Premio Comuni Ricicloni 2016

Quest’anno il Premio Comuni Ricicloni 2016 di Legambiente riserva una bella e inaspettata sorpresa, che lascia ben sperare per un’Italia finalmente libera dai rifiuti. Crescono nella Penisola i comuni Rifiuti free, quelli che oltre ad essere ricicloni, hanno deciso di puntare sulla riduzione del residuo non riciclabile da avviare a smaltimento. Sono ben 525, contro i 356 dello scorso anno, le realtà che producono meno di 75 chilogrammi annui per abitante di rifiuto secco indifferenziato, (pari al 7% del totale nazionale), per una popolazione che sfiora i 3 milioni di cittadini. Risultati ottenuti con ricette diverse ma con un denominatore comune: la responsabilizzazione dei cittadini attraverso una raccolta domiciliare, una comunicazione efficace e con politiche anche tariffarie che premiano il cittadino virtuoso. Non è un caso che dei 525 comuni Rifiuti free 255 hanno un sistema di tariffazione puntuale e 136 uno normalizzato.
A livello geografico, il Nord Italia è al top con i suoi 413 comuni Rifiuti free, pari al 79% del totale. Segue il Sud con 87 municipi (pari al 17% del totale) e il Centro con 25 (pari al 5%). Le regioni che superano la media nazionale del 7% di Rifiuti free rispetto al totale sono invece: il Veneto (con il 35% di comuni Rifiuti Free), il Friuli-Venezia Giulia (29%), il Trentino-Alto Adige (17%) e la Campania (9%). Mancano all’appello solo Valle d’Aosta, Umbria, Puglia e Sicilia dove non ci sono comuni con alta percentuale di differenziata e bassa produzione di rifiuto secco residuo. Dai numeri alle belle esperienze green, il passaggio è breve: tra le storie segnalate nel rapporto “Comuni Ricicloni” di Legambiente non poteva mancare l’Emilia Romagna con il sistema di penalità e premialità della nuova legge regionale, la città di Parma in prima linea nella tariffazione puntuale come Treviso e l’esperienza della raccolta porta a porta avviata a Catanzaro, in Calabria. Bene anche i capoluoghi del Nord come Belluno e Pordenone e le medie e le piccole città come: Empoli (50mila abitanti), Conegliano (TV) e Castelfranco Veneto (35mila abitanti), e poi Baronissi (SA), Cassano Magnago (VA), Suzzara (MN), Castelfidardo (AN), Monsummano Terme (PT), Fucecchio (FI), Certaldo (FI), Castelfiorentino (FI), Pergine Valsugana (TN), Feltre (BL), Vittorio Veneto (TV), Paese (TV) Montebelluna (TV), Oderzo (TV), Este (PD).
Ma per un’Italia Rifiuti free e per far vincere l’economia circolare, secondo Legambiente serve ora l’ultimo sprint finale per far diventare queste buone pratiche uno standard su tutto il territorio nazionale a partire dalla diffusione su larga scala di un sistema di tariffazione puntuale.

È quanto emerge dal rapporto Comuni ricicloni 2016 di Legambiente presentato a Roma, nell’ambito della tre giorni del Forum Rifiuti realizzato con Editoriale La Nuova Ecologia e Kyoto Club e in partenariato con il Coou, e durante il quale sono stati premiati i comuni Rifiuti free. Alla presentazione di Comuni ricicloni 2016 hanno partecipato Rossella Muroni presidente di Legambiente, Massimo Caleo, vicepresidente Commissione Ambiente Senato della Repubblica, Salvatore Micillo, Commissione Ambiente Camera dei Deputati, Serena Pellegrino, Vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati e Silvia Velo, sottosegretario Ministero Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.
Quest’anno Legambiente ha introdotto dei nuovi criteri nella classifica: per entrare nella rosa della gestione sostenibile dei rifiuti di Comuni ricicloni, non solo si deve rispettare l’obiettivo di legge del 65% sulla raccolta differenziata ma si deve anche puntare sulla qualità e sulle politiche di prevenzione. Per questo nelle graduatorie, suddivise su base regionale e per capoluoghi, sopra e sotto i 10mila abitanti, compaiono solo quei comuni ricicloni i cui cittadini hanno conferito nel contenitore del secco meno di 75 Kg all’anno di rifiuto non riciclabile. Nel rapporto sono comunque elencati tutti i comuni (1520 come quelli dello scorso anno) che, rispettando gli obiettivi stabiliti dal D.Lgs 152/06, hanno differenziato e avviato a riciclaggio almeno il 65% dei rifiuti prodotti.

“I risultati emersi in questa nuova edizione del nostro rapporto – dichiara Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – sono assolutamente incoraggianti. Quella dei Comuni ricicloni e soprattutto dei quelli Rifiuti free è una rivoluzione e una riforma anti-spreco che fa bene al Paese, perché dimostra che l’economia circolare è già in parte in atto e che un’Italia libera dai rifiuti è un sogno realizzabile. Abbiamo comuni virtuosi nella raccolta differenziata ed eccellenze che hanno quasi annullato la necessità di smaltimento di quasi tutti i rifiuti normalmente prodotti. Ora la vera scommessa è quella far diventare nei prossimi 3 anni tutta l’Italia ‘Rifiuti free’, traghettando i tanti comuni ricicloni verso la nuova sfida della riduzione del secco residuo da avviare in impianti di incenerimento e in discarica, per accompagnarli verso la rottamazione di questo sistema impiantistico che ha caratterizzato gli anni ’90 e 2000. Per realizzare ciò oltre all’impegno delle amministrazioni e dei cittadini, è però importante che anche la politica faccia la sua parte attraverso l’introduzione di un sistema di tariffazione puntuale su larga scala, dicendo stop ai nuovi inceneritori e avviando una graduale dismissione a partire dagli impianti più obsoleti. Ed ancora replicando le buone pratiche su tutto il territorio e definendo un nuovo sistema di incentivi e disincentivi per far in modo che la prevenzione e il riciclo siano sempre più convenienti”.

Comuni Rifiuti free e consorzi – Sono quattro le regioni che superano la media nazionale del 7% di rifiuti free rispetto al totale. In particolare il Veneto si distingue per ben 204 comuni “liberi dai rifiuti”, seguito dalla Lombardia con 76 comuni (grazie soprattutto alla provincia di Mantova che rappresentano il 5% del totale dei comuni lombardi). Importanti i numeri arrivano anche dal Friuli-Venezia Giulia (63 comuni), dal Trentino Alto Adige (56) e dalla Campania con le sue 50 realtà virtuose su 550 comuni totali. Indietreggia, invece, il Piemonte che quest’anno conta solo 8 comuni “targati” Rifiuti Free.
Oltre ai territori di eccellenza, ci sono anche le tante esperienze delle gestioni consortili che confermano ancora una volta la loro validità ed efficacia: praticamente tutti i Rifiuti Free, con pochissime eccezioni, fanno parte di un consorzio o di una comunità montana. A guidare la classifica dei Consorzi Rifiuti free al di sopra dei 100mila abitanti è il Consiglio di bacino Priula (Tv) che può vantare per i suoi 556mila abitanti quasi l’83% di differenziata a fronte di poco più di 50 kg/abitante/anno di secco residuo. Tra quelli al di sotto dei 100mila abitanti si distingue invece Amnu, in provincia di Trento, con quasi 43 kg/abitante/anno. Gran parte dei consorzi si trovano in Triveneto.

Proposte Legambiente: Per un’Italia libera dall’emergenza rifiuti, Legambiente rilancia sei delle dieci proposte contenute nel Manifesto Rifiuti free (le altre quattro sono diventate realtà) e torna a ribadire l’importanza di introdurre l’obbligo di tariffazione puntuale su tutto il territorio nazionale. Anche se ad oggi ci sono stati diversi passi avanti, dal punto di vista normativo, (vedi la legge sulle agenzie ambientali, fresca di approvazione, quella sugli ecoreati e il collegato ambientale, la legge della Regione Marche sul tributo speciale sullo smaltimento in discarica e quella della Regione Emilia Romagna verso rifiuti zero), per promuovere riciclo e prevenzione bisogna fare di più. In particolare Occorre: 1) utilizzare i proventi dell’ecotassa per politiche di prevenzione, riuso e riciclo; 2) premiare i comuni virtuosi e le popolazioni con sistema di tariffazione; 3) eliminare gli incentivi per il recupero energetico dai rifiuti; 4) completare la rete impiantistica italiana per il riciclaggio e il riuso dei rifiuti con gli impianti anaerobici e aerobici per trattare l’organico, quelli di riciclo di tutte le filiere e frazioni nelle regioni ancora sprovviste, i siti produttivi per la preparazione per il riutilizzo e tutte le innovazioni tecnologiche che sono in grado di recuperare materia dai rifiuti considerati fino a ieri irriciclabili, come ad esempio i pannolini usa e getta; 5) “Chi inquina paga”: lotta allo spreco e prevenzione della produzione di rifiuti; 6) stop a qualsiasi commissariamento per l’emergenza rifiuti. Per l’associazione ambientalista sono tutti obiettivi che si possono raggiungere e che l’Italia è in grado di fare, come dimostrano le numerose esperienze censite nel rapporto.

Esperienze green – Infine non poteva mancare un passaggio sulle storie di eccellenza, come l’Emilia Romagna che continua il suo percorso green a favore dell’ambiente. La nuova legge regionale dell’autunno 2015 e il conseguente piano sull’economia circolare, approvato qualche settimana fa, prevede un innovativo e condivisibile sistema di premialità e penalità che si basa sul quantitativo di secco residuo avviato a smaltimento e non sulla percentuale di raccolta differenziata. Tra le città dell’Emilia Romagna, si distingue in modo particolare Parma, tra i capoluoghi decretati “Ricicloni” nel 2015, che dal 1 luglio 2015 ha attivato una tariffazione puntuale su tutta la città incentivando i cittadini a un comportamento virtuoso e rispettoso dell’ambiente, con una riduzione del costo della bolletta. In particolare sono oltre 92mila le famiglie che ne hanno beneficiato. Altra esperienza positiva arriva questa volta dal Sud, dalla Calabria, dove il comune di Catanzaro ha avviato con successo la raccolta differenziata domiciliare (come già avvenuto in altri capoluoghi del meridione come Salerno, Andria e Cosenza). Il Comune, che partiva dal 10% di raccolta differenziata nel 2015, a maggio di quest’anno ha raggiunto una media di raccolta differenziata pari all’80% nelle prime due aree servite, elevando la percentuale complessiva della raccolta cittadina al 32%.

Comuni Ricicloni 2016 è stato realizzato da Legambiente con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. In collaborazione con Associazione Nazionale Comuni Italiani, Conai, Utilitalia, Fise Assoambiente, CiAl, Comieco, CoRePla, CoReVe, Ricrea, Rilegno, Centro di Coordinamento RAEE, Consorzio Italiano Compostatori e Assobioplastiche

Fonte: Legambiente

​Bioshopper tarocchi, la Guardia di Finanza sequestra 200mila pezzi

L’operazione pilota è terminata nelle scorse settimane e si è concentrata su due Regioni, Calabria e Sicilia

Sequestro di oltre 200mila shopper non in regola e più di duemila chili di materia per la produzione dei sacchetti, con multe fino a 1,8 milioni di euro e deferimento all’Autorità giudiziaria di 38 persone per frode commerciale e concorso nel reato. Questi alcuni dei numeri di un’operazione ‘pilota’ della Guardia di Finanza terminata nelle scorse settimane e concentrata su due Regioni, Calabria e Sicilia, e presentata al ministero dell’Ambiente da Gian Luca Galletti e dal Generale Gennaro Vecchione, a capo del Comando unità speciali della Guardia di Finanza. bustaplastica.jpg

Le Fiamme gialle intensificano così, su impulso del ministero dell’Ambiente, l’attività preventiva e repressiva nei settori degli imballaggi di plastica non rispondenti agli standard di legge; questo per tutelare l’ecosistema, i consumatori e il settore industriale della chimica verde. Le buste fuori legge o le falsi dichiarazioni di conformità – è stato spiegato – “minano una filiera nazionale che può valere fino a un miliardo di euro”.

“Sulle shopper – ha osservato Galletti – l’Italia ha avuto sempre una posizione d’avanguardia in Ue, orientata al massimo grado di tutela ambientale contro ogni violazione e contraffazione pericolosa per l’ambiente e per l’economia: una norma per la quale abbiamo rischiato anche un’infrazione sulla concorrenza, ma che invece è diventata una norma di riferimento ambientale”. ”Il corpo – ha rilevato Vecchione – in questo settore interviene soprattutto per i profili finanziari ed economici, oltre che la tutela dell’ambiente. Continueremo le analisi e le verifiche”.

Fonte: E-Gazette

Lampedusa: cresce la RD, si bonifica l’Isola

Gli interventi sono stati tanti: rimozione degli olii esausti, bonifica dei siti di
conferimento e delle carcasse di auto abbandonate. Allo stesso tempo, le percentuali di raccolta differenziata crescono vertiginosamente. E’ stretta la collaborazione tra Amministrazione e cittadini. I risultati sono già visibili: sono sensibilmente diminuiti i fenomeni di abbandono ed è migliorato il decoro urbano dell’isola

Dal mese di marzo di quest’anno l’Amministrazione comunale di Lampedusa e Linosa ha intrapreso una forte azione per cambiare la spinosa situazione relativa alla gestione dei rifiuti nelle isole.
Grazie al supporto tecnico della ESPER e del Suo Direttore Tecnico, Ing. Salvatore Genova, sono state messe in campo numerose iniziative volte a migliorare il servizio di igiene urbana a beneficio di cittadini e turisti.
E’ attivo il Centro di Raccolta Comunale sito in contrada Taccio Vecchio: tutti i cittadini e le utenze commerciali possono utilizzarlo giornalmente, secondo gli orari di apertura, per conferire tutte quelle tipologie di rifiuti che non possono essere raccolte a domicilio o nei contenitori stradali.

Sono, inoltre, sensibilmente diminuiti i fenomeni di abbandono ed è migliorato il decoro urbano dell’isola.
Il dato medio di raccolta differenziata è aumentato esponenzialmente: o nel 2015 era pari a 11,85% o nei primi mesi del 2016 è pari a 26,26% con un picco ad aprile del 39,90%.
Nell’ambito della riorganizzazione dei servizi, sono state inraprese numerose attività volte ad una migliore gestione dei rifiuti, sia urbani che speciali. L’Amministrazione comunale ha disposto la rimozione degli olii esausti conferiti in modo errato da parte dei fruitori del porto, pescatori e diportisti presso l’area portuale. Inoltre, è stata effettuata la bonifica dei relativi siti.

E’ iniziato da tempo un importante percorso di gestione dei temi ambientali, e in questo contesto è stato ridato il giusto decoro urbano all’area portuale. La Capitaneria di Porto ha strettamente collaborato con l’Amministrazione e si è impegnata a vigilare affinché siano rispettate le corrette modalità di conferimento da parte di tutti i fruitori del porto.
E’ stato, inoltre, disposto il recupero di circa 35 carcasse di automobili e 10 di moto disseminate su tutto il territorio del Comune di Lampedusa.

L’Amministrazione continuerà nell’attività di pulizia del territorio per mantenere il decoro urbano che l’isola merita, ma è determinante la collaborazione di tutti i cittadini affinché diventino sentinella a tutela dell’ambiente.
Questi risultati sono sicuramente incoraggianti, ma per proseguire in questo percorso virtuoso è fondamentale il supporto delle istituzioni e, in particolare, della Regione che dovrebbe fare la sua parte, appaltando il prima possibile le gare per le tanto attese infrastrutture e attrezzature.

Ridurre gli sprechi alimentari contribuisce a mitigare i cambiamenti climatici

Secondo uno Studio del PIK che per la prima volta fornisce le proiezioni complete dello spreco di cibo dei Paesi di tutto il mondo, calcola che le emissioni correlate potrebbero raggiungere al 2050 i 2,5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, rispetto agli attuali 500 milioni.

È quanto prevede un nuovo studio condotto dal Potsdam Institute for Climate Research (PIK) che per la prima volta fornisce le proiezioni complete dello spreco di cibo dei Paesi di tutto il mondo, calcola che le emissioni correlate potrebbero arrivare al 2050 a 2,5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti.Secondo lo Studio  “Food Surplus and Its Climate Burdens”, pubblicato on line il 7 aprile 2016 su Environmental Science&Technology, attualmente un terzo del cibo che produciamo non finisce nei nostri piatti e tale cifra è destinata ad aumentare in maniera notevole, qualora Paesi emergenti come Cina e India dovessero adottare stili di vita alimentare degli occidentali. Pertanto, ridurre i rifiuti alimentari offrirebbe la possibilità di garantire la sicurezza alimentare e al contempo contribuirebbe a mitigare la pericolosità dei cambiamenti climatici.“Ridurre i rifiuti alimentari può contribuire alla lotta contro la fame – ha affermato il principale autore dello Studio, Ceren Hic – ma, in un certo qual modo, anche a evitare gli impatti climatici come diffuse condizioni meteorologiche estreme e innalzamento del livello del mare”.Anche se la disponibilità di cibo a livello di media globale è stata superiore in teoria alla domanda, alcuni Paesi in via di sviluppo sono ancora alle prese con la lotta contro denutrizione o, addirittura, fame.
“Allo stesso tempo, l’agricoltura è tuttora una delle principali cause dei cambiamenti climatici, rappresentando oltre il 20% delle emissioni complessive di gas serra globali nel 2010 – ha sottolineato Prajal Pradhan, co-autore della ricerca – Evitare lo spreco di cibo e i conseguenti rifiuti potrebbe fare evitare, quindi, emissioni superflue di gas serra e contribuire a mitigare i cambiamenti climatici”.I ricercatori hanno analizzato le tipologie corporee e le esigenze alimentari del passato e dei diversi futuri scenari, in relazione ai cambiamenti demografici, così come la domanda e la disponibilità di cibo, e le emissioni associate, scoprendo che mentre la domanda alimentare media globale per persona rimane pressoché costante, negli ultimi cinque decenni, la disponibilità di cibo è rapidamente aumentata.
“Ancora più importante, è che la percentuale di disponibilità e richiesta di cibo mostra una relazione lineare con lo sviluppo umano – ha aggiunto Pradhan – indicando che i Paesi più ricchi consumano più cibo di quanto sia salutare o semplicemente sprecano”.Di conseguenza, secondo lo Studio, le emissioni di gas serra associate con rifiuti alimentari potrebbero aumentare enormemente dagli attuali 500 milioni di tonnellate equivalenti ai 2,5 miliardi annui entro il 2050.
Le emissioni derivanti dal settore agricolo diventeranno sempre più considerevoli, per effetto di una crescita demografica inarrestabile e dei cambiamenti dello stile di vita, tali da prevedere che entro il 2050 le emissioni soltanto dall’agricoltura aumenteranno fino a raggiungere i 18 miliardi di tonnellate di CO2eq.
“In tal modo, le emissioni legate allo spreco di cibo sono solo la punta di un iceberg – ha spiegato Pradhan – Nondimeno, è abbastanza sorprendente che fino al 14% delle emissioni agricole globali nel 2050 potrebbe facilmente essere evitata attraverso una migliore gestione e distribuzione dei prodotti alimentari. Cambiare i comportamenti individuali potrebbe risultare una chiave per mitigare la crisi climatica”.

Fonte: Regioni e Ambiente

Sacchetti monouso di plastica: in Francia divieto in vigore dal 1 luglio 2016

Posticipato di qualche mese rispetto alla data iniziale, il 1 luglio 2016, in Francia, entrerà in vigore il divieto alla vendita e distribuzione (gratuita o a pagamento) degli shopper monouso in plastica per asporto merci e dal 1 gennaio 2017 il divieto si estenderà anche ai sacchi per il confezionamento di frutta e verdura. Sono esclusi dal divieto i sacchi frutta e verdura compostabili (seconda la norma NFT51-800), ottenuti da materie prime rinnovabili e idonei al compostaggio domestico.

Il decreto di attuazione è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale francese il 30 marzo 2016. La messa al bando riguarda gli shopper in plastica con spessore sotto i 50 micron. Gli shopper compostabili, invece, dovranno gradualmente aumentare la percentuale di materie prime rinnovabili: 30% a partire dal 1 gennaio 2017, 40% dal 1 gennaio 2018, per poi salire al 50% dopo il 1 gennaio 2020 e al 60% a partire dal 1 gennaio 2025.
Positivo il commento dell’associazione delle bioplastiche francese Club Bio-plastiques. “Accolgo con favore – ha sottolineato il presidente Christophe Doukhi-de Boissoudy –  la pubblicazione del decreto attuativo della legge “transition énergétique” e l’implementazione della misura sugli shopper monouso che aspettavamo da molto tempo. I sacchetti compostabili – si legge ancora nella nota – contribuiscono in modo efficace all’ottimizzazione della raccolta differenziata del rifiuto organico, promossa peraltro dalla legge transition énergétique”.
Il decreto è stato fortemente promosso e sostenuto dal Ministro dell’Ambiente Ségolène Royal, con l’obiettivo di ridurre gli impatti ambientali connessi alla produzione, distribuzione e dispersione dei sacchi di plastica. Inoltre con la sostituzione dei sacchi di plastica con quelli compostabili, gli operatori del settore prevedono una crescita del comparto delle bioplastiche da fonti rinnovabili e la creazione di 3000 nuovi posti di lavoro.

Ad Enzo Favoino, della Scuola Agraria del Parco di Monza, abbiamo chiesto un parere sul requisito francese che prevede l’idoneità dei sacchetti al compostaggio domestico. “Su questo punto – ha spiegato Favoino ad Eco dalle Città – la Francia, a differenza dell’Italia, ha scelto un requisito più elevato. A livello pratico però questo elemento non è fondamentale per lo scopo prefissato. Nel caso del compostaggio domestico il sacchetto non serve. A livello industriale, invece, i bioshopper in regola con la norma italiana sono pienamente compostabili”.

Fonte: Eco dalle Città

Lampedusa: patto coi cittadini per la raccolta differenziata

Un incontro con la cittadinanza al centro dell’attività che la Direzione per l’Esecuzione del Contratto sta svolgendo al fine di risolvere l’ormai storico problema legato alla raccolta e al conferimento dei rifiuti di Lampedusa. Incontro che si è tenuto ieri pomeriggio, in aula consiliare, a cui hanno partecipato cittadini e rappresentanti delle varie categorie imprenditoriali invitate e coinvolte dalla Amministrazione Comunale a partecipare attivamente alla fase transitoria che dovrà condurre le isole lontane dall’attuale condizione di degrado. Gli aspetti più rivoluzionari del piano di rimodulazione della gestione rifiuti arriveranno nei prossimi mesi e sono stati esposti ai presenti dalla sindaca Nicolini. Cittadini e imprenditori pare infatti abbiano positivamente risposto ai vantaggi estetici, e a quelli economici, proposti dalla sindaca e successivamente esposti in dettaglio dalla società di ingegneria per la gestione ecosostenibile dei rifiuti Esper. L’incontro ha suscitato immediata partecipazione e svariate domande con annesse proposte degli operatori economici dell’isola all’indirizzo della sindaca e del Dec. Richieste e suggerimenti volti a risolvere le criticità relative ai particolari settori merceologici e ai rispettivi smaltimenti rifiuti.
“L’alleato più forte in questa battaglia sono senza alcun dubbio i miei concittadini – dichiara Nicolini – e ieri abbiamo avuto buone sensazioni sulla loro partecipazione e sulla condivisa volontà di rendere Lampedusa e Linosa un modello ecosostenibile da imitare”. L’incontro è stato utile anche a rendere partecipe la popolazione dei risultati economici a cui l’Amministrazione, quindi la cittadinanza, è prossima a giungere. Le sanzioni, e le conseguenti decurtazioni, stanno di fatto producendo un legittimo risparmio per le casse comunali alla luce dei servizi non effettuati dalle imprese appaltatrici e contestate dal Dec. I presenti in aula consiliare hanno così potuto apprezzare i risultati tangibili del nuovo corso e le iniziative presentate con il programma di raccolta differenziata porta a porta con l’ausilio di sofisticata tecnologia applicata anche alle semplici pattumiere che ogni abitazione riceverà in dotazione. La riunione, durata circa due ore, si è conclusa con il condiviso proposito di organizzare nuovi e regolari incontri tra cittadinanza e Amministrazione. “Se i miei concittadini ci aiuteranno a difendere il territorio – aggiunge la sindaca – sono certa che riusciremo a navigare le isole verso la condizione naturalistica, quindi turistica, realmente che meritano”.

Eurostat: nel 2014 ogni cittadino europeo ha prodotto 475 kg. di rifiuti urbani

Dai dati forniti dall’Ufficio statistico dell’UE relativi al 2014, si conferma la continua riduzione del conferimento in discarica e il notevole progresso nel recupero del materiale organico a fini di compostaggio.
In Italia l’utilizzo della discarica è superiore alla media europea, come pure la percentuale, positivamente in questo caso, di riciclaggio e compost, mentre la quantità di rifiuti urbani inceneriti è nettamente inferiore.


Anche se in termini di peso i rifiuti urbani costituiscono solo il 10% del totale dei rifiuti prodotti nell’UE, tuttavia hanno un elevato profilo politico per effetto della loro complessità, composizione, distribuzione e rapporto con i modelli di consumo, tant’è che i dati sulla produzione e gestione dei rifiuti urbani fanno parte del set di indicatori stilati annualmente per monitorare l’implementazione della Strategia UE sullo Sviluppo Sostenibile.Eurostat ha fornito il 22 marzo 2016 l’aggiornamento dei dati sui rifiuti urbani in Europa, da cui si evidenzia che c’è una marcata tendenza alla riduzione del conferimento in discarica a favore di altre forme di trattamento.Nel 2014, anno preso in esame dall’ufficio statistico, ogni cittadino europeo ha prodotto 475 kg. di rifiuti urbani, ma la quantità varia considerevolmente a livello di Paesi con la Danimarca che ne ha prodotti ben 759 kg a testa, mentre Polonia e Romania solo 272 kg. Chiaramente tali differenze riflettono differenze di livello di benessere e di modelli di consumo, ma dipendono anche da come i rifiuti vengono raccolti e gestiti. L’Italia con 488 kg. si colloca appena sopra alla media europea.
tabella municipal waste 2014


Della quantità prodotta viene trattata circa il 98% (in Italia poco più del 93%), che Eurostat suddivide per: conferimento in discarica, incenerimento, riciclaggio e compostaggio.Per quanto attiene il conferimento in discarica, come sopra anticipato, nel periodo preso in considerazione (1995-2014) è calato del 54%, con una tendenza annua alla riduzione del 4%, a seguito della Direttiva 31/1999/CE che ha imposto agli Stati membri di ridurre progressivamente fino al 35% entro luglio 2016 la quantità di rifiuti biodegradabili immessi nelle discariche.Dei rifiuti trattati vanno al 2014 in discarica il 28% dei rifiuti trattati, con picchi del 92% in Lettonia e 88% a Malta. In Italia viene avviato ancora a discarica il 34%, mentre in Germania, Danimarca, Olanda, Svezia e Belgio, solo l’1% dei rifiuti.C’è da osservare che tali Paesi ricorrono in maniera significativa all’incenerimento. Eurostat osserva al riguardo che nonostante gli Stati membri siano stati invitati a distinguere tra incenerimento con e senza recupero di energia, i criteri di classificazione non sono stati chiaramente applicati, sì che la comparabilità dei risultati tra i Paesi e nel tempo rimangono tuttora limitati e i dati si riferiscono solo al totale dei rifiuti inceneriti.
La media UE è del 27% di rifiuti inceneriti (l’Italia brucia il 21% dei suoi) l’Estonia arriva alla quota record del 56%, seguita da Danimarca (54%), Finlandia e Svezia (50%).La succitata Direttiva ha avuto effetti anche sul riciclo dei rifiuti, la cui quantità è passata nel periodo considerato da 52 Kg pro-capite del 1995 a 132 kg. del 2014. L’Italia si pone in linea con le percentuali dell’UE (28%). Decisamente meglio fanno Slovenia (49%) e Germania (47%), mentre al polo opposto della classifica si piazzano Malta (8%), Romania (5%) e Lettonia (3%).Anche il recupero del materiale organico per il compostaggio è cresciuto con un tasso medio annuo del 5,3%. Unendo i dati di riciclo e compostaggio, i capofila sono ancora i tedeschi, a quota 64%, seguiti da sloveni (61%), belgi (55%) e olandesi (51%), ma gli italiani su questo fronte si collocano al 46%, al di sopra della media UE, del 44%.

Fonte: Regioni e Ambiente

Lampedusa: sequestrata discarica abusiva segnalata da ESPER

Una operazione di controllo e prevenzione territoriale, condotta nell’ambito delle attività straordinarie di bonifica rifiuti, ha permesso di individuare sequestrare, già prima di Pasqua, una area adiacente il Centro Comunale di Raccolta nella quale erano stati indebitamente conferiti rifiuti ingombranti.

Tra materassi e elettrodomestici di vario genere anche un notevole numero di vecchi serbatoi in amianto. Il sequestro, operato dagli agenti di Polizia Municipale del Comune di Lampedusa e Linosa, ha dato il via ufficiale alla “caccia ai rifiuti ingombranti e speciali” indebitamente conferiti sul territorio. A dare man forte all’attività della Polizia Municipale contribuisce la recente ordinanza con le previste sanzioni da cento a mille euro.

Nel caso specifico, l’area sottoposta a sequestro contava una rilevante quantità di amianto – in massima parte vecchi serbatoi d’acqua – frutto di una probabile dismissione illegale e a discapito della salute pubblica. L’attività di bonifica rientra nel processo di riorganizzazione del conferimento e smaltimento rifiuti voluto dall’Amministrazione Nicolini.

La stessa attività che ha prodotto l’incarico ad Esper quale direttore esecutivo di contratto. Sul sito internet del Comune di Lampedusa e Linosa è visibile il numero di telefono per le richieste di ritiro a domicilio dei rifiuti ingombranti. Per quanti potranno invece recarsi autonomamente al Centro Comunale di Raccolta, personale addetto collaborerà al corretto conferimento degli ingombranti e dei rifiuti speciali nei predisposti moduli di raccolta.

Fonte: Agrigento Web

Anche i supermercati inglesi alla lotta contro lo spreco di cibo: meno 20 per cento entro il 2025

I maggiori supermercati britannici hanno promesso di abbassare lo spreco di cibo e bevande di un quinto nel prossimo decennio. Negozi come Asda, Sainsbury’s, Tesco e Morrison stanno stilando un accordo volontario che punta anche alla riduzione del 20 per cento delle emissioni responsabili dell’effetto serra causate dall’industria alimentare.
Alcune istituzioni locali come la London Water and Recycling Board (Comitato londinese per il l’acqua e il riciclo) e alcune aziende produttrici come Coca-Cola, Nestlè e Pizza Hut si sono anch’esse impegnate a siglare l’accordo stipulato dal Waste and Resources Action Programme (Wrap – Programma per l’azione contro lo spreco e le risorse – N.d.T.). Questo ente benefico che lavora per il governo ha dichiarato che si tratta della prima intesa di questo tipo e che segnerà la nascita di una nuova era per l’industria. Soltanto qualche giorno fa Tesco, la più grande catena di drogherie del Regno Unito, si era impegnata a non inviare più il cibo in eccesso dei suoi negozi in discarica e di re-distribuirlo agli enti benefici per farlo avere ai poveri e ai disagiati.
Lo spreco di cibo che ogni anno avviene nelle famiglie, nei ristoranti, e nei supermercati inglesi si aggira attorno ai 12 milioni di tonnellate. Di questo, il 75 per cento potrebbe essere salvato. Lo spreco viene valutato in 19 miliardi di sterline all’anno ed è responsabile di almeno 20 milioni di tonnellate di emissioni di gas inquinanti.
L’accordo, chiamato the “Courtauld Commitment 2025”, ha raggruppato 98 firmatari.Punta anche a ridurre l’utilizzo dell’acqua nelle aziende alimentari. Wrap ha stimato che questa intesa farà risparmiare al regno unito circa 20 miliardi di sterline e inserirà la nazione nel percorso creato dalle Nazioni Unite per dimezzare lo spreco di cibo prodotto da negozi e supermercati entro il 2030. Il dottor Richard Swannell, direttore dei sistemi per il cibo sostenibile di Wrap ha dichiarato che “per salvaguardare il cibo della Gran Bretagna occorre un cambiamento drastico e incrementare il consumo e la produzione di alimenti e bevande sostenibili”.
Il ministro Rory Stewart, del dipartimento per l’Ambiente, il Cibo e gli Affari agricoli inglese ha affermato che “Lo spreco di cibo è qualche cosa che deve essere evitato perché causa la diminuzione dell’acqua e di risorse preziose. Sono molto compiaciuto che ungrande gruppo di aziende alimentari si sia unito a Wrap in questa giusta causa”.

Fonte: Eco dalle Città

Sprechi alimentari, in Italia otto miliardi di euro all’anno nella spazzatura

Il problema è globale: nel mondo si sprecano 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti. Una questione etica, ma non solo. In Europa gli sprechi alimentari sono responsabili del 3 per cento delle emissioni di Co2. Adesso il Parlamento corre ai ripari

Siamo dei produttori seriali di sprechi alimentari. Ogni anno le famiglie italiane buttano nella spazzatura il 19 per cento del pane acquistato. Finisce nel cestino il 17 per cento della frutta e della verdura, il 4 per cento della pasta e addirittura il 39 per cento dei prodotti freschi: dai latticini alle uova, fino alla carne. Lo spreco domestico vale circa l’8 per cento dei nostri costi alimentari. E così, alla fine dell’anno, finiscono letteralmente tra i rifiuti oltre otto miliardi di euro. Circa 400 euro a famiglia.

Per porre un limite all’incredibile fenomeno, la Camera dei deputati esamina questa settimana una provvedimento per la limitazione degli sprechi. Un documento – frutto di diverse proposte di legge – che punta a favorire la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale. Quali sono i numeri italiani? Secondo l’osservatorio Waste Watcher, citato da diversi documenti parlamentari, solo nel nostro Paese lo spreco alimentare interessa ogni anno 5 milioni di tonnellate di prodotti. Secondo i dati di un’indagine realizzata pochi anni fa dalla Fondazione per la sussidiarietà e dal Politecnico di Milano, ogni italiano spreca 108 chilogrammi di cibo. E quasi 42 chilogrammi a testa finiscono nella spazzatura quando sono ancora commestibili. Ma gli sprechi non avvengono solo a tavola. Anche il sistema produttivo ha le sue responsabilità. Un esempio? Ogni anno 1,4 milioni di tonnellate di prodotti alimentari rimangono sui campi. «Spesso – si legge in una della proposte di legge – perché non è conveniente fare la raccolta». Rappresentano quasi il 3 per cento dell’intera produzione agricola nazionale. E non è ancora tutto. Recentemente l’università di Bologna ha calcolato che lo spreco alimentare nella filiera della trasformazione industriale raggiunge quasi i 2 milioni di tonnellate di prodotti. E altre 300mila tonnellate riguardano gli sprechi nella distribuzione commerciale.

Ogni anno in Italia 1,4 milioni di tonnellate di prodotti alimentari rimangono sui campi. «Spesso perché non è conveniente fare la raccolta». Rappresentano quasi il 3 per cento dell’intera produzione agricola nazionale
E questo avviene solo in Italia. Stando ai dati della Commissione Europea, nei 27 Stati membri gli sprechi alimentari valgono circa 89 milioni di tonnellate l’anno. «Senza contare gli sprechi a livello di produzione agricola o le catture di pesci rigettate in mare». In assenza di una decisa inversione di rotta, le stime indicano che entro il 2020 l’incredibile quantitativo aumenterà fino a 126 milioni di tonnellate. Piccola consolazione: gli italiani sono tra i popoli più virtuosi del continente. Se noi sprechiamo 108 chilogrammi di cibo l’anno pro capite, la media europea è di circa 179 chilogrammi. E così in Gran Bretagna si sprecano alimenti per quasi 10 miliardi di sterline l’anno. Mentre «in Svezia – si legge ancora – ogni famiglia getta nella spazzatura il 25 per cento del cibo comprato».

A livello mondiale i numeri del fenomeno fanno impallidire. Secondo la FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, le perdite e gli sprechi di cibo riguardano 1,3 miliardi di tonnellate l’anno in tutto il pianeta. Quasi un terzo della produzione alimentare mondiale. «Una quantità che se riutilizzata – si legge nella proposta di legge a prima firma Mario Sberna – potrebbe idealmente sfamare per un anno intero metà dell’attuale popolazione, ovvero 3,5 miliardi di persone». Ecco il paradosso. Come stimato dal Centro regionale di informazione della Nazioni Unite, nonostante nel mondo ci sia cibo sufficiente per tutti, oltre 925 milioni di persone soffrono ancora la fame. Il documento parlamentare depositato dal deputato Matteo Mantero presenta il fenomeno in dettaglio: nel mondo si sprecano «oltre 500 milioni di tonnellate di cibo nella produzione agricola, 355 milione di tonnellate dopo la raccolta, 180 milioni di tonnellate durante la lavorazione a livello industriale, 200 milioni di tonnellate nel percorso distributivo». E quasi 350 milioni di tonnellate di prodotti alimentari vengono sprecati solo negli ambiti della ristorazione e del consumo domestico.

In Svezia ogni famiglia getta nella spazzatura il 25 per cento del cibo acquistato. Negli Usa finisce nel cestino il 40 per cento della spesa alimentare
Le conseguenze non sono solo etiche. Le enormi quantità di cibo buttato finiscono inevitabilmente per contribuire all’uso indiscriminato delle risorse naturali e al cambiamento climatico. «Lo spreco alimentare, se fosse un Paese, sarebbe il terzo inquinatore dopo Cina e Stati Uniti», spiega la proposta di legge Mario Sberna. «La quantità di anidride carbonica necessaria a portare il cibo sui nostri piatti è pari a 3,3 miliardi di tonnellate e per produrlo si usa il 30 per cento del terreno coltivabile del mondo e una quantità di acqua ogni anno che basterebbe alle esigenze di tutti i cittadini di New York per più di un secolo». E poi c’è l’aspetto economico: il documento calcola che il costo del cibo sprecato è pari a 750 miliardi di dollari, «praticamente il prodotto interno lordo della Svizzera».

Tra i Paesi meno attenti agli sprechi alimentari spiccano gli stati Uniti Uniti d’America. Qui, nel complesso, finisce nella spazzatura il 40 per cento della spesa alimentare. I dati ambientali relativi al fenomeno sono preoccupanti. Come evidenzia la relazione che accompagna la proposta di legge Andrea Causin, per produrre il cibo non consumato, negli Usa vengono utilizzate enormi risorse: «Il 30 per cento di fertilizzanti, il 31 per cento delle terre coltivate, il 25 per cento del consumo totale di acqua dolce e il 2 per cento del consumo totale di energia». Senza considerare che una sola tonnellata di rifiuti alimentari genera fino a 4,2 tonnellate di anidride carbonica. E in Europa? Dalle nostre parti ogni anno il fenomeno dello spreco alimentare è responsabile di 170 milioni di tonnellate di Co2, il 3 per cento del totale delle emissioni. Ce n’è abbastanza per ripensare le nostre abitudini alimentari.

Fonte: Marco Sarti per Linkiesta