Carta di Bologna: le Città metropolitane per lo sviluppo sostenibile

Le Città metropolitane hanno sottoscritto un Protocollo con cui assumono concreti impegni attorno a 8 macro obiettivi, in linea con l’Agenda al 2030 delle Nazioni Unite.

Nell’ambito dei 70 eventi pubblici del Programma #ALL4THEGREEN , per preparare, introdurre e “sensibilizzare” il G7 Ambiente, la riunione intergovernativa tra i Paesi più industrializzati che tiene a Bologna (11-12 giugno 2017), i Sindaci o loro delegati di 12 Città Metropolitane italiane hanno sottoscritto l’8 giugno 2017 a Rocchetta Mattei (Grizzana Morandi), sull’Appennino bolognese, alla presenza del ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti e dal Presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, la Carta di Bologna per l’Ambiente. Le Città metropolitane per lo sviluppo sostenibile“.

Promossa da Bologna e redatta con il contributo di ANCI, dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) e Urban@it – Centro Nazionale di Studi per le politiche urbane, alla Carta hanno aderito le altre metro-città (Roma Milano, Torino, Firenze, Genova, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Catania e Cagliari).

Noi Sindaci riteniamo che le città e le comunità locali possano davvero essere il motore fondamentale della transizione ecologica che avrà importanti ricadute anche sullo sviluppo economico del Paese – ha dichiarato Virginio Merola, Sindaco della Città metropolitana di Bologna – Per questo intendiamo assumerci tutto l’impegno e la responsabilità che sono necessari e siamo pronti a misurare in modo trasparente, attraverso la definizione di obiettivi quantitativi e temporali, il nostro progresso verso il conseguimento dei traguardi degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile. Ci auguriamo che il Governo elabori un’Agenda urbana nazionale, garantendo alle città le risorse economiche e lo scenario normativo adeguato a tradurre i propositi in azioni concrete“.

Il Protocollo è strutturato attorno ad 8 macro obiettivi da raggiungere nei prossimi anni, in linea con l’Agenda al 2030 delle Nazioni Unite.

1) Riciclo dei rifiuti

L’economia circolare, in particolare, può consentire alle Città metropolitane di slegare lo sviluppo dal consumo delle risorse naturali esauribili ed evitare la distruzione di valore insita nel modello economico attuale, impegnandosi a:
riciclare il 70% dei rifiuti;
conferire in discarica non più del 5% dei rifiuti al 2030;
– ridurre la produzione dei rifiuti al di sotto della media europea;
portare la raccolta differenziata ad almeno il 70% nel 2025 e all’80% nel 2030 (nel 2015 a livello nazionale era del 47,5%).

2) Difesa del suolo

In relazione alla tutela del territorio, le città si impegnano a:
ridurre del 20% il proprio consumo netto di suolo al 2020 (dai 2mq/ab attuali a 1,6 mq/ab l’anno di media nazionale);
centrare le politiche urbanistiche sulla rigenerazione urbana, prevedendo sviluppo urbanistico solo in presenza di trasporto pubblico sostenibile e dei principali servizi al cittadino sia pubblici che privati.
L’obiettivo europeo è l’azzeramento del consumo netto di suolo al 2050 e l’Agenda ONU richiede lo sforzo di anticiparlo al 2030.

3) Prevenzione disastri

I Sindaci si impegnano ad aggiornare il Nuovo Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia (siglato nel 2015) per prevenire il rischio di disastri generati dai cambiamenti climatici.
Obiettivo è la redazione di piani integrati con gli strumenti di pianificazione nazionale per poter essere operativi entro il 2020. In questo ambito il quadro di riferimento nazionale è l’integrazione tra le iniziative Italia Sicura, Casa Italia e la Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici del Ministero dell’Ambiente, superando l’attuale separazione con il Sendai framework for disaster risk reduction 2015-2030 del Dipartimento per la Protezione civile. Le parole chiave sono: rigenerazione urbana, attenzione alle periferie, riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente e sicurezza sismica e idrogeologica.

4) Transizione energetica

Sul fronte della transizione energetica e della qualità dell’aria le città italiane mirano a risultati ancora più ambiziosi rispetto a quanto imposto dalle direttive europee:
– per l’energia raggiungere nel 2025 (e non nel 2030) la riduzione delle emissioni di gas serra del 40% rispetto ai livelli del 1990, migliorando l’efficienza energetica del 30% e producendo il 27% dell’energia da fonti rinnovabili.
In tema di qualità dell’aria è guerra dichiarata alle polveri sottili: si punta entro il 2025 al rispetto del limite massimo stabilito dall’OMS per il particolato sottile (10 μ/mc, più restrittivo di quello europeo: 25 μ/mc al 2015; 20 μ/mc al 2020). Per farlo servirà mettere a sistema i Piani regionali e il Piano congiunto Governo – Regioni della Pianura Padana del 2013, per valutare l’efficacia delle azioni adottate nei diversi ambiti (trasporti, industria, agricoltura, energia).

5) Qualità dell’aria

Serviranno Accordi di programma fra i diversi enti territoriali per coordinare le politiche necessarie al contrasto delle emissioni in atmosfera, con misure di livello locale (quali blocchi del traffico, ZTL, congestion charges), ma anche strutturali (es. incentivi rinnovo impianti riscaldamento, per la mobilità sostenibile). Necessario è anche il rafforzamento dei sistemi di monitoraggio locale con strumenti di analisi dei dati per la previsione di picchi di inquinamento e la programmazione anticipata degli interventi di contrasto (blocchi del traffico).

6) Risparmio dell’acqua

L’obiettivo per le Città metropolitane in questo ambito è di ridurre entro la soglia fisiologica del 10 – 20% le perdite delle reti di distribuzione idrica entro il 2030 (2/3 in meno rispetto ad oggi) e migliorare lo stato degli ecosistemi acquatici, portandoli allo stato di “buono” per tutte le acque entro il 2025.

7) Più verde urbano

Città più sostenibili significa anche città più verdi. L’obiettivo in questo senso è raddoppiare entro il 2030 la superficie media di verde urbano per abitante, arrivando a 30 mq per abitante (2/3 in più rispetto al 2014). Per farlo bisogna riconoscere il verde urbano nella sua totalità (pubblico, privato, urbano, periurbano), pianificare nuove categorie di aree e infrastrutture verdi adatte a fronteggiare il riscaldamento climatico, incentivare l’inserimento della componente vegetale nelle ristrutturazioni edilizie e nelle nuove edificazioni.

8) Mobilità sostenibile

Le città si impegnano a raggiungere almeno il 50% del riparto modale tra auto e moto e le altre forme di mobilità entro il 2020. Anche su questo tema imprescindibile è il lavoro di squadra con il Governo nazionale che punti ad incentivare i sistemi di trasporto intelligente, la mobilità elettrica, la mobilità ciclabile e pedonale, e lavori a misure infrastrutturali per la diffusione delle ricariche per le auto elettriche e a idrogeno.

Fonte: Regioni & Ambiente

Economia circolare: Minambiente lancia due bandi per un totale di 2,1 milioni di euro

Novecento mila su tecnologie rifiuti elettrici-elettronici, 1,2 milioni su ecodesign e categorie non servite da consorzi. Il ministro: “Accettata sfida nel contesto europeo, puntare su innovazione”

Due bandi per un totale di 2,1 milioni destinati a finanziare le nuove tecnologie al servizio dell’economia circolare. Con la firma del ministro Gian Luca Galletti e la pubblicazione sul sito del ministero dell’Ambiente partono due iniziative di prevenzione e riduzione degli impatti negativi derivanti dalla gestione di alcuni particolari categorie dei rifiuti: il primo bando, da 900 mila euro, è destinato al cofinanziamento di progetti di ricerca per lo sviluppo di nuove tecnologie di recupero, riciclaggio e trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici (i RAEE), mentre il secondo da 1,2 milioni si rivolge a quelle categorie di rifiuti non rientranti tra quelle già servite dai consorzi di filiera, all’ecodesign dei prodotti e alla corretta gestione dei relativi rifiuti.

“L’Italia – afferma il ministro Gian Luca Galletti – ha già accettato la sfida dell’economia circolare, nel contesto del forte impegno continentale che si sta concretizzando nel Pacchetto europeo sulla ‘Circular Economy’: proprio per questo abbiamo bisogno di lavorare sull’innovazione e soprattutto in quei terreni nei quali c’è più bisogno di elevare le performance ambientali: apriamo dunque questa opportunità al settore pubblico e ai privati, contando di ricevere un grande riscontro e ottime idee per il nostro Paese”.

I bandi puntano all’uso efficiente delle materie prime, allo sviluppo e al potenziamento della circolarità tra la gestione dei rifiuti e il mercato di prodotti e materiali, favorendo il reimpiego in nuovi cicli produttivi. L’obiettivo è l’incentivazione su scala industriale di tecnologie innovative e sostenibili per il trattamento di materiali provenienti da prodotti complessi a fine vita, come anche lo sviluppo dell’ecodesign dei prodotti per facilitare l’industria dello smontaggio, la separazione delle singole componenti e l’avvio al riciclo delle matrici ambientali. I progetti finanziati dovranno essere caratterizzati da elevata replicabilità e dalla possibilità di un rapido trasferimento dei risultati all’industria per l’attuazione degli interventi.

Il contributo assegnato per ciascuna delle iniziative progettuali ammesse a finanziamento non può essere inferiore a centomila euro e superiore trecentomila, comprensivo di ogni onere. Le istanze di ammissione dovranno essere redatte utilizzando il Modulo scaricabile dal sito www.minambiente.it, alla sezione “Bandi e avvisi”.

Regione Puglia, approvata legge contro gli sprechi alimentari. Mennea: ‘Un aiuto ai nuovi poveri’

“Finalmente diamo regole certe per la raccolta dei generi alimentari non più idonei alla commercializzazione o alla ristorazione e anche dei farmaci, ma ugualmente buoni e utili per una distribuzione alle famiglie o ai singoli. Creiamo una rete virtuosa che potrà dare un aiuto ai nuovi poveri, persone che a causa della disoccupazione o anche di una separazione familiare hanno difficoltà ad avere il necessario per vivere. In questo senso le politiche sociali del nostro Governo regionale trovano la loro più piena attuazione”.

Lo ha detto Ruggiero Mennea, consigliere regionale Pd e componente della quarta commissione, venerdì 5 maggio dopo l’approvazione all’unanimità in aula della legge su “Recupero e riutilizzo di eccedenze alimentari” della quale è primo firmatario (a sottoscriverla anche i colleghi Mazzarano, Blasi, Caracciolo. Lacarra, Pentassuglia, Campo, Abaterusso, Romano, Colonna, Pellegrino). La norma è in linea con quella nazionale, nota come ‘legge Gadda’, entrata in vigore lo scorso settembre.

La ‘legge Mennea’ propone, in sette articoli, forme di intervento per valorizzare l’attività di solidarietà e beneficenza svolta dai soggetti coinvolti, attraverso la raccolta e la redistribuzione dei generi alimentari non idonei alla commercializzazione ma commestibili per l’uomo o adatti all’alimentazione animale; dei pasti non serviti dagli esercizi di ristorazione autorizzati; delle eccedenze della giornata e anche dei prodotti agricoli non raccolti, che altrimenti verrebbero destinati alla distruzione; dei prodotti farmaceutici. Le eccedenze alimentari o agroalimentari e quelle di farmaci possono, così, essere destinate gratuitamente alle fasce fragili della società, ormai sempre più ampie, attraverso l’attività di raccolta di onlus, cooperative, organizzazioni ed associazioni caritative e di beneficienza. Non secondario sarà il ruolo del mondo agricolo accanto a quello della grande distribuzione.

Numerosi i soggetti attuatori (comuni, enti privati e pubblici, imprese produttrici, imprese di distribuzione, imprenditori agricoli e farmacie) impegnati tutti in una grande impresa di solidarietà coordinata da un tavolo regionale. L’attivazione degli interventi è sostenuta da una dotazione finanziaria di 600.000 euro. L’obiettivo è di recuperare la quota regionale dei circa 5,6 milioni di tonnellate su base nazionale di eccedenze alimentari tra settore primario, trasformazione, distribuzione, ristorazione e consumo che altrimenti verrebbero smaltite come rifiuti. Infatti un articolo aggiuntivo, su proposta del M5S, introduce la previsione per i Comuni di riduzioni tariffarie della tassa sui rifiuti per le attività di produzione e distribuzione di beni alimentari che compendino interventi per la riduzione degli sprechi alimentari.

Inoltre rientrano tra le risorse la distribuzione sul territorio, anche gli alimentari confiscati idonei al consumo umano o alimentare, come da emendamento proposto dal consigliere Cosimo Borraccino (Si). Prevista la promozione di iniziative di sensibilizzazione della popolazione e anche di un tavolo regionale (composto da Anci, associazioni del terzo settore, Città metropolitana e Province) per coordinare le iniziative previste dalla legge e quelli del pronto intervento sociale. Negli appalti per la ristorazione collettiva gestiti dalla Regione o da enti controllati verranno, inoltre, previsti criteri preferenziali in favore delle imprese che garantiscono il minor volume di sprechi alimentari e il loro recupero per l’alimentazione umana o animale.  “Questa legge – ha concluso – vuole rappresentare un gesto semplice che ha una forte valenza sociale, culturale, ambientale e umana. Ci auguriamo di trovare, per questo, la collaborazione di tutti”.

Fonte: Eco dalle Città

La corrente marina trasporta la plastica fino all’Artico. Focus del G7

Il ministro Galletti: l’Italia aderisce alla coalizione anti-inquinamento di 11 paesi. Un studio documenta la presenza di plastica nelle acque a est della Groenlandia e a nord della Scandinavia

Le acque del Mar Glaciale Artico sono l’ultima destinazione dei rifiuti di plastica che galleggiano nell’Atlantico settentrionale. Lo si legge in un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Science Advances, che documenta la presenza abbondante di plastica nelle acque a est della Groenlandia e a nord della Scandinavia, nonostante la bassa densità demografica di queste aree.
I ricercatori hanno battuto le acque artiche in cerca di rifiuti di plastica, rinvenendone quantitativi modesti nei mari del Circolo polare artico. I detriti di plastica sono risultati invece abbondanti nel mare di Groenlandia e nel mare di Barents.
Qui gli esperti hanno stimato la presenza di centinaia di tonnellate di detriti plastici nelle acque superficiali, a cui va aggiunto un quantitativo superiore di rifiuti finiti sui fondali marini. Analizzando le tipologie di detriti, gli scienziati hanno trovato conferma del fatto che la plastica per la maggior parte ha viaggiato a lungo, provenendo dalle coste dell’Europa nordoccidentale, dal Regno Unito e dalla costa orientale degli Usa. Grazie all’uso di 17mila boe satellitari, i ricercatori hanno in seguito confermato che i rifiuti si muovono verso il Polo a causa della circolazione termoalina, cioè del movimento globale delle masse d’acqua negli oceani, detto anche Grande nastro trasportatore. Sebbene la plastica a galla nell’Artico sia solo il 3% del totale, concludono gli studiosi, la corrente termoalina causerà un progressivo accumularsi di rifiuti in queste acque, con “effetti preoccupanti sull’ecosistema unico dell’Artico“.
Al G7 dell’Ambiente di Bologna, il 10 giugno prossimo, si farà il punto sulla lotta all’inquinamento prodotto dalla plastica. Lo ha annunciato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. “La mattina di sabato 10 giugno, in collaborazione con la Francia, vogliamo fare il punto sulla Coalizione per ridurre l’inquinamento da buste di plastica, con evento a latere del G7 – ha detto il ministro. – Per ora hanno aderito 11 Paesi e speriamo che il numero cresca”.
L’Italia è da sempre fortemente impegnata su questo tema: fin dal 2006 sono state adottate misure a livello legislativo volte a ridurre la produzione ed il consumo di buste di plastica e dal 2012 le buste di plastica monouso sono state messe al bando, facendo registrare una drastica riduzione del loro consumo.

Fonte: E-Gazette

Olanda, a un anno dalla nuova legge l’uso dei sacchetti in plastica è sceso del 71%

Secondo un sondaggio commissionato dal Ministero delle Infrastrutture e Ambiente olandese, l‘uso dei sacchetti monouso in plastica è sceso del 71% dal gennaio 2016, da quando in pratica il governo ha deciso di istituire il divieto di cessione gratuita dei sacchetti in plastica monouso.

I dati sono stati diffusi direttamente dalla ministra dell’ambiente Sharon Dijksma, e raccontano di come grazie all’introduzione del divieto i comportamenti degli olandesi in un anno siano cambiatidrasticamente. Infatti circa il 60% dei clienti di panettieri e macellai porta con se una borsa riutilizzabile quando va a fare acquisti, mentre la percentuale scende al 40% peri clienti della grande distribuzione.

Come già accaduto in Irlanda e Gran Bretagna, anche in Olanda la maggior parte dei commercianti e rivenditori ha sposato lo spirito della legge contro i sacchetti monouso e, nel giro di dodici mesi, ha sostituito i comuni sacchetti in plastica con sacchetti riutilizzabili in carta o in tela. Mentre solo il 3 per cento dei venditori ambulanti e il 5 per cento dei grandi magazzini continuano a offrire ai propri clienti sacchetti in plastica monouso. Sempre secondo i dati diffusi dalla ministra Dijksma, gli ambulanti fanno pagare ai propri clienti una media di 6,9 centesimi a sacchetto di plastica, mentre la cifra sale nella grande distribuzione fino a 10 centesimi per sacchetto. In casi eccezionali, come verificato dal ministero, un sacchetto di plastica può costare fino a 29 centesimi.

Un altro dato che giustifica l’entusiasmo della ministra è relativo alla composizione dei rifiuti prodotti e abbandonati dagli olandesi, Infatti dalle analisi e dai controlli condotti dal ministero risulta un calo del 40% del numero di sacchetti di plastica abbandonati: “Non solo sono meno sacchetti in commercio – ha commentato la ministra Sharon Dijksma – ma il divieto ha portato ad una riduzione tangibile della quantità di rifiuti di plastica sulle strada e in acqua”.

La legge olandese contro i sacchetti in plastica

Dal 1 ° gennaio 2016 i commercianti olandesi non possono più cedere gratuitamente al cliente sacchetti in plastica ma possono solamente venderlo. Il divieto di cessione gratuita è esteso a tutti i tipi di sacchetti in plastica, di plastica riciclata, biodegradabili e compostabili. Il divieto non si applica ai soli sacchetti in plastica per la protezione dei prodotti alimentari.

Inoltre il governo olandese non ha fissato un prezzo, o una tassa come è accaduto per esempio in Gran Bretagna o Irlanda, ma se da un lato ha lasciato i commercianti liberi di fissare il prezzo di ricarica per ogni singolo sacchetto, dall’altro ha consigliato ai negozianti “un prezzo raccomandato” di 0,25 centesimi di euro per sacchetto. Inoltre il sacchetto è assoggettato a suo volta ad una imposta sul valore aggiunto (Iva) del 21% di IVA così da obbligare il commerciante a dover indicare il prezzo (e quindi la cessione non gratuita) all’interno dello scontrino.

Fonte: Eco dalle Città

Coldiretti: ‘In Puglia sprecate 310mila tonnellate di cibo l’anno’

E’ lo yogurt scaduto l’alimento in cima alla top ten del cibo più buttato dalle famiglie pugliesi. E’ quanto emerge dalla studio elaborato da Coldiretti Puglia, in collaborazione con Campagna Amica e Istituto Pugliese per il Consumo, presentato in Consiglio regionale con il consigliere regionale Ruggiero Mennea, proponente del disegno di legge regionale contro gli sprechi alimentari. “Per 3 settimane, dal 13 al 31 marzo, un campione di 150 famiglie selezionate in tutta la regione dalle Associazioni dei consumatori dell’IPC – spiega il Direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – ha segnato sul ‘taccuino anti spreco’ quanto, quando e quale cibo finisce nella spazzatura. E’ risultato che i giorni in cui le famiglie buttano più cibo sono il lunedì ed il giovedì. Oltre al cibo cotto e buttato perché non consumato e ai prodotti scaduti, è emerso che gli alimenti più sprecati sono pasta, pane, salumi, verdure, frutta, pesce. In sintesi in 21 giorni sono stati buttati oltre 25 chili di cibo. I risultati dello studio serviranno ad orientare meglio i consumi e gli acquisti delle famiglie pugliesi e a sostenere i contenuti della proposta di legge regionale contro gli sprechi alimentari, presentata dal consigliere Mennea”.
Lo studio è stato effettuato nell’ambito delle attività “Usi e Consumi di Puglia” del programma PugliaInFormAlimentazione, promosso dal  Servizio Consumatori della Regione Puglia, dall’Istituto Pugliese per il Consumo e dal MISE.
In Puglia il cibo buttato sfiora – sottolinea Coldiretti Puglia – le 310mila tonnellate all’anno. Gli sprechi alimentari si rivelano per il 54 per cento al consumo, per il 21 per cento nella ristorazione, per il 15 per cento nella distribuzione commerciale, per l’8 per cento nell’agricoltura e per il 2 per cento nella trasformazione. La situazione è grave, basti pensare che ogni pugliese butta nella spazzatura durante l’anno fino a 76 chili di prodotti agroalimentari.
“E’ necessario far crescere la consapevolezza di tutti rispetto al consumo corretto degli alimenti in termini di qualità e quantità, semplificare i percorsi per assicurare le donazioni e per la prima volta riconoscere all’agricoltura un ruolo da protagonista, attraverso le donazioni dirette agli indigenti. Il mondo agricolo potrebbe svolgere uno straordinario ruolo di sussidierà e utilità sociale – aggiunge il Direttore Corsetti – recuperando e donando alle persone bisognose  prodotti  agricoli  e agroalimentari, ritirati dalla vendita per assenza di domanda, per eventuali danni provocati da eventi meteorologici o invenduti a causa di errori nella programmazione della produzione aziendale. La nostra grande rete delle fattorie e dei mercati a chilometro zero di Campagna Amica è già impegnata da anni nel contenimento degli sprechi, perché la vendita diretta contribuisce a ridurre le distanze ed i tempi di trasporto e garantisce maggiore freschezza e tempi più lunghi di conservazione degli alimenti”. Per Coldiretti Puglia si riuscirebbe così anche a limitare gli impatti negativi sull’ambiente grazie alla riduzione della produzione di rifiuti, informando e sensibilizzando i consumatori sul consumo consapevole di cibo, con particolare attenzione alle giovani generazioni.
Dal ritorno in cucina degli avanzi ad una maggiore attenzione alla data di scadenza, ma anche la richiesta della ‘agribag’ negli agriturismi di Campagna Amica e della doggy bag al ristorante e la spesa a chilometro zero nei Mercati di Campagna Amica che, tagliando le intermediazioni, consente di acquistare prodotti più freschi che durano di più, sono i consigli di Coldiretti Puglia per tagliare il quantitativo di cibo buttato.
Una soluzione contro gli sprechi alimentari va trovata proprio in cucina, da qui il progetto ‘buttiamoli….in padella’. Gli agrichef di Campagna Amica Carlo Barnaba (Tenuta Chianchizza – Monopoli), Maria Serena Minunni (Masseria Serena – Conversano) e Giuseppe Fanizzi (Masseria Fanizzi – Conversano) hanno proposto ricette utili per riutilizzare il cibo da buttare nei ‘piatti del giorno’, una ottima soluzione per non gettare nella spazzatura gli avanzi e mantenere vive tradizioni culinarie che hanno generato ricette simbolo della cultura enogastronomica pugliese.
Sul fronte dei prodotti scaduti, il latte scaduto si rivela un alleato prezioso contro le macchie più ostinate sui tessuti. Basta lavare i capi con acqua e sapone e tamponare la zona sporca con una spugna imbevuta di latte, riscaldandolo leggermente se avete a che fare con una macchia di vino. Anche le scarpe di vernice torneranno a splendere se pulite con un panno di lana imbevuto di latte.
Lo yogurt scaduto è perfetto per lucidare l’ottone, spalmandolo sulla superficie, lasciandolo agire per circa 10 minuti e rimuovendolo con una spugnetta umida. Lo yogurt scaduto può divenire, anche con l’aggiunta di alcune gocce d’olio, una crema di bellezza, ideale per donare elasticità alla pelle.

La top ten dei cibo buttato in Puglia
1.      Yogurt scaduto 2.      Latte scaduto 3.      Salumi 4.      Avanzi pasta 5.      Insalata 6.      Pane 7.      Arancia, limone 8.      Dado scaduto 9.      Pesce 10.  Patate*

Fonte: Coldiretti Puglia

 

I birrifici più sostenibili ritornano alla bottiglia riutilizzabile

Il riuso è una delle strategie più efficaci per ridurre il consumo di risorse, i rifiuti, il littering e le emissioni di Co2, anche per gli imballaggi. I produttori artigianali di birra stanno rivalutando il sistema del vuoto a rendere con il riutilizzo delle bottiglie di vetro. In Oregon così come in Bretagna ci si sta organizzando in tal senso. (fonte: Associazione Comuni Virtuosi)

The Oregon Beverage Recycling Cooperative (OBRC), che già gestisce nello stato un programma di deposito su cauzione per gli imballaggi a perdere , ha recentemente annunciato la partenza di un programma che reintroduce il sistema di refill per le bottiglie in vetro di birra. Il programma coinvolge diversi birrifici artigianali locali.
L’Oregon è stato il primo stato americano ad introdurre il deposito su cauzione per i contenitori di bevande in vetro, plastica e lattine nel lontano 1971 allo scopo di incrementare il riciclo.
A partire dal 2018 il cauzionamento interesserà tutti i contenitori per bevande eccetto i settori degli alcolici, del vino e latticini.
Con aprile 2017 il deposito di 5 cent verrà portato a 10 cent, in linea con quello del Michigan, uno degli 11 stati americani ad avere adottato un Bottle Bill. Il raddoppio del deposito è stato deciso per incrementare il tasso di intercettazione che è rimasto sotto l’80%.

Con un organico di 275 dipendenti e un budget annuale di 34 milioni di dollari, OBRC gestisce in tutto lo stato la raccolta e l’avvio al riciclo di tutti i contenitori per bevande, dal vetro, all’alluminio alla plastica. Questa posizione, come evidenziato dalla stessa cooperativa, facilita la progettazione di un programma di refill che sarà completato entro due anni. In primo luogo OBRC può infatti contare sulle relazioni con tutta la filiera della birra tra birrifici, distributori, rivenditori già da tempo consolidate.
In seconda battuta ci sono inoltre altri interlocutori e strutture che già lavorano con la cooperativa nella gestione del deposito su cauzione che possono essere coinvolte agevolmente nel programma : dal network di BottleDrop (i depositi che gestiscono stoccaggio e rimborsi dei contenitori) alla flotta di camion che opera nello stato, alle strutture che possono ospitare impianti di lavaggio.
L’industria artigianale della birra in Oregon si avvia con questo programma di riutilizzo a sostenere il Bottle Bill e a compiere un importante passo avanti nella gestione responsabile delle risorse” ha dichiarato John Andersen, presidente di OBRC. Il programma potrebbe raggiungere un numero di adesioni interessanti se si considera che le vendite di birra artigianale costituiscono in Oregon, rispetto a qualsiasi altro stato, la quota maggiore del mercato totale della birra. Per di più, oltre il 22% di tutta la birra bevuta in Oregon viene prodotta nello stato. Solamente nell’area metropolitana di Portland, si contano più di 100 birrifici.
Attualmente OBRC sta lavorando alla creazione di una rete di centri BottleDropstandalone” adatti a gestire le bottiglie riutilizzabili che sono più pesanti e robuste di quelle monouso. L’iniziativa partirà con una prima fase pilota che interesserà solamente le bottiglie più grandi e alcuni birrifici ma che arriverà a movimentare sino a due milioni di bottiglie all’anno.

SERVONO OBIETTIVI DI RIUSO OBBLIGATORI PER LEGGE

I programmi di refill sono oggi una rarità negli Stati Uniti nonostante il sistema fosse ampiamente in voga nei primi decenni del XX secolo. Il Container Recycling Institute  (CRI) ha registrato il graduale declino dei sistemi di refill sin dal 1947 quando l’86% del mercato della birra e il 100% del mercato delle bibite si serviva di bottiglie riutilizzabili. Nel 1998 il mercato era già sceso al 3,3 % del mercato della birra e allo 0,4% del mercato dei soft drink. Tuttavia, come ha rilevato il CRI, ci sono misure economiche come il deposito su cauzione che permettono al sistema riutilizzabile  di competere con il consumo a perdere dei contenitori di bevande. Questa tesi viene ripresa anche da Reloop la piattaforma europea che promuove il riuso e l’economia circolare. Nello studio Policy Instruments to Promote Refillable Beverage Containers prodotto da Reloop vengono individuati tre strumenti legislativi che, se applicati in tandem, possono promuovere il sistema refill per le bottiglie : 1) deposito su cauzione obbligatorio; 2) applicazione di “green levies” oppure contributi ambientali  per la gestione del fine vita degli imballaggi; 3) determinazione di obiettivi di riutilizzo da perseguire per l’industria.

La piattaforma Reloop insieme a Environmental Action Germany (Deutsche Umwelthilfe – DUH), all’European Association of Beverage Wholesalers (CEGROBB) e all’Association of Small and Independent Breweries in Europe (S.I.B.) hanno presentato un position paper congiunto per rafforzare il ruolo che i sistemi di riutilizzo possono giocare, anche all’interno del pacchetto per l’economia circolare. Secondo i promotori del position paper è necessario che vengano definiti degli obiettivi vincolanti di riduzione dei rifiuti che, oltre a ridurre il consumo di risorse, hanno la potenzialità di innescare misure di prevenzione come, ad esempio, il riuso anche per il packaging.  Per i promotori, inoltre, la produzione annuale procapite di rifiuti da imballaggio dovrebbe scendere a 120 kg nel 2025 e 90 kg nel 2030. Ad oggi il consumo di imballaggi si attesta su una media europea di 160 kg con l’Italia in cima alla classifica con oltre 200 Kg procapite!. Per raggiungere questi obiettivi è necessario cambiare il sistema di calcolo separando gli obiettivi di riuso da quelli di riciclo. L’attuale obiettivo aggregato non garantisce il rispetto della gerarchia europea per la gestione dei rifiuti da parte delle aziende che “saltano” le opzioni ambientalmente più sostenibili come prevenzione e riuso (ai primi posti della gerarchia)  e puntano al riciclo che viene solamente prima del recupero energetico o la discarica.

Secondo Clarissa Morawski di Reloop ” il parlamento europeo ha fatto un primo passo nella giusta direzione prospettando una riduzione del packaging tra il 5 e 10%. Tuttavia  questi target oltre a diventare vincolanti, devono essere mirati ai diversi sistemi di riuso che includono contenitori per bevande, imballaggi industriali come cassette o pallet e altre tipologie di packaging più comuni per arrivare all’obiettivo del 10% di packaging riutilizzabile rispetto al totale dell’immesso al mercato nel 2015. Per poi incrementare la quota sino ad un ulteriore 20% al 2030 rispetto allo staus raggiunto nel 2018″ . Per i promotori, come si può leggere nel comunicato stampa, servono inoltre incentivi fiscali che premino l’adozione di soluzioni riutilizzabili per superare l’attuale situazione dove le aziende non hanno alcuna convenienza economica ad operare in modo sostenibile. Intanto il littering da contenitori di bevande risulta una parte consistente dei rifiuti stradali e dispersi in natura. Dalle foto di una recente pulizia ambientale promossa dalla Cooperativa piemontese ERICA si può notare che le bottiglie e le lattine di birra giocano la parte del leone tra i contenitori per bevande. Questo non significa che tutte le operazioni di pulizia presentino gli stessi esiti come tipologia e percentuali di imballaggi raccolti perchè dipende da diversi fattori di ordine anche locale, ma rendono l’idea.

Anche il piano d’azione   The New Plastics Economy: Catalysing action  promosso dalla Ellen MacArthur Foundation e realizzato con il coinvolgimento dell’industria identifica il riuso come una delle tre strategia per affrontare le esternalità negative dell’attuale gestione lineare della plastica e creare al contempo valore per l’economia e l’ambiente. Secondo il piano almeno un 20% degli imballaggi monouso di plastica può essere sostituita da opzioni riutilizzabili e da sistemi di erogazione basati su ricarica di prodotto, sia nel settore B2B che B2C. Le possibili applicazioni possono toccare tutti i settori dei beni di largo consumo, dall’alimentare, alla cosmetica, alla detergenza, ecc. Il primo nostro approfondimento sul piano NPE: Catalyzing Action dedicato a due delle 3 strategie: Riprogettazione e Riuso si trova qui.

IL CASO DISTRO IN BRETAGNA

Anche in Bretagna c’è chi si batte per arrivare ad un ritorno del sistema di refill per le bottiglie di vetro. In prima linea c’è dal 2015 l’associazione Distro che significa “ritorno” in bretone creata da un gruppo di sei produttori di birra e due di cidro, con il sostegno di altri soggetti come la Regione, Eco Emballages e Ademe Bretagne. Distro ora vanta 26 associati che insieme producono 300.000 ettolitri di bevande all’anno, circa il 50% della produzione regionale. Uno studio commissionato dall’associazione ha rilevato che tre bretoni su quattro sono disposti a comprare solamente con bottiglie a rendere a condizione che il prezzo al litro non aumenti.

Alcuni tra i più grandi produttori di birra e sidro si sono già dotati di impianti di lavaggio come il produttore di sidro Val de Rance cofondatore di Distro. “Il costo della bottiglia corrisponde al 10 – 15% del prezzo di vendita totale, da qui la necessità di riutilizzare le bottiglie. Durante i cicli di lavaggio trattiamo 5000-6000 bottiglie all’ora e 50.000 bottiglie al giorno. Riutilizziamo la stessa bottiglia una ventina di volte ” spiega Olivier Vital, direttore amministrativo della “cidrerie” Val de Rance.

(Foto: Philippe Renault / Ouest-France)

Obiettivo: 11.000 tonnellate
“L’obiettivo” come chiarisce Patrick Créac’h il responsabile dello studio commissionato da Distro “è mettere in piedi un sistema di raccolta per le bottiglie che permetta di recuperare quei 26 milioni di pezzi che non vengono attualmente intercettati. A cominciare dai formati da 75 cl di birra e sidro e da 33 cl di birra. Questo significa inrecuperare 11.000 tonnellate di vetro che rappresenta l’8% del vetro raccolto annualmente in Bretagna. ” La Bretagna si sta rivelando come un territorio favorevole per un sistema di riutilizzo poichè sono quasi un centinaio i soggetti che si sono dimostrati interessati nell’iniziativa tra produttori di birra, di sidro ma anche di bevande analcoliche, succhi di mele e acqua minerale.

In riferimento all’obiettivo regionale di riduzione del 10% dei rifiuti al 2020 esistente i fondatori di Distro hanno riferito di voler contribuire con questa iniziativa, capace di creare al tempo stesso occupazione, piuttosto che dover aderire a qualche altro progetto “calato dall’alto”. I produttori non applicheranno in questo caso un deposito cauzionale ma riconosceranno 80 Euro per ogni tonnellata di bottiglie raccolte. Saranno incaricati della raccolta dei vuoti soggetti appartenenti al denso tessuto associativo bretone che secondo Distro può garantire allo scopo un sistema di logistica diffuso e una comunicazione efficace verso gli utenti per sensibilizzarli sulla valenza ambientale dell’iniziativa.

Il caso virtuoso dell’Alsazia
Alsazia è l’unica regione della Francia che è stata in grado di mantenere nella distribuzione convenzionale la pratica del vuoto a rendere su larga scala. I birrai alsaziani hanno concordato già dal 1975 un formato comune di bottiglia e si servono di campagne comuni per comunicare i vantaggi ambientali del sistema. Uno studio realizzato nel 2009 ha comparato l’analisi del ciclo di vita delle bottiglie di vetro da 75 cl riutilizzate più volte verso quelle monouso e i risultati non lasciano dubbi: la bottiglia riutilizzata (oltre le cinque volte) ha un impatto decisamente minore rispetto a quello della bottiglia usa e getta. I risultati  mostrano un chiaro vantaggio per la bottiglia riutilizzata: –76% nel consumo di energia primaria, -79% nelle emissioni di gas serra.

 

Fonte: Associazione Comuni Virtuosi

Economia circolare, il Parlamento europeo chiede target più ambiziosi

Con 59 voti a favore, 7 contrari e 1 astensione oggi la commissione Ambiente del Parlamento europeo ha dato l’ok alla relazione sull’economia circolare portata avanti da Simona Bonafè (S&D), che chiede modifiche al pacchetto legislativo proposto dalla Commissione europea nel dicembre 2015, alzando l’asticella degli obiettivi.

L’europarlamentare italiana in questi mesi ha sottolineato più volte l’esigenza di «un quadro normativo trasparente e stabile» per il reale sviluppo dell’economia circolare, con target di riciclo chiari e modalità di calcolo uniformi sul territorio dell’Ue (quando ad oggi ancora mancano anche entro i confini italiani, nonostante le linee guida sulla raccolta differenziata pubblicate dal ministero dell’Ambiente).

In particolare, nella relazione a firma Bonafè si chiede vengano raggiunti al 2030 un tasso di avvio a riciclo pari al 70% per i rifiuti urbani (80% per gli imballaggi) e contemporaneamente una riduzione dei conferimenti in discarica al 5%, il dimezzamento dello spreco alimentare e una riduzione nella produzione dei rifiuti tutti intervenendo alla fonte: «Costruendo prodotti che siano più riciclabili, più facili da riparare e riusare».

«Non possiamo più costruire il nostro futuro su un modello ‘usa e getta’ – commenta Bonafè – ma prepararci ad una transizione che, considerando l’intero ciclo del prodotto, genera non solo nuove risorse produttive, ma opportunità di lavoro, innovazione e protezione per le persone e per l’ambiente». La commissione Ambiente ha espresso dunque il suo favore, e il voto in plenaria è atteso il 13-16 marzo, in vista del negoziato con Commissione e Consiglio. Quello di oggi è «un primo importante passo verso un’ambiziosa riforma della politica europea dei rifiuti finalmente in grado di trasformare l’emergenza in una grande opportunità economica e occupazionale», commenta la presidente di Legambiente Rossella Muroni, sottolineando che «nel frattempo anche il nostro governo deve fare la sua parte. L’Italia, in sede di Consiglio, deve sostenere con forza una riforma ambiziosa della politica comune dei rifiuti che faccia da volano per l’economia circolare europea, senza nascondersi dietro le posizioni di retroguardia di alcuni governi che si oppongono a un accordo ambizioso con il Parlamento. Nel nostro Paese sono in gioco almeno 190 mila nuovi posti di lavoro, che possono essere creati grazie allo sviluppo dell’economia circolare, al netto dei posti persi a causa del superamento dell’attuale sistema produttivo».

Al momento l’Italia è ancora molto lontana dal raggiungere i target richiesti dalla relatrice Bonafé, come mostra l’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani – e tacendo sulla gestione dei rifiuti speciali, che nel nostro Paese sono il quadruplo degli urbani ma non vengono neanche toccati dal pacchetto legislativo sull’economia circolare avanzato dalla Commissione europea (qui le quattro direttive in ballo).

A livello europeo, secondo le stime della Commissione Ue il raggiungimento degli obiettivi approvati dalla commissione dell’Europarlamento potrebbe significare la creazione di 580mila posti di lavoro entro il 2030, con un risparmio annuo di 72 miliardi di euro per le imprese Ue grazie a un uso più efficiente delle risorse e quindi ad una riduzione delle importazioni di materie prime. Anche autorevoli analisi indipendenti – come quella della Ellen MacArthur Foundation contenuta nel rapporto Growth within: a circular economy vision for a competitive Europe – confermano l’impatto straordinariamente positivo che un’economia più circolare potrebbe avere sul Vecchio continente, non da ultimo tagliando in modo significativo l’emissione di gas serra.

Eppure l’attuale Commissione Ue guidata da Jean-Claude Juncker ha proposto obiettivi meno ambiziosi rispetto a quella precedente, sotto l’egida Barroso: proprio gli obiettivi rilanciati oggi da Simona Bonafè non fanno che riprendere in gran parte i vecchi target europei, mostrando in modo plastico i passi indietro compiuti dall’Ue negli ultimi anni in fatto di leadership ambientale.

 

Fonte: Luca Aterini per Green Report

’10 percorsi europei virtuosi verso la tariffazione incentivante’: intervista ad Attilio Tornavacca (dg ESPER)

In diverse realtà europee sono implementate forme di tariffa puntuale. ESPER le ha studiate ed analizzate, inserendole in un unico studio che prende la forma di un vero vademecum europeo sulla tariffazione incentivante.

Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Svizzera: in diverse realtà europee sono implementate forme di tariffazione puntuale. ESPER (Ente di Studio Per la Pianificazione Ecosostenibile dei Rifiuti) le ha studiate ed analizzate, inserendole in un unico studio che prende la forma di un vero vademecum europeo sulla tariffazione puntuale. Ad impreziosire il volume una prefazione di Rossano Ercolini (Presidente Zero Waste Europe e Zero Waste Italy, nonché vincitore del Goldman Enrivonmental Prize 2013 ) e di Marco Boschini (Coordinatore dell’Associazione Comuni Virtuosi). Eco dalle Città presenta il volume ’10 percorsi europei virtuosi verso la tariffazione incentivante’ con un’intervista ad Attilio Tornavacca, direttore generale di ESPER:

Quali sono a livello europeo le principali modalità operative per la realizzazione della tariffazione puntuale?

Nel contesto europeo la diffusione dei sistemi di tariffazione incentivante risulta largamente estesa tra le municipalità degli Stati Membri del Nord Europa, in particolare in Danimarca, Belgio, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Germania e viene prevalentemente applicato attraverso la previsione di sistemi e tariffe calcolate in funzione della volumetria rapportata alla frequenza di svuotamento del rifiuto residuo e spesso anche del rifiuto organico. Gli strumenti attraverso cui viene applicata in Europa, negli Usa e in Australia sono diversi e si sono recentemente molto evoluti soprattutto grazie allo sviluppo delle tecnologie legate alla tracciabilità in genere che hanno fatto abbassare i costi rendendo possibile l’applicazione dei singoli transponder (anche denominati Tag RFId acronimo di Radio-Frequency IDentification) perfino sui sacchi a perdere. Negli ultimi anni si è infatti diffusa rapidamente l’istallazione di Tag RFId su mastelli e contenitori per i costi sempre più contenuti ed i vantaggi gestionali ottenibili in particolare laddove tali sistemi vengono abbinati a sistemi GPS di tracciatura ed ottimizzazione dei percorsi dei mezzi di raccolta. I sistemi basati invece sulla pesatura dei singoli contenitori o sacchetti non hanno invece registrato una notevole diffusione poiché sono stati rilevati maggiori costi di gestione per le rilevanti problematiche legate al rilevamento del peso in condizioni sfavorevoli (mezzi in moto con vibrazioni e spesso non in piano). Le soluzioni tecniche più diffuse sono relativamente semplici sia per i sistemi ad identificazione dell’utenza – che avviene tramite un badge RFId o con una tessera magnetica – che ad identificazione del contenitore che avviene tramite lettura del Tag RFId (in rapida diffusione quelli di tipo UHF acronimo di Ultra High Frequency).

'10 percorsi europei virtuosi verso la tariffazione incentivante': intervista ad Attilio Tornavacca (dg ESPER)Concentrando l’attenzione sui centri urbani più grandi all’estero, quali sono gli esempi più virtuosi?

Gli esempi più virtuosi in grandi centri urbani sono quelli delle Città di Lipsia (530.000 ab.) e Dresda (500.000 ab.) in Germania, di Gand (250.000 ab.) in Belgio e di Parma (190.000 ab.) e Trento (118.000 ab.) in Italia. I risultati ottenuti in Italia a Trento (oltre 81% di RD) e Parma (72% di RD) con progetti di introduzione sviluppati anche grazie al supporto tecnico della ESPER sono tra i migliori (se non i migliori) a livello europeo ed internazionale e sono stati inseriti tra i migliori casi studio nel sito Zero Waste Europe.

In che modo, nei casi da voi analizzati, sono state superate eventuali resistenze da parte cittadini poco virtuosi?

L’analisi della maggioranza delle esperienze europee ha dimostrato che i sistemi misti (quelli in cui convivono la raccolta con contenitori stradale ad uso collettivo e sistemi di raccolta porta a porta) creano generalmente una serie di problemi relativi agli abbandoni dei rifiuti nei pressi delle postazioni stradali dove risultano meno efficaci ed agevoli i controlli. Tale problema è stato rilevato soprattutto in Francia, Svizzera, Italia e Spagna e nelle Città di maggiore dimensione. L’altro problema che è stato rilevato nei contesti che hanno introdotto la tariffazione puntuale del residuo (spesso con sistemi stradali a calotta) mantenendo però la raccolta stradale delle frazioni recuperabili è stato il peggioramento della qualità merceologiche delle frazioni recuperabili. Tali problemi sono stati spesso superati grazie alla rimozione dei contenitori stradali ed all’estensione di un servizio domiciliare a tutte le utenze. Nei casi caratterizzati dal semplice uso di sacchetti prepagati per il residuo è stato invece rilevato l’uso di sacchi non conformi soprattutto nei contesti di maggiori dimensioni. Con il sacco conforme ci si limita infatti a differenziare la serigrafia del sacchetto per ogni comune servito ma il sacco conforme non è dotato di sistemi di identificazione ed abbinamento ad ogni singola utenza servita e quindi, se vengono abitualmente conferiti rifiuti non conformi di fronte ad un condominio, risulta più difficile responsabilizzare correttamente gli utenti ed individuare i soggetti che non rispettano le regole di conferimento. Per risolvere tale problematica vengono quindi spesso adottati sacchetti oppure mastelli impilabili rigidi dotati di transponder UHF con cui si può identificare ogni utente poiché allo stesso viene fornito un set di sacchetti caratterizzati da un codice specifico non modificabile. Tale modalità consente inoltre di individuare facilmente i soggetti che non conferiscono mai o quasi mai i sacchetti o i mastelli/bidoni con transponder UHF consentendo di organizzare controlli mirati relativi a tali specifiche soggetti a cui può essere inoltre preventivamente comunicato di essere stata individuate quali “utenze con conferimenti anomali” chiedendo al contempo di fornire eventuali spiegazioni in merito ad uno specifico numero verde. Questa comunicazione, operata preventivamente ai primi controlli a campione, consente solitamente di ridurre in modo decisivo i comportamenti anomali poiché tali utenti comprendono che il sistema adottato consente di individuare e sanzionare più facilmente i conferimenti ed abbandoni illeciti. I sistemi di identificazione dei singoli conferimenti consentono inoltre di governare più efficacemente i flussi delle utenze delle seconde case e dei flussi turistici per i quali vengono solitamente organizzati specifici servizi integrativi in orari conformi alle loro specifiche esigenze (ad es. conferimenti nel fine settimana).

Ci sono differenze significative tra i modelli implementati in Italia e all’estero?

Per quanto riguarda i sistemi con calotte di immissione è stata rilevata una sostanziale differenza tra i modelli implementati in Italia e all’estero. Tali sistemi sono stati utilizzati già dagli anni ’90 in Germania e Austria soprattutto per risolvere i problemi legati alla gestione dei conferimenti nei grandi complessi condominiali periferici delle grandi città. Tali sistemi sono stati invece introdotti in Italia per cercare di applicare la tariffazione puntuale senza dover modificare il precedente sistema di raccolta stradale anche in contesti a media e bassa densità abitativa dove l’adozione della raccolta domiciliare non risultava problematica. Per contro si deve segnalare che in Italia, in Svizzera, in Francia ed in Spagna, diversamente da quanto rilevato nel nord Europa, nei pressi dei contenitori stradali dotati di sistemi di identificazione sono spesso molto frequenti i fenomeni di abbandono dei rifiuti non solo da parte di cittadini dotati di scarso senso civico ma anche da parte di persone che non riescono a raggiungere le manovelle da azionare per l’apertura della calotta (anziani, portatori di handicap ecc.), utenti che non intendono perdere troppo tempo (la fase di identificazione risulta spesso laboriosa), utenti che non hanno ritirato o non hanno con se la chiavetta o e-card, utenti non abilitati (turisti di passaggio) o male informati.

NdR: Per scaricare gratuitamente l’Ebook “10 percorsi europei virtuosi verso la tariffazione incentivante” inviare una mail a volume@esper.pro

Olanda, un premio in denaro (di plastica) a chi ricicla rifiuti

Partito un anno fa, l’esperimento “Wasted” nel quartiere Noord di Amsterdam sembra funzionare. Chi fa la differenziata riceve monete verdi da spendere nei negozi del quartiere: dalle birrerie alle palestre

di GIACOMO TALIGNANI

Un buon riciclo vale un massaggio “gratis”. Oppure un caffè, una lezione di yoga, una sistematina alla bici o una bella birra artigianale ghiacciata. Benvenuti a Noord, quartiere alle spalle della stazione dei treni di Amsterdam, al di là del canale Ij, dove chi ricicla plastica o fa una differenziata spinta viene premiato con strane monete verdi, tutte da spendere.

Si chiama Wasted e sta funzionando bene il progetto pilota applicato per ora solo in un quartiere di Amsterdam: per ogni sacco (per lo più di plastica) raccolto dai cittadini che aderiscono al progetto c’è un gettone verde come ricompensa. Più di 700 famiglie hanno già preso parte all’iniziativa da quando, un anno fa, è stata lanciata. I gettoni si possono spendere negli stessi negozi o locali della zona, in modo da incentivare il senso di comunità: si va da un semplice caffè (una moneta) a massaggi Reiki (7 monete),  a sconti su corsi di yoga, bevande, cibo, riparazioni dal meccanico, trattamenti di bellezza e via dicendo. Almeno 30 commercianti hanno infatti accettato di ricompensare chi porterà loro le famose monete verdi realizzate con materiali di riciclo.

A ogni famiglia, per posta, vengono inviati i sacchetti e un codice QR: in questo modo si tiene la tracciabilità di quanto raccolto. L’obiettivo è incentivare le persone al riciclo, premiandole, e al contempo insegnare a usare meno plastica possibile. Il tutto con un senso di comunità virtuosa, in cui ci “guadagnano” tutti: cittadini, commercianti e soprattutto l’ambiente. Gli esercizi che partecipano all’iniziativa, oltre a rispettare l’ambiente, guadagnano in “rispettabilità” e reputazione, tanto in alcuni casi da allargare i loro business.

I sacchetti possono essere portati dalle stesse famiglie in alcuni punti di recupero o vengono raccolti dagli addetti comunali in collaborazione con Cities Foundation che, a inizio 2015, ha lanciato Wasted. Dopo un anno per gli organizzatori è tempo di bilanci: più della metà degli aderenti all’iniziativa ha dichiarato di aver migliorato le proprie abitudini nello smaltimento dei rifiuti e il 23% sostiene di aver ridotto il consumo totale di materie plastiche.

Dietro a tutto questo c’è anche un’italiana, la milanese Francesca Miazzo fondatrice della Cities Foundation che ai tabloid inglesi ha raccontato come “la gente cominci a rendersi conto di  quanta plastica consuma su base settimanale, ed è abbastanza desolante”.

Una ricerca Eunomia sull’iniziativa  spiega che ancora è difficile osservare gli effetti reali del sistema  riciclo-premio e la stessa Miazzo parla della necessità di una sfida a lungo termine. C’è già un dato di fatto però: mentre nel mondo, per esempio, si stima finiscano ogni anno in mare da 5 a 14 milioni di tonnellate di plastica il solo piccolo quartiere di Noord sta contribuendo a fare la sua particina, raccogliendo nel 2015 circa 16,5 tonnellate di rifiuti di plastica.