Sacchetti, on line la proposta di legge della Commissione Europea per ridurne il consumo

La Commissione europea ha adottato oggi una proposta di legge che obbliga gli Stati membri a ridurre l’uso delle borse di plastica in materiale leggero. Saranno gli Stati a decidere come farlo: facendole pagare, stabilendo obiettivi nazionali di riduzione, vietandole a determinate condizioni – il comunicato stampa della Commissione europea

Sacchetti, on line la proposta di legge della Commissione Europea per ridurne il consumo
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La Commissione europea ha adottato oggi una proposta di legge che obbliga gli Stati membri a ridurre l’uso delle borse di plastica in materiale leggero. Saranno gli Stati a decidere come farlo: facendole pagare, stabilendo obiettivi nazionali di riduzione, vietandole a determinate condizioni oppure in altri modi che riterranno più adatti. Per lo più utilizzate una volta sola, le borse di plastica leggere possono però resistere nell’ambiente centinaia di anni, spesso sotto forma di microparticelle i cui effetti dannosi sono noti, soprattutto per l’ambiente marino.

Janez Potocnik, Commissario per l’Ambiente, ha dichiarato in proposito: “Ci siamo mossi per risolvere un gravissimo problema ambientale che è sotto gli occhi di tutti. Ogni anno in Europa sono più di 8 miliardi le borse di plastica che si trasformano in immondizia, con pesanti danni per l’ambiente. Alcuni Stati membri sono già riusciti a limitare di molto il loro uso e se altri facessero altrettanto il consumo in tutta l’Unione europea potrebbe addirittura ridursi dell’80%.”

Tecnicamente la proposta modifica la direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, introducendo due elementi: da un lato, obbligando gli Stati membri ad adottare misure che riducano il consumo di borse di plastica di spessore inferiore a 50 micron, meno riutilizzate rispetto a quelle di spessore superiore e quindi più a rischio “usa e getta”; dall’altro, lasciando agli Stati la scelta del tipo di misure, che possono consistere in strumenti economici, come imposte e prelievi, obiettivi nazionali di riduzione e restrizioni alla commercializzazione (nel rispetto però delle norme in materia di mercato interno contenute nel trattato sul funzionamento dell’UE). Gli ottimi risultati ottenuti da alcuni Stati dell’UE che hanno drasticamente ridotto l’uso di questo tipo di sacchetti optando per la tassazione e altre misure, dimostrano che questa è di fatto una via percorribile.

La proposta è stata modulata sull’esempio di vari Stati membri e scaturisce dall’invito dei ministri per l’Ambiente dell’UE alla Commissione di valutare il margine d’intervento dell’Unione su questo fronte, intervento peraltro ampiamente caldeggiato dai cittadini, come si è potuto ricavare dalla vasta consultazione pubblica che ha preceduto l’elaborazione del testo.

Contesto

Le caratteristiche che hanno decretato il successo commerciale delle borse di plastica —ovvero il peso contenuto e la resistenza al degrado— hanno anche contribuito alla loro ampia diffusione nell’ambiente. Questi prodotti sfuggono ai flussi di gestione dei rifiuti e si accumulano nell’ambiente, dove possono resistere per centinaia di anni, soprattutto sotto forma di rifiuti marini. I rifiuti marini sono considerati sempre più un grave problema di portata mondiale, una minaccia per gli ecosistemi marini, i pesci e gli uccelli. È comprovato che i mari europei sono il ricettacolo di grandi quantità di rifiuti.

Si stima che nel 2010 siano stati immessi nel mercato dell’UE 98,6 miliardi di sacchetti di plastica, il che significa che ogni cittadino europeo ne ha usati 198 e presumibilmente ne ha riutilizzati ben pochi, poiché la maggior parte di questi sacchetti sono di materiale leggero e di fatto vengono riutilizzate meno rispetto alle borse più robuste. Le cifre sul consumo di sacchetti di plastica in materiale leggero indicano grandi differenze tra gli Stati membri: si va dai 4 sacchetti annui pro capite di Danimarca e Finlandia, ai 466 di Polonia, Portogallo e Slovacchia. L’Italia è in una posizione intermedia, con 181 sacchetti annui pro capite.

Vai al progetto di proposta e allo studio (con le cifre sugli Stati membri di cui sopra)

Rifiuti, revisione direttiva europea. Terminata consultazione pubblica a metà settembre

di Giuseppe Miccoli

Nell’ambito dell’economia europea esiste “un potenziale non sfruttato”: sono i rifiuti che finiscono in discarica o che vengono inceneriti. Perciò la Commissione Europea ha deciso di introdurre nuovi e stringenti obiettivi in tema di prevenzione, riciclaggio e incenerimento. Per il Comitato delle regioni dell’UE (CdR) “entro il 2025, riciclaggio al 70%”. Per l’ACRplus l’Associazione delle Città e Regioni: “Favorevole alla messa al bando dell’incenerimento”

Nell’ambito dell’economia europea esiste “un potenziale non sfruttato”: sono i rifiuti che finiscono in discarica o che vengono inceneriti. Da qui l’esigenza da parte della Commissione Europea di introdurre nuovi e stringenti obiettivi europei in tema di prevenzione, riciclaggio e incenerimento. E’ per questo motivo che durante il periodo 2013-2014, si procederà a una revisione legislativa della attuale politica dei rifiuti. Si effettuerà anche una valutazione ex-post delle direttive tuttora vigenti comprese le modalità per migliorarne la coerenza. L’iter ha avuto inizio a giugno quando la Commissione europea ha disposto (per un periodo di quindici settimane) una consultazione pubblica sulla revisione degli obiettivi di gestione dei rifiuti. I risultati, che saranno pubblicati prossimamente sul sitohttp://ec.europa.eu/environment/, contribuiranno all’elaborazione di una nuova proposta legislativa. Erano attesi suggerimenti da parte di cittadini, imprese, Ong ed enti pubblici al fine di porre obiettivi sempre più ambiziosi alle amministrazioni pubbliche.

Ma qual è la situazione legislativa? Le normative europee attualmente in vigore sui rifiuti urbani, sulle discariche e sugli imballaggi, (rispettivamente Dir. 2008/98/CE, Dir. 1999/31/CE e la Dir. 94/62/CE) avevano posto una serie di obiettivi importanti sul riutilizzo e di riciclaggio dei rifiuti e di riduzione dello smaltimento nelle discariche, stabilendo ad esempio, che entro il 2020 dovessero essere riciclati o riutilizzati almeno il 50% dei rifiuti urbani e domestici e almeno il 70% dei rifiuti da costruzioni e demolizioni. Molti di questi obiettivi in particolare nel sud Italia, non sono ancora stati raggiunti. Un ritardo in parte dovuto ai bassi costi di smaltimento delle discariche. Ma la situazione è a macchia di leopardo. Nelle zone in cui è in funzione un impianto di selezione e trattamento dei rifiuti indifferenziati, il costo della filiera dell’indifferenziato è allineato alla media italiana e determina la convenienza a introdurre sistemi di raccolta differenziata porta a porta.

Eppure, come la Commissione ha indicato nella “Road map per l’efficienza delle risorse” del novembre 2011 [COM(2011) 571 final, ndr], esiste tuttora “nell’ambito dell’economia europea un potenziale non sfruttato”. Sono i rifiuti che finiscono in discarica o inceneriti. Secondo Eurostat, infatti, ogni anno in Europa si buttano 3 miliardi di tonnellate di rifiuti (di cui 90 milioni di tonnellate sono rifiuti pericolosi). Ogni cittadino europeo produce annualmente circa 6 tonnellate di rifiuti (in Italia la media 2013 per i soli rifiuti urbani è pari a circa 504 chili per abitante). Sebbene ad aumentare la media siano i rifiuti dei paesi dell’Est Europa, grandi produttori di rifiuti inerti che poi finiscono nelle discariche e nelle statistiche cittadine, è pur vero che è nelle città d’Europa occidentale che si gioca la partita più difficile, in cui si concentrano le materie “pregiate” che in genere finiscono negli inceneritori (plastica, carta e cartone, legno e rifiuti organici) e che possono essere interamente recuperate e riciclate. Ne è convinto ad esempio l’Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo.

“Brutta” aria per gli inceneritori. Durante la sessione plenaria del 3 e 4 luglio 2013, alla presenza del commissario europeo per l’Agricoltura Dacian Ciolo il Presidente del Comitato delle regioni dell’UE (CdR), Ramon Luis Valcárcel Siso e il membro del parlamento della comunità francese Michel Lebrun (BE/PPE), hanno presentato il parere sul tema “Il riesame degli obiettivi chiave dell’unione europea in materia di rifiuti” che invoca l’introduzione di un unico metodo per la contabilità dei rifiuti e propone di stabilire obiettivi più rigorosi in materia di gestione e di riciclaggio. Il comitato è favorevole a portare al 70% entro il 2025, l’obiettivo obbligatorio attuale in materia di riciclaggio dei rifiuti solidi urbani. In tema di incenerimento si propone “vietare l’incenerimento dei rifiuti riciclabili e organici entro il 2020, escludendo gli impianti che raggiungono alti livelli di efficienza attraverso la produzione di calore o la produzione combinata di calore ed elettricità, tenuto conto delle caratteristiche fisico-chimiche dei rifiuti”.

Posizioni ancora più restrittive, sullo stesso tema, le esprime l’ACRplus, l’Associazione delle Città e Regioni per il riciclaggio e la gestione sostenibile delle Risorse (ACR +) che non solo supporta “il parere adottato dal Comitato delle regioni dell’UE (CdR)”, ma “sottolinea il fatto che gli obiettivi sono essenziali nelle politiche dei rifiuti”. Per Acr+ l’Unione europea deve introdurre entro il 2020, l’obiettivo del 100% di raccolta differenziata porta a porta, obiettivi per il riciclaggio di materie plastiche del 70 % e per il vetro, metallo, carta , cartone e legno all’80 %. Ancora bisogna introdurre il divieto di discarica per tutti i rifiuti biodegradabili (umido e verde) e infine, “banning the incineration of recyclable waste (including biowaste) by 2020”: il divieto di incenerimento per tutti i rifiuti urbani.

tratto da Eco dalle Città

Service TAX: il Governo si impegna ad una sua revisione per favorire l’applicazione del principio europeo “chi inquina paga”

Anche a  seguito della richiesta del ministro Orlando di “Rivedere la Tares, perché così  come è congeniata non aiuta, e modularla sulla base di un meccanismo che premi i comportamenti virtuosi” anche il Governo si è ora impegnato ad una sua profonda revisione.
Con il Decreto Legge 102 del 31 agosto 2013 si è proceduto alla revisione richiesta da più parti. La TARES è stata abolita, ed è nata una nuova tassa, denominata Service Tax, attraverso la quale il cittadino pagherà sia l’ex IMU che l’ex TARES.
La formulazione del nuovo tributo comunale sui rifiuti e sui servizi  (art. 5) è senza dubbio nebulosa ed andrà rivista ed accompagnata da norme attuative precise, ma due cose sono ad oggi certe: la base da cui si parte è quella della TARES (legge 214 del 22 dicembre 2011 art.14) “diretta alla copertura dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti nel rispetto del principio “chi inquina paga”, sancito dall’articolo 14 della Direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti”.
Il riferimento al principio “chi inquina paga”, è una vittoria che ha più padroni. In campo di gestione dei rifiuti tale principio si traduce nella tariffazione puntuale, ovvero in quel sistema in cui l’utente paga una tariffa per la gestione dei rifiuti direttamente commisurata al quantitativo di rifiuti indifferenziati conferiti.
Negli ultimi mesi non solo Legambiente e l’Associazione Comuni Virtuosi hanno preso posizione netta a favore della tariffazione puntuale. Anche in Parlamento il tema è stato all’ordine del giorno: nello scorso marzo un gruppo di sedici deputati del Partito Democratico ha rivolto nel marzo scorso un appello all’allora Premier Monti perché si provvedesse ad una revisione completa della TARES. Pressione politica che ha portato all’approvazione di un ordine del giorno che ha impegnato  il Governo ad imprimere una più chiara politica di incentivazione delle pratiche virtuose nella gestione dei rifiuti che prevedano l’applicazione della tariffa puntuale come modalità ordinaria e l’applicazione di un tributo presuntivo soltanto in via eccezionale fino alla messa a punto di sistemi di commisurazione puntuale dei rifiuti prodotti.
Impegno confermato anche con il cambio di governo: il ministro Orlando ha sottolineato nello scorso luglio la necessità di “Rivedere la Tares, perché così  come è congeniata non aiuta, e modularla sulla base di un meccanismo che premi i comportamenti virtuosi”.
Insomma: la strada intrapresa da sempre più Comuni italiani verso la tariffazione puntuale diventa ogni giorno di più la strada maestra nell’ottica di una maggiore equità, di una migliore qualità del servizio, e di un possibile contenimento dei costi dello stesso.

ANCI-CONAI: chi ha sottoscritto le richieste di ACV

Albaredo d’Adige VR
Isola del Piano PS
Castelmassa RO
Montesilvano PS
Melito NA
Boves CN
Prezza AQ
Collegno TO
Marcon VE
Montechiarugolo PR
Beinette CN
Berlingo BS
Fratte Rosa PU
Bussero MI
Ariccia RM
Lucca
Villanova AT
Almese TO
Tramonti di Sotto PN
Montecorvino Pugliano SA
Rosolini SR
Sant’ Angelo a Cupolo BN
Monsano AN
Feltre BL
Brossasco CN
Mezzago MB
Casalecchio di Reno BO
Torre Pellice TO
San Benedetto del Tronto AP
Lainate MI
Malegno BS
Bereguardo PV
Catanzaro
Fano PS
Cadogado CO
Sardara VS
Montopoli Val d’Arno  PI
San Secondo Parmense PR
Agerola NA
Tronzano VC
Faenza RA
San Lorenzo in Campo PS
San Salvatore Monferrato AL
Eboli SA
Cassinetta di Lugagnano MI
Novara
Povoletto UD
Canegrate MI
Ragusa
Cuggiono MI
Trento
Senigallia AN
Venezia
Monte San Pietro BO
Gallarate VA
Urbino PS
Palazzolo sull’Oglio BS
Mirabello AL
Camerano AN
Capannori LU
Corchiano VT
Malcesine VR
Cremolino AL
Cerreto D’Esi AN
Colorno PR
Melpignano LE
Pieve di Cento BO
Prata di Pordenone PN
Rottofreno PC
Pietralunga PG
Casola Valsenio RA
Montemarciano AN
Camigliano CE
Frugarolo AL
Camagna Monferrato AL
Parma
Oleggio Castello NO
Ponte nelle Alpi BL
Traversetolo PR
Collecchio PR
Cesena
Savona
Cesano Boscone MI
Monte Porzio PU
Busseto PR
Caltrano VI
Oriolo VT
Budrio BO
Castelsardo SS
Chianciano Terme SI
Latronico PZ
Olivadi CZ
Castelnuovo Cilento SA
Palermo
Mondovì CN
Lesignano de Bagni PR
Monteveglio BO
Sospirolo BL
Asti
Assago MI
Cigole BS
Verderio Superiore LC
Mira VE
Zoldo Alto BL
Mezzani PR
Pomezia RM
Santa Maria Nuova AN
Modugno BA
Bisignano CS
Rivalta TO
Serrapetrona MC
Bassano Romano VT
S.Stino di Livenza VE
Manfredonia FG
Riace RC
Alano di Piave BL
Mel BL
Taibon Agordino BL
Courgnè TO
Ronchi dei Legionari GO
San Gregorio nelle Alpi BL
Albenga SV
Lasnigo CO
Morro d’Alba CN
Villarfocchiardo TO
Scicli RG
Carignano TO
Alano di Piave BL
Solza BG
Pieve di Cadore BL
Forlì Verghereto FC
Cassino FR
Gradara PU
Gussago BS
Borgone di Susa TO
Sogliano al Rubicone FC
Messina Vito d’Asio PN
Botricello CZ
Longiano FC
Nonantola MO
Acquaviva delle Fonti BA
Marcetelli RI
Saluzzo CN
Gropparello PC
Sorbolo PR
Frisanco PN
San Pietro in Casale BO
Savigliano CN
Monte san Vito AN
Ponte dell’Olio PC
Novi Ligure AL
Morano sul Po AL
Moncalieri TO
Villanova d’Asti AT
Avigliana TO
Biassono MB
Vodo di Cadore BL
Agordo BL
Orzinuovi BS
San Vito di Cadore BL
Mogoro OR
Chiaravalle AN
Cuneo
Mondavio PU

Altri Enti che hanno sottoscritto e diffuso la nostra iniziativa:

“Consorzio Intercomunale Vallesina-Misa” CIR 33 gestore del servizio di igiene urbana per i Comuni di Arcevia, Barbara, Belvedere Ostrense, Castelbellino, Castel Colonna, Castelleone di Suasa, Castelplanio, Cerreto D’Esi, Corinaldo, Cupramontana, Fabriano, Genga, Jesi, Maiolati Spontini, Mergo, Monsano, Monte Roberto, Montecarotto, Monterado, Morro d’Alba, Ostra, Ostra Vetere, Poggio San Marcello, Ripe, Rosora, San Marcello, San Paolo di Jesi, Santa Maria Nuova, Sassoferrato, Senigallia, Serra De’ Conti, Serra San Quirico, Staffolo. Abitanti serviti dal Consorzio: oltre 300.000.

Consorzio Priula gestore del servizio di igiene urbana per i Comuni di : Arcade, Breda di Piave, Casale sul Sile, Carbonera, Casier, Giavera del Montello, Maserada sul Piave, Monastier di Treviso, Morgano, Nervesa della Battaglia, Paese, Ponzano Veneto, Povegliano, Preganziol, Quinto di Treviso, Roncade, San Biagio di Callalta, Silea, Spresiano, Susegana, Villorba, Volpago del Montello, Zenson di Piave, Zero Branco. TOT. abitanti serviti da consorzi Priula e  TV3: 490.000.

Consorzio TV3 gestore del servizio di  igiene urbana per i Comuni di: Altivole, Asolo, Borso del Grappa, Caerano San Marco, Castelcucco, Castelfranco  Veneto, Castello di Godego, Cavaso del Tomba, Cornuda, Crespano del Grappa, Crocetta del Montello, Fonte, Istrana, Loria, Maser, Monfumo, Montebelluna, Paderno del Grappa, Pederobba, Possagno, Resana,  Riese Pio X, San Zenone degli ezzelini, Trevignano, Vedelago.

Biodistretto della via Amerina e delle Forre (Provincia Viterbo)

Associazione Ambientarti (Provincia di Salerno)

Zero Waste Italy

Associazione Comuni Virtuosi: continua la battaglia per l’adeguamento dell’accordo ANCI-CONAI

Sono 153 i comuni che hanno aderito alla proposta di profonda revisione dell’accordo Anci-CONAI, 3 i consorzi e a questo si aggiungono rappresentanze regionali dell’ANCI stessa.
A fine luglio il dossier dell’Associazione Comuni Virtuosi, redatto con il supporto tecnico della ESPER, è approdato in Parlamento, grazie ad un’interrogazione parlamentare presentata dai deputati Giuseppe Civati e Roger De Menech, in cui si chiede al Ministro dell’Ambiente Orlando (che già aveva preso posizione rispetto alle richieste di ACV) di rispondere in commissione alle questioni sollevate dal Dossier.

Nei mesi trascorsi dal momento in cui L’Associazione Comuni Virtuosi ha presentato il dossier redatto in collaborazione con Esper e le proposte da esso derivanti, Conai ed Anci hanno più volte rilasciato commenti, pur senza mai poter attaccare i dati tecnici presentati nello studio. A tali commenti, che testimoniano un tentativo di difesa delle condizioni dell’accordo in scadenza,  ACV risponde con un nuovo documento “In replica alle osservazioni poste da CONAI sui contenuti del dossier” volto a dimostrare la fondatezza delle richieste sulla base di dati concreti ed evidenze legislative.
In particolare, ACV replica ai seguenti punti:

• l’interpretazione da parte del Conai sui maggiori oneri da destinare ai Comuni per la RD degli imballaggi e l’affermazione da parte del Conai che i corrispettivi riconosciuti attualmente coprano per intero tali maggiori oneri a carico dei Comuni.
• l’affermazione del vice-presidente del Consorzio Comieco Piero Capodieci che ribadisce che non è compito del consorzio orientare gli stili di consumo ed esclude quindi l’opzione di modulare il CAC a seconda della riciclabilità degli imballaggi per indurre le aziende a progettarli secondo i principi dell’ecodesign.
• l’affermazione da parte del Direttore del Conai e del delegato Anci  per i rifiuti ed energia che ad un aumento del CAC corrisponderebbe un aumento del prezzo dei prodotti e che la possibilità di gestire autonomamente il materiale raccolto dai Comuni per venderlo al miglior offerente sia un vantaggio a loro esclusivo beneficio.
• l’affermazione da parte del Conai, di esponenti dell’ANCI  (e non solo) sul fatto che il Conai “faccia più degli obiettivi previsti dalla legge”

A tale documento non sono giunte risposte scientifico-tecniche.
Oggi, con i termini temporali per la redazione di un nuovo accordo quadro ANCI-CONAI che si avvicinano a grandi passi (31 dicembre 2013), la partita si sposta nuovamente nelle aule delle commissioni competenti.

Per informazioni in tempo reale: www.comunivirtuosi.org

ACV risponde al CONAI

MONSANO, 24 luglio 2013 -“Per migliorare ulteriormente questo sistema di successo il Conai, oltre ad accompagnare e favorire la costruzione di filiere del riciclo dove esse sono deboli, dovrebbe raccogliere l’appello dell’Associazione Comuni Virtuosi e premiare le amministrazioni che svolgono raccolta differenziata di maggior qualità, sia dal punto di vista della quantità che dei materiali raccolti, perché rappresentano la punta avanzata delle nostre amministrazioni”. A sostenerlo è Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente Territorio e Lavori Pubblici della Camera, in occasione della presentazione del Programma Generale di prevenzione e di gestione degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggi Conai 2013.

Rispetto alle dichiarazioni emerse nel corso della conferenza stampa ci preme qui sottolineare alcune evidenti contraddizioni emerse, rispetto a dati e cifre che sono molto lontane dalla realtà.

A pag. 372 del rapporto ISPRA si afferma che gli imballaggi immessi al consumo in Italia nel 2011 sono stati 11,617 milioni di tonnellate con dati desunti dai Piani specifici di prevenzione dei Consorzi di filiera.

A pag. 43 del rapporto si afferma che la produzione totale di rifiuti urbani in Italia nel 2012 è pari a 29,962 milioni di tonnellate (nel 2011 era pari a 31,386 milioni di tonnellate). Se la matematica non è un opinione se si divide 11,617 con 29,962 si ottiene esattamente il 38,8%. Sarebbe quindi interessante capire quali studi ha condotto il Dott. Capodieci per riuscire ad affermare, contraddicendo l’ISPRA e perfino il Conai, che gli imballaggi rappresentano solo il 20% del totale dei rifiuti urbani.

Se fosse vero che gli imballaggi presenti nei rifiuti fossero realmente il 20 % del totale dei rifiuti urbani (cioè 6,277 milioni di tonnellate) il Conai potrebbe vantare di aver raggiunto il 120 % di riciclo poiché nella relazione di bilancio 2013 si afferma che ha recuperato 7,507 milioni di tonnellate nel 2011.

Durante la conferenza stampa il Dott. Facciotto dichiara che “I ricavi da contributo ambientale del Sistema CONAI-Consorzi nel 2012 sono stati pari a 365 milioni di euro” ma a pagina 13 della relazione di Bilancio Conai 2012 scaricabile qui http://www.conai.org/hpm00.asp lo stesso Conai dichiara che il CAC incassato nel 2012 è pari a 497 milioni di euro mentre i 365 milioni di cui parla sono solo i contributi dichiarati.

Un altro dato fornito è che “I ricavi per la valorizzazione dei materiali sono risultati pari a 180 milioni di euro” ma tale dato non si può ricavare né dal bilancio Conai 2012 e neppure dai Bilanci dei Consorzi di filiera che non sono ancora stati pubblicati per quanto riguarda il 2012 ma risulta stranamente di gran lunga inferiore ai ricavi ottenuti nel 2012 pur in presenza di quotazioni delle materie prime seconda sostanzialmente stabili e dell’obbligo assunto dal Comieco di rispettare gli impegni assunti con l’Antitrust (fonte http://www.agcm.it/stampa/news/5515-i730-riciclaggio-carta-accettati-e-resi-obbligatori-gli-impegni-di-comieco.html) di un aumento dei quantitativi venduti tramite aste nel 2012 riducendo quindi la quota di materiale ceduto direttamente ai propri consorziati a prezzi largamente inferiori a quelli di mercato Anche il Consorzio Coreve ha subito la stessa censura da parte dell’Antitrust (in precedenza non esplicitava alcun ricavo dalla cessione del rottame di vetro ai propri associati che sono ) mentre se venisse applicato anche in Italia il prezzo di cessione stabilito in Francia da Ecomballages per il rottame di vetro selezionato (http://www.verre-avenir.fr/var/plain_site/storage/original/application/0dbbd88a77267aac0cf8131897956f48.doc) il valore dei ricavi per il solo vetro sarebbe di 34 milioni di euro (nel bilancio Coreve 2011 la somma tra costi di cessione e ricavi era invece pari a zero).

Sarebbe quindi opportuno che i Consorzi di filiera pubblicassero i propri bilanci dettagliati ed esponessero per intero i ricavi ottenuti poiché l’Antitrust ha più volte evidenziato che tale condotta non risulta soltanto in contrasto con la normativa sulla libera concorrenza ma, usando gli stessi termini utilizzati dall’Antitrust (fonte: http://www.agcm.it/trasp-statistiche/doc_download/78-ic26testo-indagine.html), determina anche una preoccupante “opacità gestionale” sugli effettivi incassi del sistema Conai. La conferenza stampa voluta dal CONAI per rispondere al nostro Dossier e ribadire la bontà della propria azione, ha di fatto confermato che tutto quanto sostenuto nel nostro documento corrisponde al vero e che è quanto mai necessario che il nuovo accordo che l’ANCI dovrà sottoscrivere debba essere ribilanciato, nella distribuzione delle risorse, a tutto vantaggio degli enti locali.

Se questo non dovesse avvenire il sistema Conai potrebbe perseverare nella decisione di utilizzare quello che l’On Realacci ha definito il “tesoretto del Conai” (317 milioni di euro messi a riserva esclusivamente nel 2010 e 2011) esclusivamente per ridurre ulteriormente il contributo ambientale che devono versare i propri associati (che è passato, ad esempio, da 22 €/tonnellata del 2011 a 6 €/t nel 2013 e va confrontato con i 164 €/t che deve essere versato dalle nostre aziende quale contributo ambientale appena le nostre merci varcano il confine con la Francia).

– La campagna dei Comuni Virtuosi

I risultati ottenuti grazie alla tariffazione puntuale a livello mondiale

A cura di Stefano Ciafani (Vicepresidente Nazionale Legambiente), Ezio Orzes (Direttivo Assoc. Comuni Virtuosi ed Ass. all’Ambiente Ponte nelle Alpi) e Attilio Tornavacca (Direttore ESPER)

Risulta ormai universalmente riconosciuto che la tariffazione puntuale è il sistema che permette più facilmente di raggiungere sia gli obiettivi di riciclaggio che quelli di riduzione della produzione di rifiuti stabiliti a livello europeo. Consente, inoltre, l’applicazione del principio “chi inquina paga”, ossia la correlazione (con opportuni meccanismi di flessibilità e compensazione per le famiglie numerose) tra prezzo del servizio e quantità di rifiuto prodotto.
L’Associazione Comuni Virtuosi sta conducendo una campagna di richieste di adesioni di enti locali, aziende e privati cittadini per la modifica dell’Accordo Anci Conai ed in cui si chiede al governo di reintrodurre l’obbligo del passaggio alla tariffazione puntuale. Lo scorso 14 maggio il Governo ha poi accolto un ordine del giorno (primi firmatari gli onorevoli Simonetta Rubinato Alessandro Bratti, Roger De Menech, Floriana Casellato ed il Presidente della Commissione Ambiente Ermete Realacci) che lo impegna ad imprimere una più chiara politica di incentivazione delle pratiche virtuose nella gestione dei rifiuti che prevedano l’applicazione della tariffa puntuale come modalità ordinaria e l’applicazione di un tributo presuntivo soltanto in via eccezionale fino alla messa a punto di sistemi di commisurazione puntuale dei rifiuti prodotti. Anche Legambiente ha recentemente lanciato una petizione per sostenere la necessità di “rivedere il tributo sui rifiuti che deve rispettare il principio europeo “chi inquina paga” e deve essere calcolato solo sulla effettiva produzione di rifiuti indifferenziati, permettendo alle utenze più virtuose di pagare meno”. Questo consenso quasi unanime sulla necessità di diffondere le esperienze di tariffazione puntuale ha radici ormai ben radicate all’estero mentre l’Italia sconta una pesante arretratezza su questa tema che con l’emanazione della recente normativa che istituisce la TARES è ulteriormente peggiorata poiché la tariffazione puntuale viene ora considerata un’eccezione alla modalità di calcolo che deve essere basata unicamente sulle superfici assoggettate al tributo. I sistemi di raccolta basati sulla tariffazione puntuale risultano molto diffusi nel nord Europa e sempre più diffusa negli Stati Uniti ed ii Australia (dove tale sistema viene denominato “Pay As You Throw”) e si basano sull’utilizzo di sistemi di rilevazione e quantificazione della produzione dei rifiuti riferiti ad ogni singola utenza servita (tipicamente aggregata a livello di singolo edificio). In questo modo si può esercitare un’effettiva azione premiante dei comportamenti virtuosi che determina un sensibile aumento della partecipazione ai programmi di riduzione e raccolta differenziata messi in atto dalle Amministrazioni locali. A differenza di quanto rilevato in riferimento ai sistemi domiciliari e di prossimità (che raggiungono il livello massimo di RD subito dopo l’effettuazione di campagne di sensibilizzazione ma poi presentano un calo di partecipazione più o meno evidente) la tariffazione puntuale consente inoltre di ottenere una partecipazione costante e duratura nel tempo poiché la singola utenza può beneficiare direttamente del risultato del suo impegno nel ridurre i rifiuti residui potendone valutare gli effetti in relazione all’importo tariffario che è tenuta a corrispondere annualmente, calcolato in base al grado di utilizzo non solo del servizio di raccolta del rifiuto residuo ma anche dell’umido e del verde (incentivando così al massimo il compostaggio domestico o l’uso del centro comunale di raccolta per il conferimento diretto del verde). Fin dal 1990 l’Environmental Protection Agency (EPA), dopo una fase di studio, ha deciso di incoraggiare e promuovere ufficialmente il ricorso alla tariffazione volumetrica attraverso la predisposizione di un apposito manuale (Lessons leamed about Unit Pricing, Washington, 1994). Tre stati (Minnesota, Washington, Wisconsin) hanno reso obbligatoria la tariffazione volumetrica ed altri sette stati ne incoraggiano ufficialmente l’uso fin dal 1996. Nel manuale dell’EPA, si affermava che la tariffazione volumetrica consente una riduzione dei rifiuti destinati allo smaltimento compresa tra il 25 e il 45% (altri studi indicavano invece una riduzione media del 20%). Anche in Italia si registra una riduzione complessiva del 15-20% dei quantitativi conferiti nei Comuni in cui è stata adottata la tariffa a volume.

Il governo irlandese ha stabilito che a partire dal 2005 sia obbligatorio il passaggio al sistema di tariffazione volumetrico ottenendo così un drastico calo della produzione di rifiuti ed imballaggi superflui. Un recente studio di Repak (il Consorzio irlandese per il riciclo degli imballaggi, analogo al nostro CONAI) ha rivelato che il sistema di tariffazione volumetrica fa risparmiare le famiglie e le fa riciclare di più come dimostrato dalle risposte del sondaggio effettuato su un campione di famiglie irlandesi sintetizzato di seguito.

Anche in Francia la nuova Legislazione ambientale (Grenelle de l’environnement n. 967 del 3 agosto 2009) prevede l’obbligo dell’attivazione della tariffazione puntuale (denominata “Tarification incitative”) entro il 2014. L’applicazione della tariffazione volumetrica non costituisce solo un fattore di successo delle strategie di riciclaggio ma anche e soprattutto delle strategie di prevenzione della produzione di rifiuti, sia attraverso l’incentivazione della pratica del compostaggio domestico degli scarti verdi e della frazione organica, sia perché determina una maggiore responsabilizzazione dell’utente al momento dell’acquisto, orientando le preferenze verso i beni di consumo che utilizzano imballaggi più contenuti e razionali. Per usufruire pienamente dei vantaggi dei sistemi di tariffazione puntuali gli utenti dovrebbero però poter scegliere tra diverse opzioni di consumo (ad esempio vuoto a rendere o a perdere) ma in Italia tale possibilità di scelta risulta alquanto limitata. Viceversa in altri paesi (soprattutto in Germania ed Austria ma in generale nel nord Europa) si è assistito ad un intenso processo di innovazione economica ed organizzativa presso la grande distribuzione organizzata (GDO) indotti da norme più efficaci in materia di riduzione degli imballaggi a perdere. Non a caso in Italia le uniche regioni in cui sono largamente diffusi sistemi di cauzionamento e di vendita alla spina sono quelle (Trentino Alto Adige) dove è stata resa obbligatoria la tariffazione volumetrica della produzione dei rifiuti per ogni singolo condominio. In queste zone la grande distribuzione ha rapidamente assunto l’esigenza di riprogettare la filiera degli imballaggi per rispondere alle nuove esigenze manifestate dagli enti locali e, di conseguenza, dagli utenti consumatori.
La tariffazione puntuale risulta quindi lo strumento più potente che si può attualmente applicare in Italia per creare un circuito virtuoso che premia sia i cittadini che orientano le proprie scelte di consumo che le imprese che commercializzano prodotti che consentono di diminuire la produzione di rifiuti (in particolare di imballaggi superflui). Nell’edizione 2013 del premio Comuni ricicloni di Legambiente tra le 1300 amministrazioni comunali virtuose ne sono state premiate 330 per aver prodotto meno di 75 chili di rifiuti indifferenziati pro capite all’anno (sono stati definiti Comuni rifiuti free). Tra queste anche Empoli con i suoi quasi 50 mila abitanti. Sono un po’ dappertutto ma più concentrati maggiormente in provincia di Treviso, Trento e Firenze. Come sono arrivati a questo risultato? Ognuno per la sua strada ma con alcune caratteristiche comuni: oltre alla raccolta “porta a porta” anche e soprattutto la modalità di tariffazione del servizio: ben 197 dei 330 Comuni rifiuti free sono infatti a tariffa puntuale.
Risulta quindi opportuno che, quale elemento centrale dell’azione di contenimento della produzione dei rifiuti, si promuova alla massima diffusione dei sistemi domiciliarizzati di raccolta ed una loro ulteriore evoluzione con l’introduzione della tariffazione puntuale. Gli attori del sistema di gestione dei rifiuti a livello regionale e provinciale possono quindi agire su più fronti per poter creare delle sinergie positive tra vari livelli di azione come descritto nella seguente figura.

I principali strumenti a disposizione per adottare la tariffazione puntuale risultano i seguenti:

1. sacchetti di volume standardizzato con specifiche serigrafie identificative: la singola utenza viene identificata al momento del ritiro o dell’acquisto dei sacchetti prepagati mediante e-card distribuite alle utenze servite. I sacchetti che non vengono utilizzate possono essere utilizzati l’anno successivo;
2. sacchetti di volume standardizzato contrassegnati da etichette/sigilli/cartoncini dotati di codice a barre e, più recentemente, transponder a perdere; questo sistema consente di operare di identificare il singolo utente conferitore attraverso cartoncini identificativi che vengono staccati e consegnati al Consorzio per la successiva lettura tramite dispositivi fissi (ad es. il Consorzio dei Navigli fino al 2006) oppure con la lettura del codice a barra adesivo tramite appositi dispositivi portatili nel momento della raccolta (sistema in uso, ad esempio, nel Comune di Mercato San Severino per incentivare il conferimento delle frazioni recuperabili secche). Recentemente i limiti di questo sistema sono stati risolti grazie alla sperimentazione condotta a Capannori con il supporto della ESPER dell’uso di sacchetti dotati di transponder;
3. identificazione tramite trasponder del numero di svuotamenti dei contenitori; la registrazione dei dati identificativi avviene attraverso la lettura del trasponder installato sui mastelli e/o bidoni da parte dell’antenna di cui è dotato l’automezzo di raccolta e/o da parte dell’operatore con sistemi di lettura portatili. Il sistema prevede una tariffazione della parte variabile della tariffa basata sul numero di svuotamenti e sul volume del contenitore;
4. sistemi di identificazione ed autorizzazione dell’utente per il conferimento di un volume predeterminato di rifiuti: di norma si tratta di calotte di volume fisso installate su presscontainer, cassonetti o isole interrate ad accesso condizionato tramite identificazione dell’utente con badge magnetici. Recentemente sono stati introdotti sistemi che non necessitano dell’inserimento in apposite fessure del badge magnetico (spesso oggetto di atti di vandalismo) ma del semplice avvicinamento al lettore tramite l’utilizzo di carte (tipo bancomat) o dispositivi dotati di trasponder. Alcuni brevetti includono anche la verifica della percentuale del riempimento del contenitore da remoto per l’organizzazione dei percorsi di svuotamento. Tali sistemi determinano però un elevata incidenza di abbandoni di rifiuti accanto ai cassonetti ed all’interno dei contenitori stradali dedicati alla raccolta differenziata.

Tutti questi vengono normalmente integrati da sistemi di identificazione presso le riciclerie: questa sistema va considerato come complementare alle tipologie precedenti, dato che di norma prevede un sistema di sconto basato sui quantitativi riciclabili conferiti presso tali strutture per incentivare la frequentazione e l’utilizzo da parte delle utenze stesse. Ovviamente il presidio della struttura da parte di personale apposito consente di controllare efficacemente la corretta suddivisione dei materiali raccolti e pertanto garantire la purezza merceologica necessaria all’avvio al recupero; La rapida diffusione dei trasponder passivi è legata al rapido abbattimento dei costi di realizzazione dei trasponder e dei dispositivi di lettura come evidenziato nella figura successiva.

Il costo dei trasponder passivi già montati sui bidoni è sceso dai 3-4 euro del 2003 agli attuali 0,60-0,50 euro per ordini di circa 5-10.000 pezzi.
L’analisi delle modalità utilizzate a livello europeo e nazionale ha dimostrato che le esperienze di quantificazione volumetrica dei rifiuti sono in assoluto le più diffuse, dato che risultano facilmente applicabili in contesti che già prevedono circuiti di raccolta di tipo domiciliare. La registrazione del volume e del numero di svuotamenti dei contenitori (bidoni o sacchi) dedicati ad ogni singola abitazione permette inoltre di indurre ad esporre i propri contenitori del secco residuo solo quando risultano quasi pieni ottenendo così sia una riduzione della tariffa della singola utenza che un ottimizzazione del servizio di raccolta per la riduzione del numero di contenitori svuotati a parità di quantitativi intercettati poiché il costo per l’utenza servita, non essendo parametrato sul peso ma sul volume svuotato, è lo stesso sia per un contenitore esposto ben pieno che per uno semivuoto ed in questo modo è chiaro che le utenze cercano sempre di sfruttare appieno la volumetria riducendo il numero di svuotamenti (una famiglia di tre componenti riesce normalmente ad esporre un bidone da 120 litri circa 9-10 volte all’anno) oppure chiedendo di ridurre il numero e/o il volume dei contenitori posizionati in un cortile condominiale in cui l’esposizione e lo svuotamento viene effettuato comunque ogni settimana. La tabella dimostra che i Comuni che hanno introdotto la tariffazione puntuale hanno raggiunto le % di RD più elevate ed al contempo i costi di gestione più bassi in assoluto al netto dei costi di spazzamento. Il comune che vanta il miglior rapporto tra costi di gestione (al netto dei costi di spazzamento) ed i risultati ottenuti sul fronte della riduzione di rifiuti da avviare a smaltimento è il Comune di Ponte nelle Alpi premiato come miglior Comune nelle ultime quattro edizioni del concorso Comuni Ricicloni di Legambiente.

Per disincentivare il fenomeno degli abbandoni dei rifiuti sono state comunque introdotti nei regolamenti i cosiddetti “svuotamenti minimi” che vengono comunque fatti pagare (a meno che non dimostri di non aver vissuto in quella abitazione). Il sistema di tariffazione che prevede l’utilizzo di sacchetti con transponder passivo a perdere è stato introdotto per la prima volta in Italia a Capannori a partire dal mese di dicembre 2011 con il supporto tecnico della ESPER. In pratica viene applicato un sistema di calcolo della bolletta basato sul numero di ritiri dei sacchi di colore grigio, che contengono i rifiuti non riciclabili, dotati di una etichetta adesiva contenente un Tag RFID con all’interno un chip al quale è associato il codice utente che viene letto da un antenna installata sul mezzo utilizzato per la raccolta. L’antenna registra il codice del microchip, la data e l’ora del ritiro, il codice del veicolo e dell’operatore in servizio. Con questo sistema ogni famiglia, alla quale è stato consegnato un Kit di 26 sacchi semitrasparenti grigi ed il necessario materiale informativo, viene incentivata a selezionare i materiali riciclabili in modo da ridurre al minimo i RU residui da smaltire. Coloro che espongono i rifiuti meno di una volta a settimana ottengono una riduzione in bolletta. Un modo semplice ed efficace per premiare gli utenti più virtuosi. Grazie all’uso di sacchetti con trasponder UHF, pur a fronte di un costo di acquisizione maggiore rispetto all’uso di sacchetti prepagati, sono stati ottenuti i seguenti vantaggi:

• Il sistema consente una maggiore responsabilizzazione dei comportamenti individuali poiché permette di tenere traccia dell’effettivo conferimento di sacchetti della singola utenza e di identificare il conferitore anche in caso di prelievo contemporaneo di una moltitudine di sacchetti di fronte ad un condominio. Questa possibilità di maggiore controllo può essere sfruttata anche per le frazioni differenziate ed in particolare per il multimateriale leggero;
• Il sistema consente di applicare la tariffazione puntuale anche nei centri storici medioevali in cui mancano gli spazi condominiali necessari per il posizionamento di mastelli dotati di tag fissi;
• L’alternativa operativa rappresentata dai sacchetti prepagati serigrafati presenta il rischio che terzi possano commercializzare fraudolentemente sacchetti con il medesimo colore e le medesime scritte soprattutto quando tale soluzione viene adottata su larga scala in comuni o consorzi di grandi dimensioni. Con l’uso dei transponder questo rischio viene azzerato;
• Il sistema dei tag UHF a perdere può essere utilizzato in combinazione con l’uso di bidoni o cassonetti, laddove gli spazi condominiali consentono il posizionamento dei contenitori rigidi, consentendo di rendere più flessibile il sistema di raccolta rispetto all’uso di soli sacchetti prepagati o di soli contenitori rigidi dotati di Tag fissi (le uniche due opzione finora disponibili);
• Il sistema può essere utilizzato anche per circuiti di raccolta che comprendono più comuni permettendo di rilevare esattamente il numero di sacchetti raccolti in ogni singolo Comune. Nelle 8 frazioni della zona sud dove il nuovo sistema è stato applicato inizialmente in via sperimentale la percentuale di RD ha superato l’85%, un risultato migliore di quanto previsto. La positiva esperienza di Capannori (che è anche il primo Comune italiano ad avere adottato la strategia “Zero Waste” da tradurre correttamente in “Zero spreco” anziché in “Rifiuti Zero”) sta favorendo l’adozione dello stesso sistema in altri Comuni italiani. Dopo l’introduzione nel 2012 dei sacchetti con Tag UHF da parte di HERA a Castel San Pietro e da parte di AMGA a Legnano anche a Trento e Treviso e in provincia di Macerata stanno per essere introdotti i sacchetti con RFId prodotti anche da aziende diverse rispetto a quella che li ha sviluppati e prodotti inizialmente per Capannori (la SMP di Barletta) favorendo così una maggior concorrenza tra i diversi produttori ed un ulteriore riduzione dei costi di approvvigionamento degli stessi.

La fattibilità dell’introduzione della tariffazione puntuale anche nelle grandi Città è stata recentemente dimostrata anche in Italia grazie all’esperienza della Città di Trento (115.000 abitanti) che, con il supporto tecnico della ESPER, ha raggiunto il 78 % di RD nel mese di maggio 2013. Nel recente convegno organizzato a Capannori dall’Associazione Comuni Virtuosi e dalla ESPER, l’Assessore all’Ambiente Michelangelo Marchesi ha affermato che «La coerenza che c’è tra la tariffazione puntuale e la raccolta porta a porta è evidente. Il cittadino con la tariffa non è incentivato a barare, al contrario. Tuttavia non è semplice farsi comprendere all’inizio, ma con una buona campagna di comunicazione si riesce a superare questo problema». Secondo quanto affermato al convegno da Raphael Rossi, Presidente IREN Emilia, a breve anche a Parma verrà introdotta la tariffazione puntuale dopo gli ottimi risultati raggiunti nel Comune di Felino (83 % di RD) anche grazie alla supervisione tecnica operata dall’ATO2 che si è avvalso della ESPER. L’esame dei vari casi di studio relativi all’attivazione della tariffazione puntuale del servizio di raccolta , ha inoltre evidenziato che i risultati migliori dal punto di vista quali-quantitativo sono quelli rilevati per le esperienze in cui sono stati personalizzati i servizi di raccolta sia del rifiuto residuo (indispensabile per poter ottenere un corretta responsabilizzazione dei comportamenti individuali) che delle principali frazioni recuperabili (altrettanto indispensabile per evitare il peggioramento qualitativo che invece viene di solito rilevato se le altre frazioni vengono raccolte a livello stradale). L’analisi delle varie esperienze di tariffazione operata dalla ESPER non ha infatti riguardato solo i livelli di RD conseguibili poiché l’obiettivo dell’Unione Europa non è mai stato unicamente il raggiungimento di elevate percentuali di RD (che sono in realtà solo un strumento per favorire il riciclaggio) ma sull’azione di riduzione a monte e di riciclo effettivo tramite RD di qualità.

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Analisi dei problemi del comparto del riciclo in Italia e proposte dell’Associazione dei Comuni Virtuosi

A cura di Ezio Orzes (Associazione nazionale Comuni Virtuosi) Raphael Rossi (Comitato Scientifico Osservatorio Rifiuti Zero Comune Capannori) e Attilio Tornavacca (Direttore ESPER)

La ESPER in gruppo di lavoro con l’Associazione Comuni Virtuosi ha elaborato uno studio, recentemente presentato a Roma, sullo stato di salute del comparto del riciclo in Italia che è basato anche su dati precedentemente diffusi da Legambiente e Polieco nel dossier “Mercati illegali”.
In questo articolo viene riportato uno stralcio di tale studio e del dossier di Legambiente che riguarda le criticità che anche il comparto industriale nazionale dedito al riciclaggio sta attualmente affrontando anche a causa del recente sviluppo dei traffici illeciti degli scarti da RD di rifiuti urbani.
L’industria italiana del riciclo, che era leader in Europa per quantità trattate e tecnologie sviluppate fino al 2007-2008, è stata infatti superata dall’industria tedesca poiché la Germania, che ha investito pesantemente nella creazione di una industria interna del riciclo, “ha compiuto il miracolo di trasformarsi da paese esportatore a paese importatore di materie prime seconde nonostante gli altissimi livelli di raccolta interna” secondo quanto riportato nel recente rapporto “Il riciclo ecoefficiente” edito da Ambiente Italia. Secondo tale studio “L’Italia ha da sempre rappresentato un caso peculiare nel contesto delle economie avanzate. Paese strutturalmente povero di materie prime, l’Italia aveva costruito una industria manifatturiera basata in maniera significativa sull’impiego di intermedi o di rottami e materiali di recupero”.

Negli ultimi anni l’Italia sta però assistendo, senza mettere in campo alcuna seria contromisura, ad una situazione paradossale: da un lato si assiste ad un enorme aumento delle esportazione (soprattutto in Cina) della plastica post-consumo e della carta da macero, dei rottami ferrosi, dei RAEE e dall’altro si assiste sempre più frequentemente alla chiusura delle cartiere che utilizzavano carta da macero e degli impianti di riciclaggio di materiali plastici e di rottami.
Per quanto riguarda la carta, ad esempio, negli ultimi anni hanno chiuso o hanno avviato procedure di delocalizzazione ben 10 delle venti maggiori cartiere nazionali che utilizzavano prevalentemente macero: Burgo Mantova, Reno de Medici Magenta, Cartiera di Romanello, Cartiera di Voghera, ICL Bagni di Lucca, Cartiere Romanello Udine, Cartiera Burgo Germagnano, Cartiera P-karton a Roccavione, Mondialcarta a Lucca, Cartiera Burgo di Avezzano. Molte altre sono in grave difficoltà e producono a ritmi ridotti quali ad esempio la Cartiera di Tivoli, Cartiera Bormida, Cartiera Reno de Medici di Santa Giustina, Cartiera Paper di Varazze e, recentemente, anche la Cartiera del Garda con oltre 500 dipendenti a rischio.
L’effetto sul mercato del macero è stata la scomparsa di oltre circa un milione di tonnellate all’anno di riciclo di macero delle quali oltre 400.000 circa di macero selezionato bianco. Nel nostro paese negli ultimi quattro anni hanno quindi chiuso più di 30 stabilimenti di produzione di carta. Sono stati così persi oltre 3.500 posti di lavoro senza considerare l’indotto (che vale circa altri 1500 posti di lavoro).

La crisi del settore del riciclo della carta e cartone da macero è legata sostanzialmente a fattori di dumping da parte dei mercati asiatici, i cui prodotti godono di condizioni estremamente favorevoli sia in termini di costo dell’energia che della manodopera ma anche a causa di una concorrenza europea che gode di prezzi energetici assai inferiori. Nella produzione di carta circa un terzo dei costi è imputabile all’energia. Il costo della bolletta energetica per l’industria cartaria italiana è rispettivamente del 26% e del 37% in più rispetto a quello francese e tedesco. Rispetto alla Cina (paese dove il costo della manodopera è pari a un quinto di quello europeo) il differenziale sul fronte energetico arriva al 103%. La Francia ha recentemente deciso di sostenere il consumo del macero entro i propri confini riducendo il costo dell’energia elettrica fornita alle cartiere anche se questa azione ha inizialmente suscitato la censura dell’UE. L’Agenzia Municipale per i Rifiuti Domestici che serve Parigi e altri 84 comuni dell’area metropolitana ha inoltre incluso nel contratto di vendita di carta e cartone recuperati una clausola di prossimità, che vincola l’assegnatario a effettuare o far effettuare il riciclo della carta e del cartone all’interno del territorio nazionale o nei paesi europei confinanti rispettando così le norma di tutela dei lavoratori e dell’ambiente europee. Anche il D.lgs 152/2006 stabilisce che si deve “favorire il più possibile il loro recupero privilegiando il principio di prossimità agli impianti di recupero” ma in Italia nessun provvedimento ha finora concretizzato tale norma.

Il mancato sostegno all’industria del riciclo, che invece in Europa (ed in Germania in particolare) viene considerato un obiettivo strategico per poter ridurre la dipendenza da paesi extra europei per l’approvvigionamento di materie prime, sta quindi determinando la progressiva scomparsa di un industria che era riuscita finora a renderci competitivi anche se l’Italia non poteva disporre delle grandi foreste o dei pozzi del petrolio del nord Europa. Nel 2012 l’Italia ha esportato circa 2 milioni di tonnellate di carta da macero verso i paesi asiatici e con la chiusura delle maggiori cartiere italiane la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente. Tali flussi sono diretti prevalentemente in Cina, che usa o stocca il 50% della carta da macero mondiale. Volumi enormi, che dettano le quotazioni del macero in Europa, con rincari a tre cifre. Alla prima ripresa della crisi, nel 2010, il prezzo del macero è passato dal più 140 % al più 250 % per le qualità meno pregiate, destinate alla produzione di imballaggi.
Anche per quanto riguarda il riciclo di materiali plastici ASSORIMAP evidenzia che negli ultimi anni hanno chiuso 8 delle 18 aziende che si occupavano del riciclo del PET in Italia e che la capacità di trattamento delle aziende rimaste viene saturata solo per il 70 % creando così un danno economico rilevante alla nostre imprese e la perdita continua di posti di lavoro.

Va rammentato che la Cina sovvenziona l’importazione di materie prime seconde con un rimborso totale dell’IVA. L’industria cartaria cinese ha inoltre potuto contare su enormi aiuti di Stato, stimati negli ultimi 10 anni in oltre 33 miliardi di dollari. Nel 2010 la Cina ha importato 3,7 milioni di rifiuti metallici dall’Europa e quindi è prevedibile che anche questo comparto potrebbe subire a breve un tracollo.
Secondo Legambiente negli ultimi anni sono cresciuti enormemente i traffici illegali di rifiuti da RD come dimostrano i dati dei sequestri effettuati negli ultimi due anni dall’Agenzia delle dogane nei nostri porti: quasi 20 mila tonnellate di scarti (per l’esattezza 18.800) destinati illegalmente all’estero, soprattutto plastica, carta e cartone, rottami ferrosi, pneumatici fuori uso (Pfu) e rifiuti elettrici ed elettronici (Raee). Nella figura a lato si possono visualizzare le principali destinazioni illustrate nel Dossier di Legambiente dal titolo “Mercati Illegali” pubblicato lo scorso 13 febbraio 2013.

L’azione di dumping operata dalla Cina, come già avvenuto in molti altri settore, sta quindi provocando la chiusura delle nostre imprese che non riescono più a competere con i prezzi che i cinesi possono riconoscere per i materiali di scarto. I maggiori guadagni incamerati attualmente dai Consorzi di filiera si trasformeranno però a breve un boccone avvelenato se si arriverà alla pressoché totale dipendenza italiana dai mercati asiatici per il ritiro dei materiali di scarto. A quel punto è facile prevedere che il dumping cesserà e ci si ritroverà a pagare costi di elevati senza dopo aver perso i posti di lavoro garantiti in precedenza dall’industria italiana del recupero e riciclo. Questa situazione drammatica delle aziende del riciclo italiane non ha infatti riguardato il Conai ed i relativi Consorzi di filiera che hanno invece tratto grandi benefici economici “dall’aumento delle quotazioni delle materie prime seconde”. Infatti il Conai ed i propri Consorzi di filiera non si sostengono solo anche attraverso la vendita dei materiali, anche all’estero, consegnati dai Comuni e, nel solo 2011, hanno incassato altri 226 milioni di euro nel 2011 così suddivisi:

Gli introiti totali del sistema Conai nel 2011 risultano quindi pari a 819 milioni di euro nel 2011 e quindi i circa 297 milioni circa riconosciuti ai Comuni italiani nel 2011 quale parziale rimborso dei costi per la RD degli imballaggi rappresentano circa il 37 % degli introiti totali del 2011. Il sistema Conai ha chiuso i propri bilanci con un utile di esercizio complessivo di 166 milioni di euro nel solo 2011 ed ha accumulato riserve per ben 317 milioni di euro nello stesso anno. Questi utili hanno consentito al sistema Conai di ridurre di un ulteriore 30 % l’importo del Contributo Ambientale Conai a carico delle imprese nel 2012 rispetto al 2011.
Non ci si deve quindi stupire se, a fronte di questa situazione drammatica per il comparto del riciclo, si assiste a proclami alquanto ottimistici da parte del Conai che, a chi a perso il proprio posto di lavoro nel settore del riciclo o ha dovuto chiudere la propria azienda, possono comprensibilmente apparire quasi uno beffa. Lo scorso 6 novembre il Corriere della Sera titolava, riferendosi al Conai, “Un successo che non conosce crisi” evidenziando gli “Ottimi risultati di crescita e occupazione ottenuti dal Conai… un risultato in controtendenza rispetto alla decrescita del PIL del paese”. Secondo uno studio commissionato dal Conai ad Althesys “Nel 2011 il fatturato dell’industria del riciclo è stato pari a 9,5 miliardi di euro, contribuendo per lo 0,61% al PIL nazionale, con una crescita del 7% rispetto al 2010… Un risultato in cui ha svolto un ruolo fondamentale il Conai”. Tutto a posto allora, di cosa ci si dovrebbe preoccupare?

Questi dati sono stati però subito messi sotto accusa dalle Associazioni che rappresentano i riciclatori (ad esempio da parte di ASSORIMAP nei confronti delle statistiche presentata da Corepla) e, in precedenza, dall’ANCI che nell’audizione del 12 luglio 2007, aveva affermato che i “..dati sul recupero (e, conseguentemente, sul raggiungimento degli obiettivi) sono di fonte CONAI, per cui si è di fronte a un soggetto privato che svolge un ruolo pubblicistico e opera autonomamente senza essere soggetto a controlli particolari. Per tale motivo l’ANCI auspica che vi sia un qualche osservatorio, o un soggetto terzo, che verifichi la validità di tali dati”.
L’ISPRA, quale ente governativo di controllo e monitoraggio dei dati del Conai, ha in effetti recentemente affermato che a causa “dell’incompleta e parziale informazione fornita dal Consorzio Conai… l’ISPRA non è in grado di monitorare in maniera efficace il ciclo di gestione dei rifiuti di imballaggio, validando i dati trasmessi dal CONAI, e soprattutto di verificare il raggiungimento degli obiettivi di riciclaggio fissati, oltre che dalla direttiva 94/62/CE, anche dall’articolo 11 della direttiva 2008/98/CE” (Fonte: pag. 369 del Rapporto rifiuti ISPRA 2013).

Il recentissimo “Green book sulle materie plastiche” pubblicato dalla Commissione europea evidenzia la necessità di estendere in tutti i paesi membri il cauzionamento delle bottiglie e flaconi poiché “Tassi di riciclaggio bassi e l’esportazione di rifiuti di plastica per il successivo trattamento in paesi terzi rappresentano un’importante perdita di risorse non rinnovabili e di posti di lavoro in Europa…”. Secondo la commissione la piena attuazione della normativa Ue sui rifiuti consentirebbe invece di risparmiare 72 miliardi di euro l’anno, di aumentare il fatturato annuo della UE di 42 miliardi di euro nel settore della gestione e del riciclaggio dei rifiuti e di creare oltre 400mila posti di lavoro entro il 2020.
Le direttive comunitarie stabiliscono infatti la necessità di dar vita ad una “società europea del riciclaggio” ma per farlo realmente, anche secondo ASSOCARTA, è necessaria conferire il materiale recuperato preferibilmente alle aziende presenti sui  territorio vicine al luogo di raccolta.
In Europa altri paesi oltre la Germania hanno quindi cominciato a limitare l’export in Asia sostenendo l’industria europea del riciclo: dal 29 novembre 2012 aziende e Comuni spagnoli possono vincolare il conferimento dei propri rifiuti al riciclo “made in Europa”. Va poi considerato che la trasmissione Report ha recentemente fatto luce sui rischi determinati dall’importazione in Italia di giocattoli in plastica riciclata cinese prodotti, senza alcun controllo, con scarti plastici e teli agricoli impregnati di residui chimici pericolosi. Queste notizie, che allarmano i cittadini e rischiano di far considerare assurdi e/o contraddittori gli sforzi compiuti dagli enti locali per convincere gli utenti della necessità di differenziare i propri rifiuti, fanno comprendere che non si può rimandare oltre l’avvio di iniziative che possano garantire la non pericolosità dei materiali riciclati e l’effettivo riciclo dei materiali differenziati in contesti dove le condizioni di lavoro sono controllate e dignitose.
Se poi, come deciso in Spagna ed in Francia, venisse sostenuto il riciclaggio di prossimità si risparmierebbero enormi quantità di gas climalteranti per i minori trasporti e si potrebbero garantire nuovi posti di lavoro qualificati aumentando la domanda interna di prodotti riciclati sul modello di quanto attuato con il progetto “Remade in Italy” o il progetto “Ri-prodotti e ri-acquistati in Toscana”.
Andrebbe infatti rammentato che la Direttiva 12/2004 prevede che «I rifiuti di imballaggio esportati al di fuori della CE siano contabilizzati come rifiuti recuperati o riciclati soltanto in presenza di prove attendibili che il recupero e/o riciclaggio ha avuto luogo in condizioni complessivamente equivalenti a quelle stabilite dalla pertinente legislazione comunitaria». Se si applicasse realmente questo principio ai dati delle quote di imballaggi recuperati dal Conai andrebbero sicuramente detratti ingenti flussi di imballaggi ceduti ad utilizzatori extra europei.
Di seguito vengono quindi riepilogate sinteticamente le proposte di cui l’Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi intende farsi portavoce per affrontare questa situazione:

  1. Considerato che il volume di acquisti della pubblica amministrazione in Italia vale 130 miliardi di euro annui, introducendo misure che rendano obbligatorio di convertire almeno il 30 % di questi in acquisti verdi e prodotti a km zero – come indicato dalla Commissione europea quale obiettivo che doveva essere raggiunto già nel 2009 – significherebbe muovere in questa direzione 40 miliardi di euro l’anno.
  2. Si richiede di annullare l’obbligo per i comuni di cedere la proprietà dei materiali da RD al sistema Conai in cambio del parziale rimborso dei costi di raccolta. Come stabilito in Francia si dovrebbe invece lasciare in capo ai Comuni il diritto di scegliere a quali Consorzi autorizzati rivolgersi (in Francia per la plastica ne esistono ben otto) per ottenere le migliori condizioni di cessione che dovrebbero inoltre essere vincolate al rispetto del principio di prossimità (per evitare di generare enormi quantità di emissioni climalteranti nella fase di trasporto in Asia) ed alla verifica del rispetto della norme europee relative alla tutela dei lavoro e dell’ambiente.
  3. In ottemperanza alla gerarchia di gestione stabilita a livello europeo e nazionale, si chiede che le risorse dei Consorzi di filiera siano destinate unicamente alla RD ed al riciclo di materia e non vengono quindi più distolte a favore dell’incenerimento dei materiali raccolti in modo differenziato anche in considerazione del consolidamento di esperienze nazionali che dimostrano la convenienza e la fattibilità di tecniche alternative di riciclo (ad es. in Toscana o in Veneto). Questa esigenza imprescindibile deriva anche dalla necessità di sconfessare chi sostiene che le RD spinte e di qualità siano inutili poiché quanto raccolto (in particolare le plastiche) viene in larga misura bruciato e non riciclato;
  4. L’Italia dovrebbe introdurre una sistema di reale incentivazione dei prodotti realizzati con materiali riciclati e a “km zero” anche attraverso l’introduzione di meccanismi premiali mediante la riconversione dei CIP6 e dei Certificati Verdi da incentivi per ridurre il costo del recupero energetico (che l’Unione Europea ha censurato poiché in contrasto con la gerarchia europea di gestione dei rifiuti) a incentivi per sostenere il riciclaggio ed il compostaggio in proporzione al risparmio di emissioni climalteranti effettivamente garantito.

Di seguito vengono quindi riportate le proposte di Legambiente per risolvere le problematiche precedentemente esposte che integrano e completano quelle summenzionate dell’ACV:

  1. rafforzare e semplificare il quadro sanzionatorio in materia di tutela penale dell’ambiente, per esempio attraverso l’introduzione nel Codice penale italiano di specifici delitti (dall’inquinamento al disastro ambientale) sulla falsariga di quanto previsto dalla direttiva comunitaria 2008/99/CE e da diversi disegni di legge d’iniziativa parlamentare;
  2. rendere pienamente operativa la nuova classificazione del delitto di attività organizzata di traffico illecito di rifiuti;
  3. prevedere, come per tutti gli altri delitti di competenza delle Procure distrettuali antimafia, l’utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali in presenza di sufficienti indizi di reato, e non gravi com’è attualmente, e prolungando fino a un anno i termini per le indagini preliminari;
  4. ricostituire, anche nella prossima legislatura, la Commissione bicamerale di inchiesta sul Ciclo dei rifiuti e le attività illecite a esso connesse;
  5. migliorare la collaborazione tra gli Stati, soprattutto in materia di controlli e prevenzione, rafforzando il ruolo degli organismi internazionali, sia europei (Europol, Eurojust) che internazionali (Interpol), nonché l’interlocuzione con le associazioni non governative e i vari stakeholders.

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Assorimap racconta la crisi del riciclo delle plastiche

di Giuseppe Iasparra

Corrado Dentis, parte spiegando la struttura del settore delle plastiche riciclate che è strutturato in due grandi aree: la parte del pre-consumo e la parte del post-consumo. «La prima riguarda le aziende che riciclano gli scarti industriali. Sono le più numerose (150 in Italia). Si tratta solitamente di microimprese, artigianali e industriali, che lavorano per lo più ritirando gli scarti dell’ industria che derivano dalla produzione di polimeri o residuali dalla fabbricazione di manufatti e imballaggi. Il riciclo in Italia ha sempre rappresentato, fin dagli anni ’60, un’eccellenza a livello europeo, attualmente però risente della congiuntura negativa: ci sono aziende produttrici che chiudono e ciò si riflette in modo negativo sull’industria di trasformazione causando una significativa contrazione dei volumi disponibili anche per l’industria del riciclo, tutto ciò determinando un impoverimento per il mercato nazionale. L’insufficienza dei volumi inoltre crea l’effetto boomerang: i prezzi a cui vengono ceduti questi materiali diventano più alti. Per quanto riguarda invece l’area del post-consumo – continua il presidente di Assorimap – si tratta di un comparto più recente che nasce con l’avvio delle raccolte differenziate in Italia negli anni ’90. Questo settore è costituito da una cinquantina di piccole e medie imprese».

La crisi del riciclo del PET
All’interno del settore post-consumo c’è un comparto in difficoltà. «Il settore del PET – spiega Corrado Dentis – negli ultimi anni ha visto calare da 18 a 11 il numero di imprese in Italia. Quello che deve far riflettere a mio avviso è il fatto che dovrebbe essere un settore trainante all’interno dell’emergente green economy. Invece oggi queste industrie sono fortemente investite dalla crisi». Quali sono le cause? «Da un lato – continua il presidente di Assorimap – non possiamo prescindere da quei fattori di crisi che investono le imprese manifatturiere. In primis i costi energetici che in Italia sono superiori rispetto agli altri Paesi. In secondo luogo il problema degli approvvigionamenti: il nostro sistema ha una capacità installata importante che, soprattutto nel post-consumo, non viene soddisfatta. Le raccolte differenziate crescono lentamente e siamo costretti ad importare rifiuti dall’estero per approvvigionarci. In questo quadro incidono negativamente anche i volumi che sovente partono dall’Italia in maniera impropria (come evidenziato da alcune inchieste giornalistiche)».

Assorimap lamenta la mancanza di un “libero mercato interno”
Secondo i dati Corepla, tuttavia, la raccolta differenziata di rifiuti di imballaggi in plastica è in crescita. “Come mai i flussi Corepla non finiscono a voi” abbiamo chiesto ad Assorimap? «Corepla – spiega Corrado Dentis – va ad alloccare questi volumi con aste telematiche europee. E così in un contesto italiano difficile si aggiunge un confronto europeo. Accade, ad esempio, che il riciclatore tedesco si accrediti agli acquisti per via telematica con Corepla e compete con noi». Assorimap lamenta la mancanza di un “libero mercato interno” rispetto agli altri Paesi. «Corepla – sottolinea Corrado Dentis – svolge in assoluto monopolio un ruolo che svolgono nel medesimo modo 18 consorzi in Francia piuttosto che 11 in Germania. Quello che noi lamentiamo è che non ci sia reciprocità: i nostri colleghi riciclatori della plastica europei si trovano davanti a diverse alternative sul mercato interno ma noi, in Italia, o partecipiamo alle aste di Corepla oppure rimaniamo senza quel prodotto lì. E mentre Corepla vende a tutti i riciclatori fuori dall’Italia, nel nostro Paese possiamo comprare solo da uno». Perche non andare a comprare fuori? «All’estero possiamo andarci anche noi – aggiunge il presidente di Assorimap – ma come ho già detto, noi ci andiamo con delle logiche e dinamiche appesantite dai costi del sistema Italia. E a tutto ciò aggiungiamo un ulteriore onere costuito dalla mancanza di un libero mercato interno».

Cosa fare per migliorare la situazione?
Corrado Dentis propone il “riciclo a km0”. «Siamo sempre stati forieri – spiega il presidente di Assorimap – nel proporre le cosiddette “filiere corte” sul territorio. Parecchi riciclatori italiani hanno tentato e cercano di dare importanti segnali in questo senso». Queste sinergie potrebbero avere ricadute positive anche sul lato occupazionale, ricorda il presidente di Assorimap: «La filiera del riciclo, soprattutto nel post-consumo, interessa una pluralità non trascurabile di soggetti. Parliamo di un settore che può dare, qualora si riuscisse a promuoverlo adegutamente, decine di migliaia di nuovi posti di lavoro in Italia». In questo senso, Corrado Dentis pensa «alle raccolte differenziate che potrebbero essere incrementate sul territorio, alla selezione delle plastiche, fino alla creazione di nuove tecnologie per migliorare sempre di più la valorizzazione dei rifiuti di imballaggi in plastica. Affinché il riciclo possa continuare a rappresentare una risorsa sempre più importantesia dal punto di vista ambientale che occupazionale – conclude Corrado Dentis – occorre continuare ad investire in ricerca e sviluppo senza tuttavia tralasciare l’aspetto della prevenzione. Un imballaggio è tanto più riciclabile quanto più costituito da matrici polimeriche omogenee.

letto su Eco dalle città

Orlando: “Rivedere la Tares per premiare i comportamenti virtuosi”

Rivedere la Tares, perche’ ”cosi’ come e’ congegniata non aiuta”, e modularla sulla base di un meccanismo che premi i comportamenti virtuosi. Lo afferma il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, a margine del rapporto ‘Comuni ricicloni’ di Legambiente, a proposito della nuova tariffa sui rifiuti.

”Il governo – spiega Orlando – sta iniziando una discussione che lo vedra’ impegnato nei prossimi giorni, forse nelle prossime settimane su come ridefinire la Tares. Sono convinto che sia mio compito in quanto ministro dell’Ambiente supportare questo processo attraverso un passaggio pieno alla tariffa che eviti di continuare a tassare sulla base di un elemento poco significativo in questo campo come quello della superficie ed invece tassi sulla base della produzione del rifiuto e incentivi chi decide di differenziare il rifiuto, e farlo attraverso meccanismi di carattere premiale”.

”Su questo – osserva il ministro – credo che non bisogna guardare a quanto si fa in termini di cassa immediata ma quanto si riesce a risparmiare in un arco di tempo piu’ lungo”. Ed in questo ”mi piacerebbe che il sistema delle autonomie, dei consorzi e dei comuni, sostenesse queste modifiche. Qua – conclude Orlando – non dobbiamo fare una mini-patrimoniale ma premiare i o portamenti virtuosi”.