Madrid: via alla raccolta dell’organico

Dal 1 novembre Madrid avvierà la raccolta dell’organico porta a porta in 11 quartieri cittadini.

La raccolta avverrà attraverso contenitori marroni, che vanno ad aggiungersi a quelli già in uso. L’obiettivo dell’amministrazione è quello di rispettare la normativa europea, che prevede per il 2020 l’effettivo riciclo del 50% dei rifiuti prodotti.

Saranno coinvolte in questa prima fase 125.000 utenze domestiche, 2.000 utenze non domestiche fra esercizi commerciali e ristoranti,  e 50 grandi produttori di rifiuti (11 mercati, 15 centri commerciali, 8 ospedali, due hotel).

Il Comune di Madrid lancerà una campagna di comunicazione ambiziosa, per spiegare ai cittadini l’uso del nuovo contenitore, ma anche per “ripassare” quello dei contenitori già distribuiti in passato ed in uso regolarmente. Alla comunicazione istituzionale si affiancherà quella porta a porta, con tecnici appositamente formati che spiegheranno i cambiamenti nel sistema di raccolta direttamente a casa degli utenti.

Con lo slogan “Madrid acierta con la orgànica” (Madrid fa centro con la raccolta dell’organico) il Comune distribuirà 105.000 kit contenenti il mastello areato dentro cui posizionare il sacchetto dei rifiuti organici; magazine, brochure e magnete informativi; un sacchetto di semi di piante aromatiche. Inoltre saranno predisposti dei manifesti, si istituiranno 5 punti informativi itineranti, saranno inviate 126.000 lettere informative;  si svolgeranno attività nelle scuole in modo che le persone percepiscano come “necessario” il riciclaggio del materiale organico.

In media, ogni Madrileno genera 1,1 kg di spazzatura al giorno, di cui due terzi vanno nell’indifferenziato. Circa il 47% dell’indifferenziato raccolto a Madrid è rifiuto organico (circa il 30% per le utenze non domestiche).

Con la raccolta della frazione organica Madrid punta a ridurre l’emissione di gas ad effetto serra,  a generare biogas e fertilizzanti e ridurre la quantità di spazzatura che smaltisce in discarica

Sabanés, responsabile dell’Ambiente per l’amministrazione madrilena, ha evidenziato i “vantaggi ambientali chiari” di questo nuovo sistema di raccolta e anche i “requisiti legali chiari” a cui obbedisce.

Unificati i colori dei cassonetti per rifiuti urbani

L’UNI ha pubblicato la nuova norma 11686 per standardizzare in tutta Italia gli elementi visivi identificativi dei contenitori per la raccolta dei rifiuti urbani su cui finora i Comuni si erano autonomamente sbizzarriti nella scelta. La norma migliorerà i servizi di raccolta e la qualità dei materiali conferiti, contribuendo alla circular economy.

L’Ente Italiano di Normazione (UNI), Associazione privata senza scopo di lucro riconosciuta dalla Stato e dall’Unione europea, i cui oltre 4.000 sono imprese, liberi professionisti, associazioni, istituti scientifici e scolastici e realtà della pubblica amministrazione, ha pubblicato il 28 settembre 2017 la nuova norma UNI 11686 sui Waste Visual Elements, vale a dire sugli elementi visivi identificativi dei contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti urbani, che definisce un modo per identificare le varie frazioni mediante colori, simboli e testo. Essa è destinata a creare un modello unico operativo per identificare facilmente i contenitori per i rifiuti nel quale riporre la specifica tipologia, facilitando così i servizi di raccolta e di riciclaggio/recupero sia per i consumatori che per il gestore del servizio.

L’Italia è il primo Stato a livello europeo a dotarsi di questa norma, si legge nel comunicato dell’UNI, che intende, tra l’altro, favorire l’obiettivo UE di raggiungimento del 65% di raccolta differenziata e del 50% di reale avvio a recupero. La raccolta differenziata, infatti, non riguarda solo i cittadini che vivono in una determinata città, ma anche tutte le persone che viaggiano per motivi diversi e che dovrebbero trovare in ogni luogo gli stessi elementi visivi che caratterizzano i contenitori per la raccolta di rifiuti ai quali sono abituati: uno stesso colore e una stessa icona indicheranno con facilità a un turista dove gettare plastica, vetro, oppure l’umido. Attualmente in Italia i Comuni possono decidere autonomamente come “battezzare” i contenitori per la raccolta differenziata: a Milano, a Napoli e a Roma – per esempio – i colori dei cassonetti per raccogliere lo stesso tipo di rifiuto differiscono tra loro creando un caos multi-cromatico che mette in difficoltà le persone e penalizza – al tempo stesso – l’efficacia della raccolta differenziata. A Roma il cassonetto verde è sinonimo di indifferenziato mentre a Milano e Napoli accoglie solo ed esclusivamente il vetro. I romani gettano vetro plastica e metallo nel cassonetto blu che a Milano non esiste mentre a Napoli accoglie l’indifferenziato.

“La Direttiva europea 2008/98/CE e le leggi vigenti – ha osservato Giovanni Bragadina, esperto del gruppo di lavoro UNI “Attrezzature e macchine per la raccolta dei rifiuti” della Commissione Ambiente – impongono di raggiungere il 65% di raccolta differenziata e il 50% di reale avvio a recupero. Tali obiettivi hanno bisogno anche del sostegno di norme tecniche che aiutino a uniformare le attrezzature a favore del corretto utilizzo da parte del cittadino, del turista e degli operatori del settore della raccolta dei rifiuti urbani. Potranno essere riutilizzati con facilità i bidoni e i cassonetti già in uso“.

La norma – ha proseguito Bragadina – prevede infatti l’utilizzo di adesivi e di pannelli con colori e grafiche che caratterizzano ogni tipologia di rifiuto. Una semplice riqualificazione grafica migliora l’estetica e, soprattutto, spinge a migliorare la purezza dei materiali conferiti a tutto vantaggio del reale avvio al recupero di materiaStandardizzare significa anche omogeneizzare e abituare costruttori e utenti a produrre e usare oggetti che divengono consueti; ne derivano quindi le economie di scala di produzione, i minori stock di magazzino di componenti standard, la velocità di reperimento di ricambi“.

Nel corso dell’anno avevano visto la luce 3 parti della norma UNI 11664 dedicata ai servizi di pulizia delle strade e di gestione dei rifiuti urbani. La Parte 1 definisce – tra l’altro – i requisiti generali idonei a definire i livelli di prestazione e le modalità e condizioni di accettazione dei servizi di pulizia delle strade e di gestione dei rifiuti urbani; definisce inoltre i requisiti da prendere in considerazione per la stesura e la gestione dei contratti per lo svolgimento di tali servizi, al fine di ottenere i migliori risultati in termini di definizione e rilevamento delle prestazioni quantitative e qualitative, di formulazione di accordi di compensazione in caso di non conformità contrattuali, di ottimizzazione economica, di sostenibilità ambientale e di prevenzione dell’inquinamento. La Parte 2 definisce i livelli di prestazione, le modalità e le condizioni di accettazione e le esigenze da prendere in considerazione per definire i contenuti e per assicurare l’adempimento dei contratti di servizio per tutte le raccolte di rifiuti, a bassa o elevata intensità, di qualità adeguata o elevata, comprendenti o meno la misura dei livelli di riempimento dei contenitori; la pulizia e la manutenzione dei contenitori; la rimozione dei rifiuti abbandonati. Infine, la Parte 3 della norma definisce i livelli di prestazione, la modalità e le condizioni di accettazione e le esigenze da prendere in considerazione per definire i contenuti e assicurare l’adempimento dei contratti di servizio per:

– i servizi di spazzamento manuale e meccanico delle strade e dei marciapiedi; – i servizi di lavaggio delle strade e dei marciapiedi, nonché la pulizia delle superfici calpestabili di pregio;

– i servizi collaterali e addizionali allo spazzamento quali la messa in opera e la pulizia dei cestini gettarifiuti; il diserbo dei marciapiedi e dei cigli stradali, la rimozione degli escrementi animali, la pulizia dei mercati, la pulizia ordinaria delle fontane storiche o ornamentali, la raccolta di aghi e siringhe usate, la rimozione delle carcasse animali.

La norma definisce i parametri e gli elementi dei servizi considerati, le metodologie per controllarli e misurarli, il catalogo e la descrizione delle principali attività svolte, i sistemi da mettere in atto per controllare le prestazioni rese e la loro qualità, e le modalità per valutare i livelli di prestazione e di qualità offerti.

Quantunque le Norme tecniche non siano obbligatorie, ma “volontarie“per espressa dichiarazione del legislatore, vi sono altresì casi in cui il legislatore le richiama espressamente nei provvedimenti di legge, facendole acquisire un valore cogente.

In particolare, l’obbligo di applicazione delle specifiche tecniche e i criteri ambientali minimi (CAM) per determinate categorie di servizi e forniture per la Pubblica Amministrazione, in base alla Legge 2 febbraio 2016 “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” (il cosiddetto “Collegato Ambientale” alla Legge di Stabilità) e il D.Lgs. 18 aprile 2016 attuativo delle Direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE (il cosiddetto “Codice degli Appalti“), richiamano espressamente alcune norme tecniche per l’aggiudicazione di appalti e servizi o vengono inserite nei punteggi premianti per l’affidamento dei lavori.

Il ruolo delle Norme tecniche per lo sviluppo e il progresso è stato recentemente ribadito nella Dichiarazione finale del G7 Ministeriale su Innovazione e Industria (Torino, 25-26 settembre 2017), dove c’è anche l’invito alle PMI a partecipare attivamente ai lavori di normazione (punti 40-43).

Fonte: Regioni & Ambiente

Rifiuti, torna il vuoto a rendere su cauzione (per birra o acqua minerale)

Al via una fase sperimentale di un anno su base volontaria: ecco come funziona

È stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale di ieri (con un’entrata in vigore del provvedimento a partire dal 10 ottobre) il regolamento del ministero dell’Ambiente sul vuoto a rendere: si tratta di una misura presentata nel “Collegato ambientale” approvato nel dicembre 2015, rivolta «alla prevenzione dei rifiuti di imballaggio monouso attraverso l’introduzione, su base volontaria per un anno, di un sistema di restituzione di bottiglie riutilizzabili» contenenti «birra o acqua minerale».

Ovvero, quei bar, ristorante, alberghi o altri punti di consumo che lo vorranno, potranno riutilizzare gli imballaggi – bottiglie in vetro, plastica o altri materiali – oltre dieci volte prima che questi diventino scarti. Il regolamento pone paletti restrittivi: si parla di contenitori per birre e acqua con un volume compreso tra gli 0,20 e gli 1,5 litri, per un meccanismo che si basa sul sistema del deposito cauzionale (tra gli 0,05 e i 0,3 euro a imballaggio). «Al  momento  dell’acquisto dell’imballaggio pieno – si legge nel testo in Gazzetta – l’utente versa una  cauzione  con  diritto  di ripetizione   della   stessa   al    momento    della    restituzione dell’imballaggio  usato».

Lo scopo? Per il ministro Gian Luca Galletti «un Paese proiettato nell’economia circolare come l’Itali non può che guardare con interesse a una pratica come il vuoto a rendere, già diffusa con successo in altri Paesi. Questo decreto dà una possibilità a consumatori e imprese di scoprire una buona pratica che aiuta l’ambiente, produce meno rifiuti e fa risparmiare soldi».

Una pratica che viene oggi in realtà re-introdotta, essendo il vuoto a rendere ben noto a quegli italiani che ne hanno fatto esperienza nei decenni passati, quando era pratica diffusa anche in Italia. Pratica da tempo abbandonata, e che dovrà confrontarsi con un contesto ben diverso: come andrà ad amalgamarsi il vuoto a rendere con il mutato contesto culturale, con il sistema dei Consorzi Conai per la gestione dei rifiuti da imballaggio, con le filiere del riciclo attive nel Paese?

La risposta non è scontata, ed è per questo che il decreto introduce anche un sistema di monitoraggio per «valutare la fattibilità tecnico-economica e ambientale del sistema del vuoto a rendere, al fine di stabilire se la pratica sia da confermare, ed eventualmente, estendere ad altri tipi di prodotto e ad altre tipologie di consumo al termine del periodo di sperimentazione». Il 10 ottobre 2018, quando sarà scaduto questa prima fase sperimentale di un anno su base volontaria, ne sapremo di più: nel mentre gli esercenti aderenti all’iniziativa potranno esporre un simbolo all’ingresso dei propri locali per avvertire i clienti della novità.

Fonte: GreenReport

#SAVETHEDATE 30/09/2017- Esper al Festival del Paesaggio

Il 30 settembre e il 1 ottobre prossimi,

nella meravigliosa location del Castello dei Monti a Corigliano d’Otranto,

PrendiPosizione organizza la seconda edizione del Festival del Paesaggio,

2 giorni di dibattiti, musica, cibo, spettacoli e laboratori, per porre l’attenzione dell’opinione pubblica  sulla salvaguardia dei Paesaggi del nostro territorio.

Sul palco di PrendiPosizione si alterneranno esperti, politici, cattedratici, amministratori, magistrati, giornalisti al fine di approfondire le varie tematiche che hanno come centro della riflessione il Paesaggio.

A discutere di gestione sostenibile dei rifiuti saranno Rossano Ercolini, Presidente di Zero Waste Europe e Zero Waste Italy, ed Attilio Tornavacca, Direttore generale di ESPER.
L’appuntamento è per sabato 30 settembre alle ore 18.30 presso il Castello de’ Monti, a Corigliano d’Otranto (LE).

Evento Facebook: http://www.facebook.com/events/271373256709293/

Decreto Tariffa Puntuale: le valutazioni di ESPER

A cura di Andrea Cappello (Tecnico ESPER) ed Attilio Tornavacca (Direttore generale ESPER)

Lo scorso 14 marzo 2017 l’Europarlamento ha approvato il pacchetto sull’economia circolare, inserendo importanti novità per il settore dei rifiuti. Tra questi è stata innalzata la quota di riciclaggio per i rifiuti urbani fino al 70% mentre per i rifiuti da imballaggio tale quota è stata aumentata fino all’80%.

Altre interessanti novità riguardano il rafforzamento della responsabilità estesa del produttore (EPR), la previsione di strumenti economici-fiscali nella gestione delle politiche sui rifiuti e le nuove strategie sulla classificazione dei rifiuti e delle sostanze pericolose.

All’allegato IV bis vengono introdotti ed elencati gli strumenti per promuovere il passaggio verso un’economia circolare. Gli strumenti a disposizione dei decisori politici vengono suddivisi in due categorie: strumenti economici-fiscali e strumenti tecnico-amministrativi. Tra quelli economici- fiscali abbiamo importanti misure come tasse sull’incenerimento o tariffe al cancello per i conferimenti in discarica, che in passato hanno notevolmente influenzato le politiche di gestione dei rifiuti negli Stati membri o delle regioni. Oltre alle tariffe sullo smaltimento sono previsti strumenti volti a incentivare le autorità locali per l’attuazione di programmi di riduzione e prevenzione o per il potenziamento dei sistemi di raccolta differenziata.

Tra quelli elencati la tariffazione puntuale viene identificata come uno degli strumenti più importanti. L’efficacia della tariffazione puntuale sta nel disincentivo monetario applicato in maniera diretta alle singole utenze in applicazione del principio comunitario “chi inquina paga” sancito dall’art. 14 della Direttiva 2008/98CE, al fine di stimolare meccanismi virtuosi per la riduzione della produzione di rifiuti e per il loro conferimento in modo differenziato. L’introduzione di sistemi di tariffazione puntuale genera effetti talmente positivi, innescando innescano percorsi virtuosi, innovativi e partecipati per una gestione dei rifiuti più sostenibile, che in campo europeo tutte le best practices sono accomunate dall’implementazione di tali sistemi.

La Comunità Europea però non dà indicazioni né regolamenta lo strumento dal punto di vista delle norme tecniche, lasciando agli Stati membri campo libero sulla legiferazione a proposito. Essi legiferano in materia con atti generici lasciando ampio spazio alle amministrazioni locali per la scelta delle metodologie e dei modelli per implementare questa misurazione puntuale dei rifiuti.

In Italia per lungo tempo al concetto di tariffa puntuale, che in maniera lungimirante era stato già introdotta nel 1997 dall’art. 49 del cosiddetto “Decreto Ronchi”, non era stato normato da una specifica disciplina tecnica di dettaglio. Di fatto tale mancanza ha frenato la diffusione a larga scala dei sistemi a misurazione puntuale in alcune regioni. Le amministrazioni pubbliche che hanno scelto di applicare sistemi di misurazione puntuale hanno spesso guardato infatti ai metodi utilizzati oltreconfine adattandoli alle norme interne. Questo vuoto normativo è stata colmato lo scorso 23 maggio 2017 con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto del Ministero dell’Ambiente recante “Criteri per la realizzazione da parte dei Comuni di sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico o di sistemi di gestione caratterizzati dall’utilizzo di correttivi ai criteri di ripartizione del costo del servizio, finalizzati ad attuare un effettivo modello di tariffa commisurata al servizio reso a copertura integrale dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati”[1].

Il Decreto è stato emanato ai sensi del comma 668 dell’art. 1 della legge 147/2013, la legge di stabilità del 2014, che introduceva per i Comuni che avevano realizzato sistemi di misurazione puntuale delle quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico l’applicazione di una tariffa avente natura corrispettiva in luogo della TA.RI. L’obiettivo del Decreto è quello di uniformare tecniche e modalità per determinare una tariffa commisurata all’effettivo servizio reso. Vengono quindi dettati i criteri per la realizzazione dei sistemi di misurazione puntuale, che devono riguardare perlomeno il volume e/o il peso del “rifiuto urbano residuale” (R.U.R.) della raccolta differenziata. L’art. 4 del Decreto riguarda infatti la previsione di tariffe a corrispettivo non soltanto per il RUR ma anche per le altre frazioni differenziate conferite al circuito di raccolta o presso i centri di riciclaggio. Questa scelta risulta oltremodo opportuna poiché tiene conto degli ultimi sviluppi conseguiti nelle esperienze di tariffazione puntuale più mature sia a livello europeo che nazionale in cui non viene misurato solo il RUR ma anche altre frazioni differenziate.

Il Decreto definisce inoltre i requisiti minimi dei sistemi di identificazione e le diverse modalità attraverso cui è possibile determinare le quantità misurate. Vengono elencati i sistemi a riconoscimento del contenitore, che può essere un contenitore rigido o un sacco (nel testo del Decreto definiti “sistemi in modalità diretta e univoca”) e i sistemi a riconoscimento dell’utenza previsti in punti di conferimento (come ad esempio nei Centri di Raccolta Comunali).

All’art. 6 vengono dettagliate le modalità di misurazione delle quantità di rifiuto che possono essere conteggiate in maniera diretta, attraverso la pesatura dei singoli conferimenti, o in maniera indiretta, attraverso la rilevazione del volume dei rifiuti conferiti da ciascuna utenza. Nella maniera indiretta il peso verrà ricavato dalla volumetria del contenitore utilizzato, e in questo caso si lascia libera scelta tra contenitori rigidi o i sacchi, o dalla volumetria della apertura di conferimento per i casi in cui si conferisce in un contenitore dotato di calotta. Nei casi di misurazione indiretta il peso può essere inoltre stimato moltiplicando il volume della dotazione assegnata alla singola utenza ponderata per i singoli svuotamenti e moltiplicata per il peso specifico (denominato nel Decreto “Kpeso”). Questo viene calcolato dall’ente competente a definire la tariffa in base alla densità media dello specifico flusso di rifiuto che si vuole misurare e sulla base del rapporto tra la quantità totale di rifiuti raccolti e la volumetria totale contabilizzata.

Un’ultima considerazione riguarda gli art. 7 e 8 dove viene affrontato il caso in cui occorre misurare i singoli svuotamenti in utenze domestiche e non domestiche aggregate come ad esempio i condomini nel caso delle utenze domestiche oppure piccoli centri di consumo o di commercio nel caso di utenze non domestiche. Nel primo caso, quando non sia tecnicamente fattibile o conveniente una suddivisione del punto di conferimento tra le diverse utenze, le quantità o i volumi di rifiuto attribuiti ad una utenza aggregata possono essere ripartiti tra le singole utenze in funzione del numero di componenti del nucleo familiare riferito all’utenza. E’ inoltre previsto che il riparto tra le singole utenze possa venire determinato utilizzando i coefficienti indicati nella tabella 2 di cui all’Allegato 1 del Decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1999, n. 158.

Nel caso invece di utenze non domestiche, per determinare la ripartizione dei volumi tra tutte le utenze aggregate possono essere utilizzati i coefficienti di produttività (i cosiddetti kc e kd) per ciascuna tipologia di utenza non domestica indicati nelle tabelle 4a e 4b di cui all’Allegato 1 del citato DPR 158.

In definitiva si può evidenziare che il Decreto colma un vuoto normativo che ha inciso in maniera determinate sulla estensione dei sistemi di tariffazione puntuale nel contesto nazionale ed ora la diffusione di tale sistemi subirà certamente una decisa accelerazione. Con la pubblicazione di tale regolamentazione ministeriale le autorità locali vengono spinte ad implementare sistemi di tariffazione puntuale per raggiungere performance sempre più elevata in termini ambientali ma anche economici e sociali come dimostrato nel recente studio “10 percorsi europei virtuosi verso la tariffazione incentivante” redatto dai tecnici di ESPER e pubblicato per il download gratuito nel sito http://esper.it/10-percorsi-europei-virtuosi-verso-la-tariffazione-incentivante/.

[1] Decreto del 20 aprile 2017

Carta di Bologna: le Città metropolitane per lo sviluppo sostenibile

Le Città metropolitane hanno sottoscritto un Protocollo con cui assumono concreti impegni attorno a 8 macro obiettivi, in linea con l’Agenda al 2030 delle Nazioni Unite.

Nell’ambito dei 70 eventi pubblici del Programma #ALL4THEGREEN , per preparare, introdurre e “sensibilizzare” il G7 Ambiente, la riunione intergovernativa tra i Paesi più industrializzati che tiene a Bologna (11-12 giugno 2017), i Sindaci o loro delegati di 12 Città Metropolitane italiane hanno sottoscritto l’8 giugno 2017 a Rocchetta Mattei (Grizzana Morandi), sull’Appennino bolognese, alla presenza del ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti e dal Presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, la Carta di Bologna per l’Ambiente. Le Città metropolitane per lo sviluppo sostenibile“.

Promossa da Bologna e redatta con il contributo di ANCI, dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) e Urban@it – Centro Nazionale di Studi per le politiche urbane, alla Carta hanno aderito le altre metro-città (Roma Milano, Torino, Firenze, Genova, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Catania e Cagliari).

Noi Sindaci riteniamo che le città e le comunità locali possano davvero essere il motore fondamentale della transizione ecologica che avrà importanti ricadute anche sullo sviluppo economico del Paese – ha dichiarato Virginio Merola, Sindaco della Città metropolitana di Bologna – Per questo intendiamo assumerci tutto l’impegno e la responsabilità che sono necessari e siamo pronti a misurare in modo trasparente, attraverso la definizione di obiettivi quantitativi e temporali, il nostro progresso verso il conseguimento dei traguardi degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile. Ci auguriamo che il Governo elabori un’Agenda urbana nazionale, garantendo alle città le risorse economiche e lo scenario normativo adeguato a tradurre i propositi in azioni concrete“.

Il Protocollo è strutturato attorno ad 8 macro obiettivi da raggiungere nei prossimi anni, in linea con l’Agenda al 2030 delle Nazioni Unite.

1) Riciclo dei rifiuti

L’economia circolare, in particolare, può consentire alle Città metropolitane di slegare lo sviluppo dal consumo delle risorse naturali esauribili ed evitare la distruzione di valore insita nel modello economico attuale, impegnandosi a:
riciclare il 70% dei rifiuti;
conferire in discarica non più del 5% dei rifiuti al 2030;
– ridurre la produzione dei rifiuti al di sotto della media europea;
portare la raccolta differenziata ad almeno il 70% nel 2025 e all’80% nel 2030 (nel 2015 a livello nazionale era del 47,5%).

2) Difesa del suolo

In relazione alla tutela del territorio, le città si impegnano a:
ridurre del 20% il proprio consumo netto di suolo al 2020 (dai 2mq/ab attuali a 1,6 mq/ab l’anno di media nazionale);
centrare le politiche urbanistiche sulla rigenerazione urbana, prevedendo sviluppo urbanistico solo in presenza di trasporto pubblico sostenibile e dei principali servizi al cittadino sia pubblici che privati.
L’obiettivo europeo è l’azzeramento del consumo netto di suolo al 2050 e l’Agenda ONU richiede lo sforzo di anticiparlo al 2030.

3) Prevenzione disastri

I Sindaci si impegnano ad aggiornare il Nuovo Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia (siglato nel 2015) per prevenire il rischio di disastri generati dai cambiamenti climatici.
Obiettivo è la redazione di piani integrati con gli strumenti di pianificazione nazionale per poter essere operativi entro il 2020. In questo ambito il quadro di riferimento nazionale è l’integrazione tra le iniziative Italia Sicura, Casa Italia e la Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici del Ministero dell’Ambiente, superando l’attuale separazione con il Sendai framework for disaster risk reduction 2015-2030 del Dipartimento per la Protezione civile. Le parole chiave sono: rigenerazione urbana, attenzione alle periferie, riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente e sicurezza sismica e idrogeologica.

4) Transizione energetica

Sul fronte della transizione energetica e della qualità dell’aria le città italiane mirano a risultati ancora più ambiziosi rispetto a quanto imposto dalle direttive europee:
– per l’energia raggiungere nel 2025 (e non nel 2030) la riduzione delle emissioni di gas serra del 40% rispetto ai livelli del 1990, migliorando l’efficienza energetica del 30% e producendo il 27% dell’energia da fonti rinnovabili.
In tema di qualità dell’aria è guerra dichiarata alle polveri sottili: si punta entro il 2025 al rispetto del limite massimo stabilito dall’OMS per il particolato sottile (10 μ/mc, più restrittivo di quello europeo: 25 μ/mc al 2015; 20 μ/mc al 2020). Per farlo servirà mettere a sistema i Piani regionali e il Piano congiunto Governo – Regioni della Pianura Padana del 2013, per valutare l’efficacia delle azioni adottate nei diversi ambiti (trasporti, industria, agricoltura, energia).

5) Qualità dell’aria

Serviranno Accordi di programma fra i diversi enti territoriali per coordinare le politiche necessarie al contrasto delle emissioni in atmosfera, con misure di livello locale (quali blocchi del traffico, ZTL, congestion charges), ma anche strutturali (es. incentivi rinnovo impianti riscaldamento, per la mobilità sostenibile). Necessario è anche il rafforzamento dei sistemi di monitoraggio locale con strumenti di analisi dei dati per la previsione di picchi di inquinamento e la programmazione anticipata degli interventi di contrasto (blocchi del traffico).

6) Risparmio dell’acqua

L’obiettivo per le Città metropolitane in questo ambito è di ridurre entro la soglia fisiologica del 10 – 20% le perdite delle reti di distribuzione idrica entro il 2030 (2/3 in meno rispetto ad oggi) e migliorare lo stato degli ecosistemi acquatici, portandoli allo stato di “buono” per tutte le acque entro il 2025.

7) Più verde urbano

Città più sostenibili significa anche città più verdi. L’obiettivo in questo senso è raddoppiare entro il 2030 la superficie media di verde urbano per abitante, arrivando a 30 mq per abitante (2/3 in più rispetto al 2014). Per farlo bisogna riconoscere il verde urbano nella sua totalità (pubblico, privato, urbano, periurbano), pianificare nuove categorie di aree e infrastrutture verdi adatte a fronteggiare il riscaldamento climatico, incentivare l’inserimento della componente vegetale nelle ristrutturazioni edilizie e nelle nuove edificazioni.

8) Mobilità sostenibile

Le città si impegnano a raggiungere almeno il 50% del riparto modale tra auto e moto e le altre forme di mobilità entro il 2020. Anche su questo tema imprescindibile è il lavoro di squadra con il Governo nazionale che punti ad incentivare i sistemi di trasporto intelligente, la mobilità elettrica, la mobilità ciclabile e pedonale, e lavori a misure infrastrutturali per la diffusione delle ricariche per le auto elettriche e a idrogeno.

Fonte: Regioni & Ambiente

Economia circolare: Minambiente lancia due bandi per un totale di 2,1 milioni di euro

Novecento mila su tecnologie rifiuti elettrici-elettronici, 1,2 milioni su ecodesign e categorie non servite da consorzi. Il ministro: “Accettata sfida nel contesto europeo, puntare su innovazione”

Due bandi per un totale di 2,1 milioni destinati a finanziare le nuove tecnologie al servizio dell’economia circolare. Con la firma del ministro Gian Luca Galletti e la pubblicazione sul sito del ministero dell’Ambiente partono due iniziative di prevenzione e riduzione degli impatti negativi derivanti dalla gestione di alcuni particolari categorie dei rifiuti: il primo bando, da 900 mila euro, è destinato al cofinanziamento di progetti di ricerca per lo sviluppo di nuove tecnologie di recupero, riciclaggio e trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici (i RAEE), mentre il secondo da 1,2 milioni si rivolge a quelle categorie di rifiuti non rientranti tra quelle già servite dai consorzi di filiera, all’ecodesign dei prodotti e alla corretta gestione dei relativi rifiuti.

“L’Italia – afferma il ministro Gian Luca Galletti – ha già accettato la sfida dell’economia circolare, nel contesto del forte impegno continentale che si sta concretizzando nel Pacchetto europeo sulla ‘Circular Economy’: proprio per questo abbiamo bisogno di lavorare sull’innovazione e soprattutto in quei terreni nei quali c’è più bisogno di elevare le performance ambientali: apriamo dunque questa opportunità al settore pubblico e ai privati, contando di ricevere un grande riscontro e ottime idee per il nostro Paese”.

I bandi puntano all’uso efficiente delle materie prime, allo sviluppo e al potenziamento della circolarità tra la gestione dei rifiuti e il mercato di prodotti e materiali, favorendo il reimpiego in nuovi cicli produttivi. L’obiettivo è l’incentivazione su scala industriale di tecnologie innovative e sostenibili per il trattamento di materiali provenienti da prodotti complessi a fine vita, come anche lo sviluppo dell’ecodesign dei prodotti per facilitare l’industria dello smontaggio, la separazione delle singole componenti e l’avvio al riciclo delle matrici ambientali. I progetti finanziati dovranno essere caratterizzati da elevata replicabilità e dalla possibilità di un rapido trasferimento dei risultati all’industria per l’attuazione degli interventi.

Il contributo assegnato per ciascuna delle iniziative progettuali ammesse a finanziamento non può essere inferiore a centomila euro e superiore trecentomila, comprensivo di ogni onere. Le istanze di ammissione dovranno essere redatte utilizzando il Modulo scaricabile dal sito www.minambiente.it, alla sezione “Bandi e avvisi”.

Regione Puglia, approvata legge contro gli sprechi alimentari. Mennea: ‘Un aiuto ai nuovi poveri’

“Finalmente diamo regole certe per la raccolta dei generi alimentari non più idonei alla commercializzazione o alla ristorazione e anche dei farmaci, ma ugualmente buoni e utili per una distribuzione alle famiglie o ai singoli. Creiamo una rete virtuosa che potrà dare un aiuto ai nuovi poveri, persone che a causa della disoccupazione o anche di una separazione familiare hanno difficoltà ad avere il necessario per vivere. In questo senso le politiche sociali del nostro Governo regionale trovano la loro più piena attuazione”.

Lo ha detto Ruggiero Mennea, consigliere regionale Pd e componente della quarta commissione, venerdì 5 maggio dopo l’approvazione all’unanimità in aula della legge su “Recupero e riutilizzo di eccedenze alimentari” della quale è primo firmatario (a sottoscriverla anche i colleghi Mazzarano, Blasi, Caracciolo. Lacarra, Pentassuglia, Campo, Abaterusso, Romano, Colonna, Pellegrino). La norma è in linea con quella nazionale, nota come ‘legge Gadda’, entrata in vigore lo scorso settembre.

La ‘legge Mennea’ propone, in sette articoli, forme di intervento per valorizzare l’attività di solidarietà e beneficenza svolta dai soggetti coinvolti, attraverso la raccolta e la redistribuzione dei generi alimentari non idonei alla commercializzazione ma commestibili per l’uomo o adatti all’alimentazione animale; dei pasti non serviti dagli esercizi di ristorazione autorizzati; delle eccedenze della giornata e anche dei prodotti agricoli non raccolti, che altrimenti verrebbero destinati alla distruzione; dei prodotti farmaceutici. Le eccedenze alimentari o agroalimentari e quelle di farmaci possono, così, essere destinate gratuitamente alle fasce fragili della società, ormai sempre più ampie, attraverso l’attività di raccolta di onlus, cooperative, organizzazioni ed associazioni caritative e di beneficienza. Non secondario sarà il ruolo del mondo agricolo accanto a quello della grande distribuzione.

Numerosi i soggetti attuatori (comuni, enti privati e pubblici, imprese produttrici, imprese di distribuzione, imprenditori agricoli e farmacie) impegnati tutti in una grande impresa di solidarietà coordinata da un tavolo regionale. L’attivazione degli interventi è sostenuta da una dotazione finanziaria di 600.000 euro. L’obiettivo è di recuperare la quota regionale dei circa 5,6 milioni di tonnellate su base nazionale di eccedenze alimentari tra settore primario, trasformazione, distribuzione, ristorazione e consumo che altrimenti verrebbero smaltite come rifiuti. Infatti un articolo aggiuntivo, su proposta del M5S, introduce la previsione per i Comuni di riduzioni tariffarie della tassa sui rifiuti per le attività di produzione e distribuzione di beni alimentari che compendino interventi per la riduzione degli sprechi alimentari.

Inoltre rientrano tra le risorse la distribuzione sul territorio, anche gli alimentari confiscati idonei al consumo umano o alimentare, come da emendamento proposto dal consigliere Cosimo Borraccino (Si). Prevista la promozione di iniziative di sensibilizzazione della popolazione e anche di un tavolo regionale (composto da Anci, associazioni del terzo settore, Città metropolitana e Province) per coordinare le iniziative previste dalla legge e quelli del pronto intervento sociale. Negli appalti per la ristorazione collettiva gestiti dalla Regione o da enti controllati verranno, inoltre, previsti criteri preferenziali in favore delle imprese che garantiscono il minor volume di sprechi alimentari e il loro recupero per l’alimentazione umana o animale.  “Questa legge – ha concluso – vuole rappresentare un gesto semplice che ha una forte valenza sociale, culturale, ambientale e umana. Ci auguriamo di trovare, per questo, la collaborazione di tutti”.

Fonte: Eco dalle Città

La corrente marina trasporta la plastica fino all’Artico. Focus del G7

Il ministro Galletti: l’Italia aderisce alla coalizione anti-inquinamento di 11 paesi. Un studio documenta la presenza di plastica nelle acque a est della Groenlandia e a nord della Scandinavia

Le acque del Mar Glaciale Artico sono l’ultima destinazione dei rifiuti di plastica che galleggiano nell’Atlantico settentrionale. Lo si legge in un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Science Advances, che documenta la presenza abbondante di plastica nelle acque a est della Groenlandia e a nord della Scandinavia, nonostante la bassa densità demografica di queste aree.
I ricercatori hanno battuto le acque artiche in cerca di rifiuti di plastica, rinvenendone quantitativi modesti nei mari del Circolo polare artico. I detriti di plastica sono risultati invece abbondanti nel mare di Groenlandia e nel mare di Barents.
Qui gli esperti hanno stimato la presenza di centinaia di tonnellate di detriti plastici nelle acque superficiali, a cui va aggiunto un quantitativo superiore di rifiuti finiti sui fondali marini. Analizzando le tipologie di detriti, gli scienziati hanno trovato conferma del fatto che la plastica per la maggior parte ha viaggiato a lungo, provenendo dalle coste dell’Europa nordoccidentale, dal Regno Unito e dalla costa orientale degli Usa. Grazie all’uso di 17mila boe satellitari, i ricercatori hanno in seguito confermato che i rifiuti si muovono verso il Polo a causa della circolazione termoalina, cioè del movimento globale delle masse d’acqua negli oceani, detto anche Grande nastro trasportatore. Sebbene la plastica a galla nell’Artico sia solo il 3% del totale, concludono gli studiosi, la corrente termoalina causerà un progressivo accumularsi di rifiuti in queste acque, con “effetti preoccupanti sull’ecosistema unico dell’Artico“.
Al G7 dell’Ambiente di Bologna, il 10 giugno prossimo, si farà il punto sulla lotta all’inquinamento prodotto dalla plastica. Lo ha annunciato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. “La mattina di sabato 10 giugno, in collaborazione con la Francia, vogliamo fare il punto sulla Coalizione per ridurre l’inquinamento da buste di plastica, con evento a latere del G7 – ha detto il ministro. – Per ora hanno aderito 11 Paesi e speriamo che il numero cresca”.
L’Italia è da sempre fortemente impegnata su questo tema: fin dal 2006 sono state adottate misure a livello legislativo volte a ridurre la produzione ed il consumo di buste di plastica e dal 2012 le buste di plastica monouso sono state messe al bando, facendo registrare una drastica riduzione del loro consumo.

Fonte: E-Gazette

Olanda, a un anno dalla nuova legge l’uso dei sacchetti in plastica è sceso del 71%

Secondo un sondaggio commissionato dal Ministero delle Infrastrutture e Ambiente olandese, l‘uso dei sacchetti monouso in plastica è sceso del 71% dal gennaio 2016, da quando in pratica il governo ha deciso di istituire il divieto di cessione gratuita dei sacchetti in plastica monouso.

I dati sono stati diffusi direttamente dalla ministra dell’ambiente Sharon Dijksma, e raccontano di come grazie all’introduzione del divieto i comportamenti degli olandesi in un anno siano cambiatidrasticamente. Infatti circa il 60% dei clienti di panettieri e macellai porta con se una borsa riutilizzabile quando va a fare acquisti, mentre la percentuale scende al 40% peri clienti della grande distribuzione.

Come già accaduto in Irlanda e Gran Bretagna, anche in Olanda la maggior parte dei commercianti e rivenditori ha sposato lo spirito della legge contro i sacchetti monouso e, nel giro di dodici mesi, ha sostituito i comuni sacchetti in plastica con sacchetti riutilizzabili in carta o in tela. Mentre solo il 3 per cento dei venditori ambulanti e il 5 per cento dei grandi magazzini continuano a offrire ai propri clienti sacchetti in plastica monouso. Sempre secondo i dati diffusi dalla ministra Dijksma, gli ambulanti fanno pagare ai propri clienti una media di 6,9 centesimi a sacchetto di plastica, mentre la cifra sale nella grande distribuzione fino a 10 centesimi per sacchetto. In casi eccezionali, come verificato dal ministero, un sacchetto di plastica può costare fino a 29 centesimi.

Un altro dato che giustifica l’entusiasmo della ministra è relativo alla composizione dei rifiuti prodotti e abbandonati dagli olandesi, Infatti dalle analisi e dai controlli condotti dal ministero risulta un calo del 40% del numero di sacchetti di plastica abbandonati: “Non solo sono meno sacchetti in commercio – ha commentato la ministra Sharon Dijksma – ma il divieto ha portato ad una riduzione tangibile della quantità di rifiuti di plastica sulle strada e in acqua”.

La legge olandese contro i sacchetti in plastica

Dal 1 ° gennaio 2016 i commercianti olandesi non possono più cedere gratuitamente al cliente sacchetti in plastica ma possono solamente venderlo. Il divieto di cessione gratuita è esteso a tutti i tipi di sacchetti in plastica, di plastica riciclata, biodegradabili e compostabili. Il divieto non si applica ai soli sacchetti in plastica per la protezione dei prodotti alimentari.

Inoltre il governo olandese non ha fissato un prezzo, o una tassa come è accaduto per esempio in Gran Bretagna o Irlanda, ma se da un lato ha lasciato i commercianti liberi di fissare il prezzo di ricarica per ogni singolo sacchetto, dall’altro ha consigliato ai negozianti “un prezzo raccomandato” di 0,25 centesimi di euro per sacchetto. Inoltre il sacchetto è assoggettato a suo volta ad una imposta sul valore aggiunto (Iva) del 21% di IVA così da obbligare il commerciante a dover indicare il prezzo (e quindi la cessione non gratuita) all’interno dello scontrino.

Fonte: Eco dalle Città