Riuso: la “second hand economy” vale 19 miliardi di euro

Quando si parla di economia circolare si pensa solitamente al riciclo, inteso come il processo industriale che parte dalla raccolta differenziata dei rifiuti per recuperare materia prima e renderla nuovamente disponibile alla produzione di nuovi beni. Ma c’è un settore della circular economy, il riuso, ancora meno impattante sull’ambiente (come riconosce la stessa “gerarchia dei rifiuti” di emanazione europea), in quanto non implica alcuna lavorazione post-consumo e consente agli oggetti di passare semplicemente di mano, allungandone il ciclo di vita. La cosiddetta second hand economy non è più solo mercatini della domenica, ma vale oggi, in Italia, 19 miliardi di euro l’anno, più di un punto del PIL nazionale.

L’ha calcolato Doxa per Subito, il leader della compravendita online, che lunedì 27 marzo ha presentato a Milano i dati della ricerca 2016 – un anno che ha segnato una crescita di +1 miliardo di euro nel volume generale di affari rispetto al precedente, con +330 milioni generati su internet.

L’economia circolare non è il futuro, ma è già il presente di un nuovo modo di intendere il rapporto tra economia e società. Non è una moda passeggera, ma una radicale trasformazione del nostro modo di intendere produzione, consumo e, conseguentemente, benessere. Serve un nuovo approccio, anche empirico, alla misurazione del valore prodotto dall’economia circolare e del contributo che essa apporta alla crescita economica”, commenta Luciano Canova, economista dell’Università di Pavia.

La fascia di popolazione che non ha mai acquistato usato (perché preferisce comprare oggetti nuovi) nell’ultimo anno è calata dell’8% (il 45% verso il 53% del 2015), segno che il seconda-mano non è più qualcosa di “sfigato”, ma è un’abitudine che cresce trasversalmente alle varie categorie sociali e di reddito. Le motivazioni di questa maturazione del mercato dell’usato sono varie. La crisi economica di questi anni ha indubbiamente contribuito, ma più ancora ha fatto la diffusione di nuovi stili di vita, riassunti nei profili dei consumatori di second hand:  non solo più, dunque, gli “Ideologici” – che lo fanno per salvare l’ambiente  –  e i “Concreti” dall’approccio razionale basato sul bisogno, ma anche quelli che amano la leggerezza del superfluo a basso costo e senza impegno, i millenials dell’Economia 2.0 (abituati a comprare e vendere online sia nuovo che usato) e gli Smart Chic appassionati del vintage.

L’altra notizia è che sempre di più anche gli Italiani acquistano e vendono online – come avviene da tempo in altri paesi europei. Si tratta del 15% della popolazione, che scambia oggetti di seconda mano, su internet, per 7,1 miliardi di euro l’anno, creandosi un guadagno integrativo mediamente di € 900 euro/anno (quasi una piccola “quindicesima”).

Il settore dei motori (auto, moto, scooter ecc.) guida ancora la classifica delle vendite online, con 5 miliardi di euro, seguito dai prodotti per la casa e la persona (984 milioni), dall’elettronica (647 milioni) esport & hobby (465 milioni).

“La progressiva digitalizzazione del Paese e un uso sempre maggiore di smartphone e tablet stanno progressivamente riducendo l’acquisto e la vendita di beni in mercati e negozi dell’usato a favore delle piattaforme digitali generaliste e verticali”, spiega Guido Argieri, Head of Department Customer Interaction & Monitoring di Doxa.

Ma un altro effetto interessante, emerso durante la presentazione dei dati a Milano, è che questa economia del second hand non sembra entrare in competizione con la produzione industriale e artigianale tradizionale. Anzi, secondo il CEO di Subito Melany Libraro, “stimola l’investimento in qualità”. In effetti l’oggetto che, potenzialmente, può avere la vita più lunga non è certo l’usa e getta di fascia bassa, ma  ci sarebbe un ulteriore incentivo a lavorare sulla qualità e la durabilità delle produzioni.

Fonte: Green News

I birrifici più sostenibili ritornano alla bottiglia riutilizzabile

Il riuso è una delle strategie più efficaci per ridurre il consumo di risorse, i rifiuti, il littering e le emissioni di Co2, anche per gli imballaggi. I produttori artigianali di birra stanno rivalutando il sistema del vuoto a rendere con il riutilizzo delle bottiglie di vetro. In Oregon così come in Bretagna ci si sta organizzando in tal senso. (fonte: Associazione Comuni Virtuosi)

The Oregon Beverage Recycling Cooperative (OBRC), che già gestisce nello stato un programma di deposito su cauzione per gli imballaggi a perdere , ha recentemente annunciato la partenza di un programma che reintroduce il sistema di refill per le bottiglie in vetro di birra. Il programma coinvolge diversi birrifici artigianali locali.
L’Oregon è stato il primo stato americano ad introdurre il deposito su cauzione per i contenitori di bevande in vetro, plastica e lattine nel lontano 1971 allo scopo di incrementare il riciclo.
A partire dal 2018 il cauzionamento interesserà tutti i contenitori per bevande eccetto i settori degli alcolici, del vino e latticini.
Con aprile 2017 il deposito di 5 cent verrà portato a 10 cent, in linea con quello del Michigan, uno degli 11 stati americani ad avere adottato un Bottle Bill. Il raddoppio del deposito è stato deciso per incrementare il tasso di intercettazione che è rimasto sotto l’80%.

Con un organico di 275 dipendenti e un budget annuale di 34 milioni di dollari, OBRC gestisce in tutto lo stato la raccolta e l’avvio al riciclo di tutti i contenitori per bevande, dal vetro, all’alluminio alla plastica. Questa posizione, come evidenziato dalla stessa cooperativa, facilita la progettazione di un programma di refill che sarà completato entro due anni. In primo luogo OBRC può infatti contare sulle relazioni con tutta la filiera della birra tra birrifici, distributori, rivenditori già da tempo consolidate.
In seconda battuta ci sono inoltre altri interlocutori e strutture che già lavorano con la cooperativa nella gestione del deposito su cauzione che possono essere coinvolte agevolmente nel programma : dal network di BottleDrop (i depositi che gestiscono stoccaggio e rimborsi dei contenitori) alla flotta di camion che opera nello stato, alle strutture che possono ospitare impianti di lavaggio.
L’industria artigianale della birra in Oregon si avvia con questo programma di riutilizzo a sostenere il Bottle Bill e a compiere un importante passo avanti nella gestione responsabile delle risorse” ha dichiarato John Andersen, presidente di OBRC. Il programma potrebbe raggiungere un numero di adesioni interessanti se si considera che le vendite di birra artigianale costituiscono in Oregon, rispetto a qualsiasi altro stato, la quota maggiore del mercato totale della birra. Per di più, oltre il 22% di tutta la birra bevuta in Oregon viene prodotta nello stato. Solamente nell’area metropolitana di Portland, si contano più di 100 birrifici.
Attualmente OBRC sta lavorando alla creazione di una rete di centri BottleDropstandalone” adatti a gestire le bottiglie riutilizzabili che sono più pesanti e robuste di quelle monouso. L’iniziativa partirà con una prima fase pilota che interesserà solamente le bottiglie più grandi e alcuni birrifici ma che arriverà a movimentare sino a due milioni di bottiglie all’anno.

SERVONO OBIETTIVI DI RIUSO OBBLIGATORI PER LEGGE

I programmi di refill sono oggi una rarità negli Stati Uniti nonostante il sistema fosse ampiamente in voga nei primi decenni del XX secolo. Il Container Recycling Institute  (CRI) ha registrato il graduale declino dei sistemi di refill sin dal 1947 quando l’86% del mercato della birra e il 100% del mercato delle bibite si serviva di bottiglie riutilizzabili. Nel 1998 il mercato era già sceso al 3,3 % del mercato della birra e allo 0,4% del mercato dei soft drink. Tuttavia, come ha rilevato il CRI, ci sono misure economiche come il deposito su cauzione che permettono al sistema riutilizzabile  di competere con il consumo a perdere dei contenitori di bevande. Questa tesi viene ripresa anche da Reloop la piattaforma europea che promuove il riuso e l’economia circolare. Nello studio Policy Instruments to Promote Refillable Beverage Containers prodotto da Reloop vengono individuati tre strumenti legislativi che, se applicati in tandem, possono promuovere il sistema refill per le bottiglie : 1) deposito su cauzione obbligatorio; 2) applicazione di “green levies” oppure contributi ambientali  per la gestione del fine vita degli imballaggi; 3) determinazione di obiettivi di riutilizzo da perseguire per l’industria.

La piattaforma Reloop insieme a Environmental Action Germany (Deutsche Umwelthilfe – DUH), all’European Association of Beverage Wholesalers (CEGROBB) e all’Association of Small and Independent Breweries in Europe (S.I.B.) hanno presentato un position paper congiunto per rafforzare il ruolo che i sistemi di riutilizzo possono giocare, anche all’interno del pacchetto per l’economia circolare. Secondo i promotori del position paper è necessario che vengano definiti degli obiettivi vincolanti di riduzione dei rifiuti che, oltre a ridurre il consumo di risorse, hanno la potenzialità di innescare misure di prevenzione come, ad esempio, il riuso anche per il packaging.  Per i promotori, inoltre, la produzione annuale procapite di rifiuti da imballaggio dovrebbe scendere a 120 kg nel 2025 e 90 kg nel 2030. Ad oggi il consumo di imballaggi si attesta su una media europea di 160 kg con l’Italia in cima alla classifica con oltre 200 Kg procapite!. Per raggiungere questi obiettivi è necessario cambiare il sistema di calcolo separando gli obiettivi di riuso da quelli di riciclo. L’attuale obiettivo aggregato non garantisce il rispetto della gerarchia europea per la gestione dei rifiuti da parte delle aziende che “saltano” le opzioni ambientalmente più sostenibili come prevenzione e riuso (ai primi posti della gerarchia)  e puntano al riciclo che viene solamente prima del recupero energetico o la discarica.

Secondo Clarissa Morawski di Reloop ” il parlamento europeo ha fatto un primo passo nella giusta direzione prospettando una riduzione del packaging tra il 5 e 10%. Tuttavia  questi target oltre a diventare vincolanti, devono essere mirati ai diversi sistemi di riuso che includono contenitori per bevande, imballaggi industriali come cassette o pallet e altre tipologie di packaging più comuni per arrivare all’obiettivo del 10% di packaging riutilizzabile rispetto al totale dell’immesso al mercato nel 2015. Per poi incrementare la quota sino ad un ulteriore 20% al 2030 rispetto allo staus raggiunto nel 2018″ . Per i promotori, come si può leggere nel comunicato stampa, servono inoltre incentivi fiscali che premino l’adozione di soluzioni riutilizzabili per superare l’attuale situazione dove le aziende non hanno alcuna convenienza economica ad operare in modo sostenibile. Intanto il littering da contenitori di bevande risulta una parte consistente dei rifiuti stradali e dispersi in natura. Dalle foto di una recente pulizia ambientale promossa dalla Cooperativa piemontese ERICA si può notare che le bottiglie e le lattine di birra giocano la parte del leone tra i contenitori per bevande. Questo non significa che tutte le operazioni di pulizia presentino gli stessi esiti come tipologia e percentuali di imballaggi raccolti perchè dipende da diversi fattori di ordine anche locale, ma rendono l’idea.

Anche il piano d’azione   The New Plastics Economy: Catalysing action  promosso dalla Ellen MacArthur Foundation e realizzato con il coinvolgimento dell’industria identifica il riuso come una delle tre strategia per affrontare le esternalità negative dell’attuale gestione lineare della plastica e creare al contempo valore per l’economia e l’ambiente. Secondo il piano almeno un 20% degli imballaggi monouso di plastica può essere sostituita da opzioni riutilizzabili e da sistemi di erogazione basati su ricarica di prodotto, sia nel settore B2B che B2C. Le possibili applicazioni possono toccare tutti i settori dei beni di largo consumo, dall’alimentare, alla cosmetica, alla detergenza, ecc. Il primo nostro approfondimento sul piano NPE: Catalyzing Action dedicato a due delle 3 strategie: Riprogettazione e Riuso si trova qui.

IL CASO DISTRO IN BRETAGNA

Anche in Bretagna c’è chi si batte per arrivare ad un ritorno del sistema di refill per le bottiglie di vetro. In prima linea c’è dal 2015 l’associazione Distro che significa “ritorno” in bretone creata da un gruppo di sei produttori di birra e due di cidro, con il sostegno di altri soggetti come la Regione, Eco Emballages e Ademe Bretagne. Distro ora vanta 26 associati che insieme producono 300.000 ettolitri di bevande all’anno, circa il 50% della produzione regionale. Uno studio commissionato dall’associazione ha rilevato che tre bretoni su quattro sono disposti a comprare solamente con bottiglie a rendere a condizione che il prezzo al litro non aumenti.

Alcuni tra i più grandi produttori di birra e sidro si sono già dotati di impianti di lavaggio come il produttore di sidro Val de Rance cofondatore di Distro. “Il costo della bottiglia corrisponde al 10 – 15% del prezzo di vendita totale, da qui la necessità di riutilizzare le bottiglie. Durante i cicli di lavaggio trattiamo 5000-6000 bottiglie all’ora e 50.000 bottiglie al giorno. Riutilizziamo la stessa bottiglia una ventina di volte ” spiega Olivier Vital, direttore amministrativo della “cidrerie” Val de Rance.

(Foto: Philippe Renault / Ouest-France)

Obiettivo: 11.000 tonnellate
“L’obiettivo” come chiarisce Patrick Créac’h il responsabile dello studio commissionato da Distro “è mettere in piedi un sistema di raccolta per le bottiglie che permetta di recuperare quei 26 milioni di pezzi che non vengono attualmente intercettati. A cominciare dai formati da 75 cl di birra e sidro e da 33 cl di birra. Questo significa inrecuperare 11.000 tonnellate di vetro che rappresenta l’8% del vetro raccolto annualmente in Bretagna. ” La Bretagna si sta rivelando come un territorio favorevole per un sistema di riutilizzo poichè sono quasi un centinaio i soggetti che si sono dimostrati interessati nell’iniziativa tra produttori di birra, di sidro ma anche di bevande analcoliche, succhi di mele e acqua minerale.

In riferimento all’obiettivo regionale di riduzione del 10% dei rifiuti al 2020 esistente i fondatori di Distro hanno riferito di voler contribuire con questa iniziativa, capace di creare al tempo stesso occupazione, piuttosto che dover aderire a qualche altro progetto “calato dall’alto”. I produttori non applicheranno in questo caso un deposito cauzionale ma riconosceranno 80 Euro per ogni tonnellata di bottiglie raccolte. Saranno incaricati della raccolta dei vuoti soggetti appartenenti al denso tessuto associativo bretone che secondo Distro può garantire allo scopo un sistema di logistica diffuso e una comunicazione efficace verso gli utenti per sensibilizzarli sulla valenza ambientale dell’iniziativa.

Il caso virtuoso dell’Alsazia
Alsazia è l’unica regione della Francia che è stata in grado di mantenere nella distribuzione convenzionale la pratica del vuoto a rendere su larga scala. I birrai alsaziani hanno concordato già dal 1975 un formato comune di bottiglia e si servono di campagne comuni per comunicare i vantaggi ambientali del sistema. Uno studio realizzato nel 2009 ha comparato l’analisi del ciclo di vita delle bottiglie di vetro da 75 cl riutilizzate più volte verso quelle monouso e i risultati non lasciano dubbi: la bottiglia riutilizzata (oltre le cinque volte) ha un impatto decisamente minore rispetto a quello della bottiglia usa e getta. I risultati  mostrano un chiaro vantaggio per la bottiglia riutilizzata: –76% nel consumo di energia primaria, -79% nelle emissioni di gas serra.

 

Fonte: Associazione Comuni Virtuosi

Regione Sardegna: pubblicato il Rapporto sulla gestione dei rifiuti urbani (dati 2015)

L’attività di monitoraggio del Catasto rifiuti, istituito presso l’ARPAS, ha prodotto, anche quest’anno, con la collaborazione degli Osservatori Provinciali dei rifiuti e dell’Assessorato della Difesa dell’Ambiente della Regione, il rapporto sulla gestione dei rifiuti urbani in Sardegna, relativo all’anno 2015.
Il rapporto analizza la produzione, le raccolte differenziate, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti urbani, e costituisce un utile strumento per il monitoraggio degli obiettivi previsti dal Piano regionale di gestione dei rifiuti.
Nel corso degli ultimi anni, in attuazione del Piano regionale del 2008, la Regione ha adottato delle azioni che hanno portato i Comuni della Sardegna dal 2008 al 2015 a modificare radicalmente la propria gestione dei rifiuti, fino a raggiungere il risultato del 56% di raccolta differenziata: rappresenta senz’altro un ottimo traguardo considerando, fra l’altro, che proprio i centri maggiori non hanno avviato una raccolta efficiente. Si tratta di un risultato che colloca la Sardegna fra le migliori realtà a livello nazionale, unica regione del Sud Italia a vantare una raccolta differenziata sopra il 50%.
Prosegue l’andamento decrescente della produzione già osservato negli anni precedenti, con un calo importante dei rifiuti a smaltimento grazie in particolare all’adozione di sistemi di gestione dei rifiuti più efficienti anche in alcuni grossi centri e in centri interessati da fenomeni turistici importanti, con l’adozione sempre più estesa del sistema porta a porta domiciliare integrale e l’apertura di nuovi ecocentri. In particolare è di rilievo il cambio di passo registrato da una delle province storicamente più in ritardo, e anche fra le più impattanti in termini di produzione procapite, la provincia di Olbia – Tempio, dove la conversione al porta a porta della città di Olbia e di altri centri rilevanti per la produzione di rifiuti, ha consentito un vero e proprio salto verso il raggiungimento degli obbiettivi della raccolta differenziata.
Esistono tuttavia in ogni provincia delle realtà di vera eccellenza, con 206 Comuni su 377 che superano il 65% di raccolta differenziata e fra essi ben 47 che superano il 75%, tra cui centri di media dimensione interessati da notevoli flussi turistici, come Orosei e Siniscola che addirittura superano l’80% ma anche Tortoli’, Budoni e Oristano, il primo a superare il 70% fra i Comuni di dimensione maggiore.
Contrastano con queste esperienze i risultati non ancora eccellenti dei Comuni che continuano a persistere nella raccolta stradale, che non assicura, come oramai la realtà dei fatti ha ampiamente dimostrato, efficienti raccolte in quantità e qualità, determinando anche sprechi di risorse in fatto di mancati contributi dai consorzi di filiera e costi di smaltimento delle frazioni indifferenziate e delle impurezze e scarti della raccolta separata.
Nel 2015 si è assistito ad un ulteriore miglioramento per quasi tutte le raccolte delle singole tipologie di rifiuti, in particolare si segnala l’incremento dell’organico separato, che rappresenta una delle eccellenze della raccolta regionale.
Ancora molto positivi sono gli incrementi nella raccolta di vetro, carta, metalli e plastica, mentre sempre ad un ottimo livello, anche nazionale, è la raccolta dei RAEE. Meno soddisfacente è la raccolta del verde e del legno e da migliorare appare quella dei tessili, seppure in crescita.
A livello impiantistico qualche ritardo si è accumulato nell’avvio del rinnovo ed ammodernamento degli impianti di termovalorizzazione; ha chiuso, invece, l’impianto di selezione di Carbonia, di cui è in corso la conversione in impianto di compostaggio. Questi eventi hanno portato all’aumento, dopo anni di continuo decremento, dei rifiuti conferiti direttamente a discarica per far fronte alle necessità urgenti di smaltimento comunque esistenti a causa dell’impossibilità di recuperare energeticamente tutto il secco residuo prodotto, che pure è risultato in netto aumento nel 2015.
Migliora, grazie ai risultati raggiunti sul fronte della separazione dei rifiuti ed al maggior ricorso all’incenerimento, la percentuale dei rifiuti urbani biodegradabili in discarica (cosiddetti RUB), che continua a raggiungere buoni risultati nel centro-sud della Regione, mentre meno soddisfacenti sono i risultati delle province del nord Sardegna anche per il 2015, malgrado il miglioramento della raccolta differenziata.

Diciassettesimo Rapporto sulla gestione dei rifiuti urbani in Sardegna [file .pdf]

RAEE: pochi italiani conoscono l’Uno contro Zero

L’indagine realizzata da IPSOS per il Consorsorzio Ecodom e l’Organizzazione Cittadinanzattiva evidenzia il gap informativo che sussiste nel settore della raccolta dei Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, nonostante la maggiore diffusione di comportamenti virtuosi tra coloro che conoscono questa tipologia di rifiuti e i decreti che ne regolano la gestione.

Meno di un italiano su 5 sa che si può conferire gratuitamente i piccoli apparecchi elettrici ed elettronici fuori uso e dismessi presso i punti vendita.
È questo il dato più rilevante che emerge dalla ricerca sui comportamenti degli italiani nella gestione dei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), realizzata da IPSOS Italia per Ecodom (il principale Consorzio operante in Italia nella gestione dei RAEE) e Cittadinanzattiva (Organizzazione fondata nel 1978 che promuove l’attivismo dei cittadini per la tutela dei diritti, la cura dei beni comuni, il sostegno alle persone in condizioni di debolezza) e presentata il 21 febbraio 2017 nel corso del Workshop “Gli italiani e i RAEE: dall’uno contro uno all’uno contro zero“.

Condotta dal 21 novembre al 12 dicembre 2016 attraverso 2.121 interviste su un campione stratificato e casuale, rappresentativo dei cittadini maggiorenni residenti in Italia e selezionato in base a quote per genere, età, area geografica, e ampiezza dei centri abitati, l’indagine ha avuto per obiettivo la consapevolezza degli italiani sull’importanza di una corretta raccolta differenziata dei RAEE e cosa accade ai piccolissimi RAEE, spesso dimenticati nei cassetti o gettati con i rifiuti indifferenziati, e che invece potrebbero tornare ad essere materie prime se correttamente raccolti e trattati.
Questa attività è normata dal Decreto “uno contro uno”, che da giugno 2010 obbliga i venditori di prodotti elettrici ed elettronici al ritiro gratuito dell’apparecchiatura dismessa a fronte dell’acquisto di un nuovo prodotto equivalente, e dal nuovo Decreto “uno contro zero”, che da aprile 2016 prevede la consegna gratuita dei RAEE di piccole dimensioni (inferiori a 25 cm) presso i punti vendita con superfici superiori a 400 mq (il servizio è facoltativo per i negozi più piccoli) senza alcun obbligo di acquisto.
La ricerca evidenzia certamente un gap informativo da colmare nel settore della raccolta dei RAEE ha dichiarato Nando Pagnoncelli, Presidente Ipsos Italia Lo attesta la maggiore diffusione di comportamenti di conferimento virtuosi tra coloro che conoscono questa tipologia di rifiuti e i decreti che ne regolano la gestione, a differenza di coloro che non li conoscono, che rappresentano i principali responsabili delle cattive abitudini ancora diffuse. Gli italiani riconoscono grandi potenzialità al decreto ‘uno contro zero’ a cui, se sostenuto da campagne di comunicazione e da una maggiore convinzione dei rivenditori, viene attribuita la capacità di contribuire alla crescita della raccolta dei piccoli RAEE”.

Meno di un intervistato su 4 (18%), una quota ancora marginale di popolazione, riconosce correttamente i RAEE, mentre 2 su 5 (40%) ne hanno solo un’idea approssimativa e la maggioranza relativa (42%) non li conosce affatto.
Le principali fonti di informazioni sui RAEE, per i cittadini che li riconoscono, sono l’Amministrazione pubblica (31%) o le aziende di igiene urbana (31%). Solo in un 10% dei casi le informazioni sono state fornite dai relativi negozianti.
La percezione sul grado di rischio di queste apparecchiature appare elevata, anche tra chi non le conosce (livello medio di pericolosità pari a 8,7 su 10), per le conseguenze dannose che il mancato trattamento può avere sul suolo, sull’aria e sull’acqua, e per la presenza di sostanze inquinanti contenute in alcuni componenti, in base al parere di chi le considera pericolose.
Nelle abitazioni degli italiani le apparecchiature “a rischio”, ovvero non più in uso oppure non più funzionanti (e che quindi potrebbero essere dismesse in modo non corretto) rappresentano il 7,4% del totale posseduto. Il più elevato potenziale di rischio è di videoregistratori, videocamere, macchine fotografiche digitali e calcolatrici.
La conoscenza dei RAEE e la consapevolezza dell’importanza della loro raccolta differenziata sono ancora poco diffuse tra gli Italiani – ha osservato Giorgio Arienti, Direttore Generale Ecodomsono ancora poco diffuse tra gli Italiani. Nelle nostre case ci sono moltissime apparecchiature non utilizzate o non funzionanti, soprattutto di piccole dimensioni, per il cui conferimento la distribuzione ha ancora un ruolo secondario. Il ritiro ‘uno contro zero’ è pressoché sconosciuto, sebbene se ne intuiscano le potenzialità per quanto riguarda l’incremento della raccolta: perciò il Consorzio, che nel 2016 con 95 mila tonnellate ha gestito il 33% del totale dei RAEE del Sistema RAEE italiano, continuerà a lavorare per far conoscere questo importante servizio gratuito”.

In merito alle modalità di dismissione, fortunatamente prevalgono i comportamenti virtuosi, nel 60% dei casi tramite il ricorso alle società di igiene urbana e nel 9% dei casi tramite i negozianti, ma le cattive abitudini di conferimento pesano ancora il 17%. Queste ultime scendono al 10% tra coloro che sono informati sui RAEE, mentre tra chi non conosce i RAEE l’incidenza di modalità di conferimento non corrette è ancora più elevata (22%). Nello specifico, sono MP3 (45%), spazzolini elettrici (29%), calcolatrici e cuffie (27%) ad essere dismesse in modo non corretto (principalmente insieme ai rifiuti generici).
Rispetto alla precedente indagine effettuata sempre da IPSOS nel 2011, i cittadini riconoscono di avere le principali responsabilità degli scarsi risultati di raccolta dei RAEE (in media il 35%, che però a Roma sale al 41%). Nell’attribuzione di responsabilità seguono le amministrazioni pubbliche (30%), valore in sensibile calo rispetto al 2011 (39%), che però nelle Isole arriva a quota 37%. Chiamato in causa anche il canale distributivo (13%), seguito dai produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche (11%).
La conoscenza del decreto uno contro uno mostra un sensibile incremento rispetto al 2011 (+13%), ma solo il 30% del campione dichiara di conoscerlo in modo approfondito: un 44% degli intervistati, a distanza di 8 anni dall’entrata in vigore, ancora non conosce questa possibilità di conferimento. Il 42% di coloro che sono a conoscenza dell’uno contro uno ha anche utilizzato questo servizio (in media 2,6 volte).
La notorietà del decreto uno contro zero, invece, è ancora piuttosto contenuta (18%), probabilmente anche in virtù della sua recente introduzione, con la popolazione delle Isole che risulta essere la più informata (23%). Tra i canali di informazione emergono i media, come quotidiani (24%) e TV (20%), ma anche le catene distributive (20%).
Secondo gli intervistati, il decreto potrà contribuire in modo significativo all’aumento della raccolta dei RAEE per effetto della semplificazione del conferimento per i consumatori, anche in termini di convenienza, e le potenzialità in termini di informazione e sensibilizzazione dei cittadini, promuovendo comportamenti virtuosi. Anche la possibilità di diventare uno stimolo per il canale distributivo viene indicata come punto di forza del decreto, in particolare al Centro-Sud.
“L’attività della nostra associazione ha l’obiettivo di favorire un nuovo approccio dei cittadini nella fruizione dei servizi pubblici locali, che preveda un pieno e consapevole coinvolgimento per la tutela dei loro diritti e la cura dei beni comuni – ha sottolineato Antonio Gaudioso, Segretario Generale Cittadinanzattiva – ha l’obiettivo di favorire un nuovo approccio dei cittadini nella fruizione dei servizi pubblici locali, che preveda un pieno e consapevole coinvolgimento per la tutela dei loro diritti e la cura dei beni comuni. Con tale finalità abbiamo ad esempio realizzato, in collaborazione con Ecodom, la guida ‘Rifiuti elettrici ed elettronici: come fare?. A far la differenza, sono anche la capacità degli amministratori di implementare nei territori politiche nazionali e obiettivi europei, gli investimenti in infrastrutture dedicate, a partire da una più capillare presenza di specifici centri di raccolta, ma anche la capacità di fare rete tra i vari soggetti della filiera direttamente interessati – produttori, distributori, consorzi, etc. – con le amministrazioni pubbliche e le organizzazioni civiche”.

Fonte: Regioni & Ambiente

Economia circolare, il Parlamento europeo chiede target più ambiziosi

Con 59 voti a favore, 7 contrari e 1 astensione oggi la commissione Ambiente del Parlamento europeo ha dato l’ok alla relazione sull’economia circolare portata avanti da Simona Bonafè (S&D), che chiede modifiche al pacchetto legislativo proposto dalla Commissione europea nel dicembre 2015, alzando l’asticella degli obiettivi.

L’europarlamentare italiana in questi mesi ha sottolineato più volte l’esigenza di «un quadro normativo trasparente e stabile» per il reale sviluppo dell’economia circolare, con target di riciclo chiari e modalità di calcolo uniformi sul territorio dell’Ue (quando ad oggi ancora mancano anche entro i confini italiani, nonostante le linee guida sulla raccolta differenziata pubblicate dal ministero dell’Ambiente).

In particolare, nella relazione a firma Bonafè si chiede vengano raggiunti al 2030 un tasso di avvio a riciclo pari al 70% per i rifiuti urbani (80% per gli imballaggi) e contemporaneamente una riduzione dei conferimenti in discarica al 5%, il dimezzamento dello spreco alimentare e una riduzione nella produzione dei rifiuti tutti intervenendo alla fonte: «Costruendo prodotti che siano più riciclabili, più facili da riparare e riusare».

«Non possiamo più costruire il nostro futuro su un modello ‘usa e getta’ – commenta Bonafè – ma prepararci ad una transizione che, considerando l’intero ciclo del prodotto, genera non solo nuove risorse produttive, ma opportunità di lavoro, innovazione e protezione per le persone e per l’ambiente». La commissione Ambiente ha espresso dunque il suo favore, e il voto in plenaria è atteso il 13-16 marzo, in vista del negoziato con Commissione e Consiglio. Quello di oggi è «un primo importante passo verso un’ambiziosa riforma della politica europea dei rifiuti finalmente in grado di trasformare l’emergenza in una grande opportunità economica e occupazionale», commenta la presidente di Legambiente Rossella Muroni, sottolineando che «nel frattempo anche il nostro governo deve fare la sua parte. L’Italia, in sede di Consiglio, deve sostenere con forza una riforma ambiziosa della politica comune dei rifiuti che faccia da volano per l’economia circolare europea, senza nascondersi dietro le posizioni di retroguardia di alcuni governi che si oppongono a un accordo ambizioso con il Parlamento. Nel nostro Paese sono in gioco almeno 190 mila nuovi posti di lavoro, che possono essere creati grazie allo sviluppo dell’economia circolare, al netto dei posti persi a causa del superamento dell’attuale sistema produttivo».

Al momento l’Italia è ancora molto lontana dal raggiungere i target richiesti dalla relatrice Bonafé, come mostra l’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani – e tacendo sulla gestione dei rifiuti speciali, che nel nostro Paese sono il quadruplo degli urbani ma non vengono neanche toccati dal pacchetto legislativo sull’economia circolare avanzato dalla Commissione europea (qui le quattro direttive in ballo).

A livello europeo, secondo le stime della Commissione Ue il raggiungimento degli obiettivi approvati dalla commissione dell’Europarlamento potrebbe significare la creazione di 580mila posti di lavoro entro il 2030, con un risparmio annuo di 72 miliardi di euro per le imprese Ue grazie a un uso più efficiente delle risorse e quindi ad una riduzione delle importazioni di materie prime. Anche autorevoli analisi indipendenti – come quella della Ellen MacArthur Foundation contenuta nel rapporto Growth within: a circular economy vision for a competitive Europe – confermano l’impatto straordinariamente positivo che un’economia più circolare potrebbe avere sul Vecchio continente, non da ultimo tagliando in modo significativo l’emissione di gas serra.

Eppure l’attuale Commissione Ue guidata da Jean-Claude Juncker ha proposto obiettivi meno ambiziosi rispetto a quella precedente, sotto l’egida Barroso: proprio gli obiettivi rilanciati oggi da Simona Bonafè non fanno che riprendere in gran parte i vecchi target europei, mostrando in modo plastico i passi indietro compiuti dall’Ue negli ultimi anni in fatto di leadership ambientale.

 

Fonte: Luca Aterini per Green Report

Regione Lazio: approvate le linee guida per la tariffazione puntuale

Rifiuti, la Regione adotta un provvedimento per promuovere la tariffazione puntuale: uno strumento per incentivare prioritariamente il contenimento e la riduzione della produzione di rifiuti e per potenziare l’invio a riciclare le diverse frazioni di rifiuti tramite la raccolta differenziata.

Uno strumento importante per incentivare i cittadini a fare nel miglior modo possibile la raccolta differenziata. L’obiettivo è quello di giungere a un piano tariffario che premierà, con agevolazioni sulle bollette, chi produrrà meno rifiuti. Un metodo che non si basa più sul numero dei componenti dei nuclei familiari e sui metri quadri delle abitazioni ma sulla quantità e sulla correttezza nel conferimento da parte di ciascun utente.

I comportamenti virtuosi avranno un riconoscimento monetario pressoché immediato, secondo il principio che chi produce meno e ricicla meglio paga di meno,  con la sicurezza, seguendo i principi della trasparenza, che i cittadini paghino solo il numero di conferimenti realmente operati oltre a quelli già inclusi nella parte fissa della tariffa. Nella deliberazione, inoltre, sono individuate le azioni che i Comuni dovranno adottare al fine di realizzare la verifica puntuale della produzione di rifiuti partendo dalle utenze non domestiche e sono previsti sostegni economici per gli stessi Comuni, sia di parte corrente che di parte capitale, nell’ambito della programmazione sulla differenziata.

“I regolamenti comunali di gestione dei rifiuti urbani potranno essere aggiornati con le modalità attraverso le quali la nuova tariffazione può essere attuata in relazione alla “quantificazione” dei rifiuti prodotti dalle singole utenze- lo ha detto Mauro Buschini, Assessore Rapporti con il Consiglio, Ambiente e Rifiuti, che ha aggiunto: potranno essere utilizzati, ad esempio, sistemi di identificazione del singolo utente attraverso l’utilizzo di contenitori dedicati (sacchi o bidoni) di varie dimensioni e di etichette a barre, lacci, ecc. con codice a barra rimovibile che permettono l’associazione del numero di scarichi effettuati dall’utente; utilizzo di contenitori dedicati dotati di trasponder o tessera magnetica che permettono la registrazione dei dati identificativi; dotazione ai cittadini di contenitori con codice a barre serigrafato che quantifichino i rifiuti conferiti mediante lettura con pistola laser; utilizzo di sacchi o lacci per contenitori preacquistati che permettano all’utente di quantificare i rifiuti effettivamente conferiti in modo proporzionato al consumo di sacchi e/o lacci effettivamente impiegati e al volume predefinito”- ha detto ancora Buschini.

Augusta: fare con meno

Alla presenza del sindaco Cettina Di Pietro, dell’assessore all’Ambiente Danilo Pulvirenti, del responsabile del VI Settore Servizi Ecologici Edoardo Pedalino, di Salvatore Genova (Referente Tecnico Esper srl) e di Francesco Ruta (responsabile progetto per la Datanet, società aggiudicatrice del piano comunicazione) sono state illustrate le specificità del progetto “Fare con meno” per la prevenzione e minimizzazione dei rifiuti urbani.

Con orgoglio il primo cittadino ha sottolineato che “Augusta si pone come Comune apripista essendo il primo ad aver avviato, contestualmente, sia un servizio di raccolta differenziata spinto, come quello porta a porta, che un progetto di sensibilizzazione come Fare con meno. I fondi ministeriali destinati al progetto sono assegnati a quei Comuni, come il nostro, sciolti per infiltrazioni mafiose. A dimostrazione di come da un evento spiacevole possano nascere inaspettate occasioni di riscatto”.

Gli obiettivi specifici del progetto, redatto dalla società Esper srl e finanziato dal Ministero dell’Ambiente della Tutela del Territorio e del Mare per un importo pari a 657.726 euro sono finalizzati alla partecipazione della cittadinanza sulla riduzione e del riuso dei rifiuti, alla riduzione dell’impatto ambientale delle attività produttive in riferimento alle risorse ambientali, all’agricoltura sostenibile, al Green Public Procurement (acquisti verdi nella pubblica amministrazione), a progetti di riuso, alla formazione ambientale e tecniche di compostaggio, alla promozione di forme artistiche di riutilizzo, riuso e riciclo, all’ecointrattenimento, all’organizzazione di eventi sostenibili e ad azioni e progetti per la lotta allo spreco alimentare.

Il miglior rifiuto è quello che non si produce” questo il motto dell’assessore Pulvirenti che ha così stigmatizzato lo scopo precipuo di Fare con meno. Per il progetto il Comune si avvale della collaborazione di enti, liberi professionisti e associazioni, nel dettaglio: Ambiente Italia, Comuni Virtuosi, Impact Hub Siracusa Srl, Irssat, Associazione Rifiuti Zero Sicilia, Svimed, Associazione Comitato Cittadino Augustano, l’Arch. Marco Terranova e la Dott.ssa Manuela Trovato. “Ogni realtà coinvolta è stata selezionata con bando ad evidenza pubblica – ci tiene a sottolineare l’Ing. Pedalino – per le sue competenze specifiche maturate nel settore di pertinenza”. Commenta infine l’assessore Pulvirenti: “sarà un’occasione per far lavorare insieme tante realtà locali, regionali e nazionali che in questi anni si sono spese su progetti di sostenibilità ambientale e che oggi metteranno le loro esperienze a disposizione dei cittadini di Augusta”.

Gli istituti scolastici di Augusta e la casa di Reclusione verranno coinvolti attivamente. Sarà, a breve, attivato un sito informativo all’indirizzo www.fareconmeno.it, un’app e una pagina FB “Fare con meno Augusta” e un corrispettivo hashtag al fine di raggiungere e coinvolgere un elevato numero di cittadini. Con oggi si avvia un’articolata campagna di azioni che coprirà numerose attività nei mesi a seguire.

Olanda, un premio in denaro (di plastica) a chi ricicla rifiuti

Partito un anno fa, l’esperimento “Wasted” nel quartiere Noord di Amsterdam sembra funzionare. Chi fa la differenziata riceve monete verdi da spendere nei negozi del quartiere: dalle birrerie alle palestre

di GIACOMO TALIGNANI

Un buon riciclo vale un massaggio “gratis”. Oppure un caffè, una lezione di yoga, una sistematina alla bici o una bella birra artigianale ghiacciata. Benvenuti a Noord, quartiere alle spalle della stazione dei treni di Amsterdam, al di là del canale Ij, dove chi ricicla plastica o fa una differenziata spinta viene premiato con strane monete verdi, tutte da spendere.

Si chiama Wasted e sta funzionando bene il progetto pilota applicato per ora solo in un quartiere di Amsterdam: per ogni sacco (per lo più di plastica) raccolto dai cittadini che aderiscono al progetto c’è un gettone verde come ricompensa. Più di 700 famiglie hanno già preso parte all’iniziativa da quando, un anno fa, è stata lanciata. I gettoni si possono spendere negli stessi negozi o locali della zona, in modo da incentivare il senso di comunità: si va da un semplice caffè (una moneta) a massaggi Reiki (7 monete),  a sconti su corsi di yoga, bevande, cibo, riparazioni dal meccanico, trattamenti di bellezza e via dicendo. Almeno 30 commercianti hanno infatti accettato di ricompensare chi porterà loro le famose monete verdi realizzate con materiali di riciclo.

A ogni famiglia, per posta, vengono inviati i sacchetti e un codice QR: in questo modo si tiene la tracciabilità di quanto raccolto. L’obiettivo è incentivare le persone al riciclo, premiandole, e al contempo insegnare a usare meno plastica possibile. Il tutto con un senso di comunità virtuosa, in cui ci “guadagnano” tutti: cittadini, commercianti e soprattutto l’ambiente. Gli esercizi che partecipano all’iniziativa, oltre a rispettare l’ambiente, guadagnano in “rispettabilità” e reputazione, tanto in alcuni casi da allargare i loro business.

I sacchetti possono essere portati dalle stesse famiglie in alcuni punti di recupero o vengono raccolti dagli addetti comunali in collaborazione con Cities Foundation che, a inizio 2015, ha lanciato Wasted. Dopo un anno per gli organizzatori è tempo di bilanci: più della metà degli aderenti all’iniziativa ha dichiarato di aver migliorato le proprie abitudini nello smaltimento dei rifiuti e il 23% sostiene di aver ridotto il consumo totale di materie plastiche.

Dietro a tutto questo c’è anche un’italiana, la milanese Francesca Miazzo fondatrice della Cities Foundation che ai tabloid inglesi ha raccontato come “la gente cominci a rendersi conto di  quanta plastica consuma su base settimanale, ed è abbastanza desolante”.

Una ricerca Eunomia sull’iniziativa  spiega che ancora è difficile osservare gli effetti reali del sistema  riciclo-premio e la stessa Miazzo parla della necessità di una sfida a lungo termine. C’è già un dato di fatto però: mentre nel mondo, per esempio, si stima finiscano ogni anno in mare da 5 a 14 milioni di tonnellate di plastica il solo piccolo quartiere di Noord sta contribuendo a fare la sua particina, raccogliendo nel 2015 circa 16,5 tonnellate di rifiuti di plastica.

ISPRA presenta il Rapporto Rifiuti Urbani 2016

Il Rapporto Rifiuti Urbani 2016 dell’Ispra fotografa un’Italia che tende a produrre sempre meno rifiuti. Nel 2015 sono stati 29,5 milioni di tonnellate i rifiuti urbani, -0,4% rispetto al 2014 e un calo complessivo, rispetto al 2011, di quasi 1,9 milioni di tonnellate (-5,9%).
A calare di più è il Centro Italia (-0,8%), che in valori assoluti produce 6,6 milioni di tonnellate di rifiuti, mentre il Nord si mantiene sulla media nazionale (-0,4%) con un quantitativo prodotto pari a 13,7 milioni di tonnellate; al Sud la produzione si contrae dello 0,2% (9,2 milioni di tonnellate).
Sono 11 le regioni italiane a segnare una riduzione della produzione dei rifiuti urbani nel 2015. In particolare, una decrescita di poco inferiore al 3% si osserva per l’Umbria e cali superiori o pari al 2% per la Liguria, il Veneto e il Lazio. Il Trentino Alto Adige, la Basilicata e la Calabria mostrano riduzioni rispettivamente pari all’1,4%, 1,1% e 1%, mentre per Lombardia, Marche, Puglia e Sardegna la contrazione risulta inferiore all’1%.
Nel 2015, la percentuale di raccolta differenziata in Italia raggiunge il 47,5% della produzione nazionale, facendo rilevare una crescita di + 2,3 punti rispetto al 2014 (45,2%), superando i 14 milioni di tonnellate.
Nel Nord il quantitativo si attesta al di sopra di 8 milioni di tonnellate, nel Centro a quasi 2,9 milioni di tonnellate e nel Sud a 3,1 milioni di tonnellate. Tali valori si traducono in percentuali, calcolate rispetto alla produzione totale dei rifiuti urbani di ciascuna macroarea, pari al 58,6% per le regioni settentrionali, al 43,8% per quelle del Centro e al 33,6% per le regioni del Mezzogiorno.
Alla regione Veneto va la palma della raccolta differenziata nel 2015 grazie al 68,8%, seguita dal Trentino Alto Adige con il 67,4%. Entrambe le regioni sono già dal 2014 al di sopra dell’obiettivo del 65% fissato dalla normativa per il 2012. Seguono, tra le regioni più virtuose, il Friuli Venezia Giulia (62,9%), seguita da Lombardia, Marche, Emilia Romagna, Sardegna e Piemonte, queste ultime cinque con tassi superiori al 55%. Tra 45% e 50% si collocano Abruzzo, Umbria, Campania, Valle d’Aosta e Toscana. Liguria e Lazio sono di poco al di sopra del 35%, mentre superano il 30% la Basilicata e la Puglia. La Calabria è la regione che fa segnare la maggiore crescita della percentuale di raccolta differenziata, +6 punti rispetto al 2014, anche se il 25% la colloca ancora al penultimo posto tra le regioni, seguita solo dalla Sicilia (12,8%). Sfiorano i 5 punti di crescita Valle d’Aosta e Lazio.
I servizi di igiene urbana in Italia costano in media 168 euro l’anno pro capite, per l’esattezza 167,97.
Il Rapporto Rifiuti Urbani 2016 dell’Ispra che contiene i dati dell’indagine condotta su un campione di circa 5.800 Comuni (corrispondenti a oltre 48,6 milioni di abitanti).
Di questi 168 euro, i costi di gestione dei rifiuti indifferenziati e delle raccolte differenziate ammontano rispettivamente a 58,98 e a 46,35 euro l’anno; lo spazzamento e lavaggio delle strade a 22,53 euro l’anno; i costi comuni a 32,09 euro l’anno e, infine, i costi di remunerazione del capitale a 8,01 euro l’anno.
Aumentano, con il crescere della dimensione comunale, i costi annui pro capite, passando dai 131,76 euro per abitante l’anno per i Comuni con una popolazione inferiore ai 5mila abitanti ai 191,03 euro per i Comuni con più di 50mila abitanti.

L’indagine dell’Ispra ha determinato anche i costi di gestione delle raccolte differenziate delle principali tipologie di materiali. In particolare, i costi specifici in eurocentesimi/kg, calcolati come medie nazionali, risultano, nel 2015, di 15,7 per la carta e cartone; 10,7 per il vetro; 16,5 per la plastica; 21,1 per la raccolta multimateriale. E ancora: 10,6 per i metalli; 9,4 per il legno; 18,6 per i tessili; 22,1 per la frazione umida; 9,2 per la frazione verde; 38,3 per gli oli commestibili esausti; 33 per gli pneumatici usati; 18,1 per i Raee e 86,9 eurocentesimi/kg per le batterie e gli accumulatori esausti.

Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2016

Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2016 Estratto

Conai: consultazione per le linee guida sulla progettazione di imballaggi in plastica riciclabili

È stata aperta la fase di consultazione pubblica sulle linee guida per la facilitazione delle attività di riciclo degli imballaggi in plastica promosse da CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi) e realizzate in collaborazione con un team di esperti composto da designer dell’Università IUAV di Venezia e professionisti di Corepla.
Fino al 31 gennaio 2017 attraverso una semplice procedura di registrazione, all’indirizzo www.progettarericiclo.com, le aziende produttrici e utilizzatrici di imballaggi, i selezionatori, i riciclatori e il mondo associativo potranno contribuire con i propri commenti, con proposte di modifica o con richieste di chiarimenti.

Al termine della consultazione pubblica e in base alle segnalazioni, commenti e modifiche recepite, Conai procederà alla pubblicazione del testo definitivo delle Linee guida per la facilitazione delle attività di riciclo degli imballaggi in materiale plastico.
Il documento precede il recepimento delle direttive europee in materia di economia circolare, e rappresenta un ulteriore tassello dell’impegno di CONAI a favore della progettazione sostenibile degli imballaggi – che tenga cioè in conto delle modalità di riciclo a fine vita – e consiste nell’analisi puntuale di ogni fase del processo di raccolta, selezione e riciclo degli imballaggi in plastica al fine di mettere in luce i passaggi cruciali e poter fornire indicazioni progettuali efficaci per facilitarne il riciclo.

Consulta anche la pagina: http://www.conai.org/prevenzione/pensare-al-futuro/progettare-riciclo

 

fonte: e-gazette