicazione in tempo reale offerte dalle tecnologie web-based. In questo modo le segnalazioni di eccedenze alimentari arriveranno in modo istantaneo alle strutture caritative grazie a una piattaforma web sostenuta da una specifica app.
È prevista una riduzione intorno alle 510 tonnellate di rifiuto organico ad un anno dall’avvio della campagna, pari a più del 4% dell’intero rifiuto organico prodotto (escluso gli sfalci e le potature).
A regime si potrebbero prevenire fino a più di 1.020 tonnellate annue di rifiuto, pari a oltre il 12% dei rifiuti organici prodotti.

Sprechi alimentari: in Francia i supermercati doneranno per legge il cibo avanzato

Lo scorso maggio la Francia ha presentato una proposta di legge per obbligare i supermercati a donare il cibo avanzato. Ora il piano per ridurre gli sprechi alimentari si concretizza e i deputati francesi hanno votato la nuova legge all’unanimità.

Il Parlamento francese sembra davvero intenzionato a portare i supermercati verso un cambiamento, dato che la Francia getta letteralmente nei rifiuti 7,8 milioni di tonnellate di cibo ogni anno. Tra i maggiori responsabili degli sprechi alimentari troviamo ristoranti, negozi e supermercati.

La legge dovrebbe entrare in vigore a partire da gennaio 2016. Permetterà ai cittadini di organizzarsi per la raccolta e la distribuzione del cibo che i supermercati dovranno tenere da parte in modo che venga donato in beneficenza, anziché gettarlo tra i rifiuti.

A Parigi già 100 ristoranti si stanno organizzando per mettere a punto un programma per la distribuzione del cibo avanzato alle famiglie povere e agli affamati. Nel frattempo la catena di supermercati Carrefour ha presentato il marchio Tous AntiGaspi con cui metterà in vendita i cibi imperfetti dal punto di vista estetico ad un prezzo scontato, per ridurre gli sprechi alimentari. Un’iniziativa simile aveva preso il via lo scorso anno sempre in Francia nei punti vendita Intermarché.

Ora che i deputati hanno votato a favore della nuova legge per ridurre gli sprechi alimentari, i supermercati potranno dedicarsi alla distribuzione gratuita degli alimenti invenduti e lo stesso potranno fare i ristoranti.

I supermercati, in particolare, saranno obbligati a firmare un protocollo per la donazione del cibo invenduto. La merce non dovrà assolutamente finire tra i rifiuti. In Francia però non si pensa soltanto alla soluzione dei problemi ma anche alla loro prevenzione all’origine.

Infatti ci si occuperà di educazione contro gli sprechi alimentari già a partire dalle scuole. La legge verrà presentata al Senato entro l’inizio del 2016 e la sua entrata in vigore avverrà nel minor tempo possibile. A quando una decisione analoga anche per l’Italia?

Fonte: greenbiz.it