Riutilizzo RSU, un tesoro da 600.000 tonnellate annue

Presentato a Roma il Rapporto Nazionale dell’Occhio del Riciclone. Il 2% potrebbe essere riutilizzato con un risparmio di 60 milioni di euro. Ma è necessario una quadro normativo che favorisca lo sviluppo delle filiere

Tra i rifiuti prodotti in Italia c’è un piccolo tesoro che non viene adeguatamente valorizzato. Si tratta dei beni durevoli, potenzialmente riutilizzabili, che potrebbero trovare nuova vita se esistesse il modo di reimmetterli in circolazione. Lo evidenzia il Rapporto Nazionale sul Riutilizzo 2018 presentato oggi a Roma e realizzato da Occhio del Riciclone in collaborazione con Utilitalia, la Federazione delle imprese italiane dei servizi idrici, energetici e ambientali.

I beni durevoli riutilizzabili (considerando solo quelli in buono stato e facilmente collocabili sul mercato) presenti nel flusso dei rifiuti urbani superano le 600.000 tonnellate annue, circa il 2% della produzione nazionale di rifiuti. Si tratta di mobili, elettrodomestici, libri, giocattoli e oggettistica che, in mancanza di un quadro normativo capace di favorire la strutturazione di vere e proprie filiere, quasi mai vengono riutilizzati: il danno ammonta a circa 60 milioni di euro l’anno relativo ai costi di smaltimento, senza considerare il valore degli oggetti di seconda mano.

Molte sono le iniziative che possono essere messe in campo per valorizzare adeguatamente questo tesoro. Ad esempio raccolte dedicate e centri di riuso interni o adiacenti ai centri di raccolta in grado di intercettare i beni durevoli riutilizzabili. Ma al di là dei sistemi di intercettazione, sono necessari impianti di “preparazione per il riutilizzo” che funzionino su scala industriale: attraverso un’autorizzazione al trattamento, un impianto può ricevere rifiuti provenienti dai centri di raccolta comunali e dalle raccolte domiciliari degli ingombranti e reimmetterli in circolazione dopo igienizzazione, controllo ed eventuale riparazione. La fattibilità di questi impianti è stata dimostrata in provincia di Vicenza dal progetto europeo PRISCA, che ha implementato un impianto capace   avviare a riutilizzo circa 400 tonnellate l’anno di rifiuti provenienti da centri di raccolta, raccolte di ingombranti e servizi di sgombero locali.

Questa possibilità di strutturazione della filiera è però inibita dalla mancanza dei Decreti Ministeriali che dovrebbero mettere in chiaro le procedure semplificate per compiere questo tipo di trattamento.  “In Italia – spiega Pietro Luppi, Direttore del Centro di Ricerca Occhio del Riciclone – già da alcuni anni si parla di integrare il settore del riutilizzo alle politiche ambientali, e i tempi sembrano essere maturi perché si arrivi a un punto di svolta a partire dal quale le filiere si articoleranno, struttureranno e regolarizzeranno. Bisogna però insistere sulla professionalizzazione e sulla pianificazione, nella coscienza che il riutilizzo non è un gioco ma un enorme opportunità per generare sviluppo locale e risultati ambientali”.

L’INIZIATIVA PRIVATA E QUELLA PUBBLICA

Nel nostro Paese i negozi dell’usato conto terzi e il commercio ambulante si confermano come leader nella vendita dell’usato. Si contano circa 2.000-3.000 negozi in conto terzi distribuiti sull’intero territorio nazionale, una formula commerciale praticata soprattutto al Nord e al Centro, dove è presente circa un negozio ogni 31.000 abitanti, mentre al Sud se ne conta uno ogni 87.000. I mercatini che ospitano commercianti ambulanti sono invece almeno 550, senza contare quelli informali o abusivi: 337 al Nord, 152 al Centro e 61 al Sud. Il totale degli operatori ambulanti dell’usato è difficile da calcolare ma si presume si aggiri tra le 50.000 e le 80.000 unità.

L’iniziativa privata trova oggi grande diffusione nonostante siano scarse le sinergie con gli Enti Locali. Sono solo 9 le Regioni – Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Umbria, Abruzzo e Campania – che hanno incluso nella loro pianificazione ambientale l’avvio di Centri di Riuso da affiancare ai Centri di Raccolta dei Rifiuti Urbani, ma in questi anni tali esperienze non sono mai decollate. Eppure non mancano gli esempi positivi, come il progetto “Cambia il finale” di Hera (la multiutility leader in Emilia-Romagna) che è riuscita a riutilizzare 530 tonnellate di beni durevoli in un anno a fronte di un bacino di circa 2 milioni di abitanti, coinvolgendo 25 Onlus e un centinaio di soggetti svantaggiati. “Le aziende di igiene urbana – sottolinea Filippo Brandolini, vicepresidente Utilitalia –  svolgono un ruolo cruciale nella transizione verso un’economia circolare. Sempre più spesso, infatti, non si limitano a gestire i rifiuti conferiti dai cittadini ma diventano promotrici di iniziative innovative che, come nel caso del riutilizzo, alimentano filiere al alto valore (umano, ambientale, economico e sociale) aggiunto. Per questo Utilitalia, da sempre in prima fila nella promozione di politiche di prevenzione dei rifiuti, dialoga apertamente con le amministrazioni e il mondo dell’usato per cercare insieme modelli, sinergie e forme e di collaborazione che sappiano promuovere un utilizzo efficiente e sostenibile delle risorse ambientali ed umane”.

IL CASO DEGLI ABITI USATI

Al momento, nel nostro Paese, le filiere degli indumenti usati sono senza alcun dubbio le più articolate e strutturate: nel 2016 sono state infatti raccolte 133.300 tonnellate di rifiuti tessili, il 65% delle quali è stato riutilizzato (il rimanente 35% è stato avviato a riciclo, recupero o smaltimento). Ma il potenziale di riutilizzo della frazione tessile in realtà è molto più elevato: in presenza di azioni capaci di comunicare la finalità solidale delle raccolte e la trasparenza delle filiere, il risultato   potrebbe raddoppiare superando i 5 kg di raccolta ad abitante. “Chi dona abiti usati consegnandoli nei contenitori stradali – evidenzia Alessandro Strada di Humana People to People Italia – lo fa con intenzioni solidali nell’84% dei casi, e ciò dimostra come il cittadino chieda che le considerazioni di carattere sociale trovino spazio all’interno degli affidamenti del servizio di raccolta differenziata e recupero della frazione tessile”. Eppure non mancano le criticità che spaziano dai reati ambientali all’infiltrazione mafiosa: gli operatori sani hanno sollevato il problema chiedendo strumenti di controllo più rigorosi e criteri di affidamento del servizio più attenti al funzionamento delle filiere. Utilitalia, Rete ONU e centro Nuovo Modello di Sviluppo hanno aperto un Tavolo di confronto con il settore per individuare linee guida finalizzate a prevenire tali criticità.

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Calcolo dei “Fabbisogni standard”: a disposizione dei Comuni uno strumento gratuito

La Legge di Bilancio 2018 non ha prorogato l’entrata in vigore della norma che prevede, per i Comuni, l’obbligo di avvalersi delle risultanze dei fabbisogni standard per il calcolo dei costi del servizio di smaltimento rifiuti e della Tari.
Con l’avvicinarsi della scadenza dei termini per la presentazione del Piano Economico-Finanziario ESPER e AMBIENTE ITALIA con la collaborazione di INNOVAMBIENTE e il patrocinio dell’Associazione Comuni Virtuosi mettono a disposizione dei Comuni uno strumento informatico per il calcolo dei Fabbisogni Standard.

Il modello di calcolo è stato realizzato per facilitare i comuni a calcolare i fabbisogni standard secondo quanto previsto nella Legge di Bilancio 2018 che prevede che “nella determinazione dei costi di cui al comma 654, il comune deve avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard”.
Il modello di calcolo funziona interamente in automatico sulla base di alcuni dati ricavati dall’ Allegato 3 alle Linee guida interpretative per l’applicazione del comma 653 dell’art. 1 della Legge n. 147 del 2013 emanate dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’economia e delle finanze. Si deve però rilevare che questi dati risultano aggiornati soltanto all’annualità del 2015.
Per far fronte ad eventuali disallineamenti tra gli importi calcolati e l’importo del PEF del 2018 viene consentito l’inserimento di parametri più aggiornati, qualora disponibili, in modo da poter affinare quanto più possibile il calcolo cercando la massima corrispondenza con i costi reali della TARI “per permettere all’Ente locale di valutare l’andamento della gestione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti” secondo quanto stabilito dalla recente norma.

Vai allo strumento di calcolo

PLASMARE: CNR ed ESPER per il riciclo delle plastiche dure

Nell’ambito della gestione dei rifiuti, quella della frazione plastica è universamente riconosciuta come la più ricca di insidie tecniche e tecnologiche e quella che maggiormente crea problemi. Ormai da tempo le conseguenze direttamente derivanti da questa sono sulle prime pagine di tutti i giornali.

Partendo anche da queste considerazioni, CNR ed ESPER hanno presentato al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare PLASMARE, un progetto finalizzato a favorire l’identificazione di un processo ecosostenibile per la gestione ed il trattamento dei rifiuti domestici costituiti da plastiche dure non da imballaggio, attualmente smaltiti in discarica, riducendo l’impatto sull’ambiente e promuovendo l’ecodesign di nuovi prodotti.

Le cosiddette “plastiche dure”, che costituiscono larga parte degli oggetti di uso quotidiano, comprendono:

  • PET (polietilenetereftalato) con cui si producono (oltre alle bottiglie di palstica che rientrano tra gli imballaggi e non sono oggetto del presente progetto): tubi in plastica, contenitori di diverso tipo, pellicole sleevs, corde, tessuti impermeabili ecc
  • PP (polipropilene)con cui si producono molti oggetti di uso comune: dagli zerbini agli scolapasta, i cruscotti degli autoveicoli ed i paraurti, i tappi e le etichette delle bottiglie di plastica, le reti antigrandine, le custodie dei CD, le capsule del caffè, i bicchierini bianchi di plastica per il caffè, tappeti, moquette, giocattoli di plastica  ecc
  • PS (Polistirene) con cui si producono: giocattoli, oggetti d’arredamento, stoviglie in plastica, gusci di elettrodomestici. pannelli di isolanti termici per l’edilizia ecc
  • PE (Polietilene) con cui si producono: tubi per il trasporto di acqua e gas naturale, mobili per il giardino, geomembrane, barriere stradali ecc
  • PMMA (polimetilmetacrilato o Plexiglass) con cui si producono: piatti doccia, barriere di protezione, tavoli e sedie, oggettistica d’arredamento ecc

PLASMARE è stato dunque finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (RINDEC 2017/00132) nell’ambito del bando per il cofinanziamento di progetti di ricerca finalizzati allo sviluppo di tecnologie di recupero, riciclaggio e trattamento di rifiuti non  rientranti nelle categorie già servite dai consorzi di filiera, all’ecodesign dei prodotti ed alla corretta gestione dei relativi rifiuti”.

Il progetto prevede la collaborazione di ESPER e due istituti del CNR: l’Istituto ISMN (Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati) e l’Istituto IIA (Istituto sull’Inquinamento Atmosferico). Il progetto PLASMARE mira in sintesi a sviluppare e potenziare il riciclo e la gestione di rifiuti domestici in plastica dura ad oggi indifferenziati per ridurre al minimo i quantitativi smaltiti in discarica o negli impianti di incenerimento; ad incentivare il riutilizzo delle materie prime seconde derivanti da plastiche dure post consumo in nuovi cicli produttivi in sostituzione delle materie prime vergini, promuovendo lo sviluppo di una dedicata filiera di gestione; a studiare e sviluppare tecnologie innovative ecosostenibili e applicabili su scala industriale per un corretto riciclo del rifiuto considerato e ad incentivare l’ecodesign di prodotti in modo da allungare il ciclo di vita delle plastiche dure e promuovere un uso ecosostenibile delle risorse.

Per raggiungere questo obiettivo è necessario comprendere appieno l’articolazione dell’attuale filiera di questi materiali e costruire scenari di ottimizzazione del recupero della materia. Per farlo è importante tessere innanzitutto una rete di collaborazione attiva e propositiva che coinvolga Comuni ed imprese del settore; una rete capace di muovere competenze, generare partecipazione ed animare economia responsabile nei territori.

Se il tuo Comune  o la tua azienda vuole far parte di questa rete, puoi lasciare l’adesione all’indirizzo info@esper.it 

End of waste, il Consiglio di Stato: non spetta alle regioni stabilire i criteri

Il Consiglio di Stato mette la parola fine alla lunga querelle sulla definizione di criteri “end of waste” per la cessazione della qualifica di rifiuto. È stata pubblicata ieri, 28 febbraio, la sentenza n. 1129/2018 con la quale i giudici della IV sezione hanno stabilito che spetta allo Stato e non alle Regioni il potere di individuare, sulla base di analisi caso per caso e ad integrazione di quanto già previsto dalle direttive comunitarie, le ulteriori tipologie di materiale da non considerare più come rifiuti ma come “materia prima secondaria” a valle delle operazioni di riciclo.

Un provvedimento che potrebbe avere ricadute pesanti sul mondo della green economy. «La competenza esclusiva dello Stato di decidere caso per caso, con notifica della decisione assunta alla Commissione Europea – spiega Tiziana Cefis, consulente ambientale, tra i maggiori esperti in materia a livello nazionale – comporta tempi biblici incompatibili con le esigenze degli imprenditori».  Il rischio, infatti, è che si paralizzi il rilascio delle autorizzazioni per il riciclo di tutte le categorie di rifiuto che non siano già contemplate da criteri “end of waste” nazionali o comunitari (ovvero rottami, vetro, rame e combustibili solidi da rifiuto) o contenute nel decreto del Ministero dell’Ambiente del 5 febbraio 1998, che stabilisce i parametri guida di circa 200 procedure di recupero per altrettante tipologie di rifiuti. Si tratta in realtà di procedure “agevolate”, nate per permettere alle imprese, in particolare condizioni, di riutilizzare i propri scarti di produzione, ma l’elenco viene utilizzato ormai da venti anni da province e regioni come testo di riferimento anche per valutare le richieste di autorizzazione per gli impianti di riciclo.

Così succede che se un progetto per un impianto di riciclo prevede la trasformazione di una tipologia di rifiuto non contemplata dall’elenco del ’98, in assenza di un apposito criterio “eow” la procedura autorizzativa nella maggior parte dei casi si arena. E se si considera il fatto che negli ultimi venti anni l’elenco non è mai stato aggiornato tenendo conto dell’evolversi delle tecnologie per il riciclo e dei nuovi studi sulle proprietà dei materiali, si fa presto a capire come queste impasse finiscano quasi sempre per penalizzare i progetti di riciclo più ambiziosi e innovativi. Uno stato di cose sul quale la sentenza del Consiglio di Stato potrebbe calare come una autentica pietra tombale. Il tutto proprio mentre l’Europa si prepara ad adottare il nuovo, ambizioso pacchetto di misure sull’Economia Circolare che chiederà agli Stati membri di spingere sempre di più su riuso e riciclo. «Non si può che constatare – prosegue Cefis – la debolezza di un sistema che a parole declama l’importanza dell’end of waste come strumento necessario e imprescindibile dell’economia circolare, ma nei fatti non consente alle imprese del settore del recupero di investire in innovazionecon la certezza di poter vedere autorizzato un ciclo di recupero tecnologicamente avanzato».

La vicenda che sta dietro la sentenza del Consiglio di Stato è emblematica. Il provvedimento infatti è giunto al termine di un procedimento partito nel 2016, con un ricorso presentato dal consorzio Contarina contro la Regione Veneto, che nell’agosto di quell’anno aveva negato l’autorizzazione al riciclo all’impianto sperimentale di recupero materia dai prodotti assorbenti costruito dal consorzio in partnership con Fater a Lovadina di Spresiano, in provincia di Treviso. Un impianto tuttora unico al mondo nel suo genere, capace di recuperare da una tonnellata di prodotti assorbenti usati ben 150kg di cellulosa, 75kg di plastica e 75kg di polimero super assorbente. Secondo la Regione, però, dal momento che non esiste ancora uno specifico criterio “end of waste” sui prodotti assorbenti, il processo di riciclo di Contarina non avrebbe potuto essere valutato né tanto meno autorizzato.

Non secondo i giudici del Tar Veneto, che nel dicembre 2016 avevano dato ragione a Contarina, annullando la delibera di giunta regionale con la quale era stata negata l’autorizzazione all’impianto. Il provvedimento di primo grado, però, è stato ribaltato dal Consiglio di Stato, che nella sentenza pubblicata ieri sconfessa anche il Ministero dell’Ambiente. Con una circolare datata luglio 2016 e firmata dal direttore generale Mariano Grillo, il ministero aveva infatti comunicato come «in via residuale, le Regioni – o gli enti da queste individuati – possono, in sede di rilascio dell’autorizzazione prevista agli articoli 208, 209 e 211, e quindi anche in regime di autorizzazione integrata ambientale (Aia), definire criteri end of waste previo riscontro della sussistenza delle condizioni indicate al comma I dell’articolo 184-ter, rispetto a rifiuti che non sono stati oggetto di regolamentazione dei succitati regolamenti comunitari o decreti ministeriali».

Il Consiglio di Stato ha invece osservato, alle luce dell’art. 6 della direttiva 19 novembre 2008 n. 2008/98/CE riguardante la “cessazione della qualifica di rifiuto” che la disciplina della cessazione della qualifica di “rifiuto” è riservata alla normativa comunitaria e che quest’ultima ha previsto che sia comunque possibile per gli Stati membri valutare altri casi di possibile cessazione. Tale prerogativa, si precisa nelle motivazioni della sentenza. compete tuttavia allo Stato e precisamente al Ministero dell’Ambiente, che deve provvedere con propri regolamenti.

In materia di cessazione della qualifica di rifiuto, insomma, saranno solo l’Ue e il Ministero dell’Ambiente a potersi pronunciare. Proprio sui prodotti assorbenti è attualmente all’esame di Bruxelles un decreto “end of waste” messo a punto nei mesi scorsi dal Ministero di concerto con i tecnici dell’Ispra. Alla luce della sentenza del Consiglio di Stato, solo con la sua pubblicazione l’impianto di Contarina potrà essere valutato e, infine, autorizzato. Curiosamente, solo qualche giorno fa proprio la Regione Veneto aveva approvato i primi indirizzi operativi per la definizione “caso per caso” di criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto. Un documento che avrebbe potuto fare da guida per tutte le altre Regioni dello Stivale e che adesso, invece, è solo carta straccia. «All’indomani della pubblicazione della Delibera della Regione Veneto – conclude Tiziana Cefis – la sentenza del Consiglio di Stato, benché da un punto di vista strettamente giuridico sia ineccepibile, rappresenta sicuramente un ostacolo al decollo dell’economia circolare, impedendo di fatto ad imprenditori coraggiosi di perfezionare cicli  di recupero innovativi al fine di ottenere materiali che hanno perso la qualifica di rifiuti».

Fonte: RiciclaNews

Olanda: il primo supermarket plastic free

La catena olandese di supermarket di alimentari biologici Ekoplaza ha inaugurato la scorsa settimana ad Amsterdam il suo primo negozio senza plastica. Come riferisce il Washington Post, tutti i 700 prodotti venduti nel negozio “Ekoplaza Lab” sono confezionati senza imballaggi plastici ma con vetro, metallo, carta o materiali biodegradabili e compostabili.

L’obiettivo è quello di ridurre drasticamente l’utilizzo di plastica, che, nel caso degli imballaggi alimentari ha una durata effimera di utilizzo ma un impatto ambientale di gran lunga superiore. L’azienda è arrivata all’apertura del negozio plastic-free dopo una collaborazione lunga 3 anni con la fondazione Plastic Soup Foundation e con la ONG A Plastic Planet.

L’obiettivo è quello di allargare l’esperimento in tempi rapidi agli altri 74 punti vendita. Intervistato da Ninkamarketing.it, Hans Van Mierlo, il marketing manager di Ekoplaza, ha espresso qualche perleplessità sulla reale replicabilità presso altre catene della GDO: «Ciò che abbiamo mostrato qui è fattibile, scalabile e conveniente per i clienti. Per noi qualcosa che si adatta alla nostra visione. Ma potrebbe essere una lunga strada da percorrere per altre catene di supermercati».

il sito ufficiale di Ekoplaza

Rifiuti, a che punto è la gestione dei Raee a 10 anni dal primo ritiro

Dieci anni fa, presso l’isola ecologica del Comune ligure di Tribogna, Remedia ha effettuato il primo ritiro di Raee (rifiuti elettrici ed elettronici) in assoluto in Italia: era il 24 gennaio 2008. Ancora oggi Remedia rappresenta uno dei principali sistemi collettivi nazionali per la gestione ecosostenibile di tutte le tipologie di Raee, pile, accumulatori e impianti fotovoltaici (e il primo in assoluto nella gestione di Raee pericolosi, con circa 55.000 tonnellate gestite nell’ultimo anno), ma i numeri gestiti sono molto diversi da allora. Dalle prime stime, diffuse oggi, durante il 2017 Remedia ha registrato il miglior risultato di sempre: 90.000 tonnellate di rifiuti elettronici gestiti, con un incremento del 34% rispetto al 2016 e un aumento di oltre il 400% a confronto con il 2008. In 10 anni sono state gestite complessivamente quasi 500.000 tonnellate di Raee con un beneficio economico stimato per il Paese da Remedia, in «termini di risparmio sulle importazioni di materie prime, di almeno 140 milioni di euro».

«Nel 2008 siamo stati il consorzio che ha tenuto a battesimo il sistema Raee, effettuando il primo servizio di ritiro di rifiuti elettronici in Italia e oggi, a 10 anni di distanza, siamo orgogliosi – dichiara Walter Rebosio, presidente di Consorzio Remedia (nella foto, ndr) – di aver raggiunto 500.000 tonnellate gestite e di chiudere il 2017 con un nuovo record annuale: 90.000 tonnellate rifiuti tecnologici raccolti e gestiti, di cui 55.000 tonnellate di Raee appartenenti ai raggruppamenti pericolosi».

Nel dettaglio, i numeri registrati dal Consorzio nel 2017 mostrano che i Raee domestici, ossia quelli generati dai nuclei famigliari, ammontano complessivamente a 73.200 tonnellate (+26% rispetto al 2016), a cui si aggiungono i Raee professionali, prodotti da aziende ed enti pubblici, pari a 6.900 tonnellate e, infine, ben 9.900 tonnellate di pile e accumulatori portatili, industriali e per veicoli (+186% rispetto all’anno precedente).

Fonte: GreenReport

Raccolta differenziata: in Italia copertura quasi totale

La raccolta differenziata in Italia si svolge con il contributo fondamentale dell’accordo quadro Anci- Conai. Lo confermano i dati del settimo rapporto sulla banca dati Anci-Conai, presentati oggi nella sede dell’Anci a Roma da Ivan Stomeo (delegato Anci ai rifiuti e sindaco di Melpignano), Giorgio Quagliuolo, (presidente del Conai) e Filippo Brandolini (vice presidente di Utilitalia) e dal vice segretario dell’Anci, Stefania Dota. Con loro, alcuni degli amministratori protagonisti delle migliori pratiche nei territori: il sindaco di Chieti Umberto Di Primio, il sindaco di Albairate Giovanni Pioltini, l’assessore alle Politiche del Territorio di Fiumicino, Ezio Di Genesio Pagliuca (fotogallery)
Il rapporto conferma la capillarità dell’accordo Anci-Conai, basato su convenzioni per la raccolta e l’avvio a riciclo dei rifiuti di imballaggio che interessano nel 2016 il 97,7% dei Comuni italiani (7.813) e il 99,5% della popolazione (60.314.369), con un aumento in quest’ultimo caso del 2% rispetto al 2015; inoltre, il 51% dei Comuni italiani ha almeno cinque convenzioni. (Scarica Rapporto integrale, leggi la sintesi).
Il rapporto evidenzia poi che i Comuni stipulano soprattutto convenzioni per il riciclo della plastica (consorzio Corepla) e del vetro (consorzio CoReVe), con rispettivamente il 99% e 91% della popolazione nazionale coinvolta; minore è la diffusione territoriale delle convenzioni per il recupero di alluminio (consorzio CiAl) e legno (consorzio Rilegno), che interessano circa il 64-65% della popolazione.
Il Nord si conferma la macro area con le più elevate performance di raccolta: qui si intercetta il 54% di tutta la raccolta conferita al Conai e si concentra il 56% degli importi totali riconosciuti dai consorzi. Anche il Centro e il Sud peraltro, con una resa media pro capite tra gli 86 e i 77 chili per abitante all’anno, fanno registrare dati confortanti. Nelle regioni delle isole si registra il contributo minore alle raccolte conferite al Conai (6,2% del totale) e la resa media pro capite più bassa (50 chili per abitante all’anno.
Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), nel 2016 sono stati ritirate nei punti di raccolta 283.075 tonnellate, con una riduzione dello 0,4% rispetto al 2015. Anche per questa categoria di rifiuti i risultati della raccolta variano sensibilmente sul territorio, sia dal punto di vista dei quantitativi che della composizione: le regioni del Nord-Ovest intercettano il 30% del totale nazionale (la Lombardia, da sola, quasi il 19%).
“Il rapporto – sostiene il delegato Anci ai rifiuti Ivan Stomeo – conferma gli importanti risultati raggiunti, ma ci dà anche la fotografia di un’Italia a due velocità. Un Nord sempre più veloce ed un Sud, invece, molto meno. Da questo quadro bisogna ripartire nello scrivere il nuovo accordo con il Conai. Dobbiamo sforzarci tutti quanti a portare tutte le regioni d’Italia allo stesso livello. Altro tema è il costo del servizio: è necessario potenziare il principio del “chi inquina paga”, perché attualmente il costo di gestione degli imballaggi non viene pagato da chi li produce ma dalla collettività, con la Tari. Abbiamo di fronte una bella sfida nello scrivere il nuovo accordo: una sfida in cui le nostre comunità dovranno essere protagoniste”.
“Il quadro presentato oggi ci offre l’immagine di una sensibilità crescente verso la raccolta differenziata e l’economia circolare, pur con difformità territoriali ”, ha sottolineato la vice segretaria dell’Anci Stefania Dota. “Il tema dei rifiuti è strategico per i Comuni e come associazione vogliamo perseguirlo rafforzando la nostra collaborazione con il Conai grazie a  misure sempre più efficaci il raggiungimento degli obiettivi fissati per la raccolta differenziata a livello nazionale”.
“La banca dati Anci-Conai – afferma il presidente del Conai Giorgio Quagliuolo – è ormai diventata un punto di riferimento per quanto riguarda i dati di gestione dei rifiuti urbani, in particolare di imballaggio. I dati sulla raccolta differenziata presentati quest’anno confermano la centralità dell’accordo quadro Anci-Conai per i Comuni italiani, in un’ottica di sussidiarietà rispetto al mercato. Per il futuro, consolideremo la nostra collaborazione con Anci, concentrandoci sulle aree con maggiori margini di crescita e dialogando in maniera più diretta con i Comuni”.
“Il rapporto presentato dimostra  – afferma il vice presidente di Utilitalia Filippo Brandolini –  che quando c’è la volontà si possono raggiungere risultati importanti in materia di raccolta differenziata e di riciclo rifiuti. Questi risultati sono il presupposto migliore per la sfida che ci pone il pacchetto per l’economia circolare. La filiera tra comuni, consorzi e aziende di gestione è un punto di partenza per lo sviluppo industriale del comparto. Sono questi stessi soggetti a poter testimoniare l’effettivo bisogno di impianti industriali e a poter valutare insieme i processi che possono portare alla loro realizzazione”.
Fonte: Anci.it

In Puglia si studiano biopackaging da scarti caseari

Avviato nell’ambito del bando della Regione Puglia Innonetwork e finanziato con 1,4 milioni di euro dal Programma Operativo Regionale POR-FESR 2014-2020, il progetto Biocosì punta a riutilizzare le acque reflue della filiera casearia per produrre una bioplastica biodegradabile e compostabile destinata all’imballaggio alimentare.

Un progetto sviluppato dall’Enea in collaborazione con la start-up pugliese EggPlant, che vede tra i partner anche l’Università di Bari e le aziende CSQA, RL Engineering, Caseificio Colli Pugliesi, Compost Natura e la rete di laboratori pubblici di ricerca Microtronic, coordinata dall’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del CNR.

Il programma di ricerca Biocosì – spiegano i ricercatori – presenta un duplice aspetto innovativo: da un lato, il processo di separazione a membrana sviluppato dall’Enea nel Centro ricerche di Brindisi per il frazionamento del siero di latte, che consente sia il recupero differenziato di tutte le componenti (sieroproteine/peptidi, lattosio e sali minerali) e di acqua ultrapura; dall’altro, la partnership tra EggPlant ed Enea per la produzione di una bioplastica biodegradabile a base PHA (poliidrossialcanoati) ottenuta dal lattosio estratto dai reflui, con benefici anche in termini di riduzione degli inquinanti dell’industria casearia.

“Un progetto ispirato ai principi dell’economia circolare con l’obiettivo ‘zero rifiuti a fine processo’ – così lo definisce Valerio Miceli della Divisione Biotecnologie e agroindustria dell’Enea -, che risponde non solo ad esigenze di natura etica e ambientale, ma anche economiche, legate ai costi elevati dello smaltimento dei reflui caseari, consentendo oltretutto di tagliare di circa il 23% il costo unitario di produzione del biopolimero”.

Oltre ad occuparsi del processo di estrazione del lattosio e dei peptidi bioattivi da impiegare come integratori nei nuovi prodotti e fornire supporto tecnico scientifico per la messa a punto della produzione di bioplastica (PHA – poliidrossialcanoati) per via fermentativa, Enea avrà anche il compito della successiva caratterizzazione del biopolimero.

Segnalata tra le dieci migliori imprese nell’ambito del Premio per lo Sviluppo Sostenibile, EggPlant è una start-up fondata da Domenico Centrone, Vito Emanuele Carofiglio e Paolo Stufano per sviluppare un processo che consente di trattare e depurare acque reflue contenenti scarichi organici e di utilizzare i composti così ottenuti come materia prima per la sintesi di biopolimeri.

Fonte: Polimerica

Ercolini – Da centri riuso 100mila posti di lavoro

La campagna elettorale fino ad ora è stata poco attenta ai temi ambientali, ma è arrivato il momento di proporre un piano nazionale per i rifiuti e l’economia circolare che può generare 100mila posti di lavoro. Il messaggio ai partiti impegnati nelle corsa verso il voto del 4 marzo arriva da Rossano Ercolini, leader del movimento Zero Rifiuti, intervenuto a “Si può fare” su Radio 24.  Se vogliamo affrontare davvero il problema dei rifiuti e in particolare delle plastiche, spiega Ercolini, “ci vuole un Green Procurement, una corsia preferenziale per collocare le plastiche di pregio e cominciare a dismettere le plastiche di minor pregio.

Il problema dell’usa e getta deve trovare una Governance. Gradualmente cerchiamo di riprogettare i prodotti che non sono riciclabili compostabili”. Più in generale secondo Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Europe e Italy e coordinatore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero di Capannori, ci vuole “un piano nazionale del riciclo, della riparazione e del riuso. Senza i soldi pubblici queste filiere non possono svilupparsi” spiega Ercolini secondo il quale la strada da seguire è quella degli incentivi: “sono stati dati alle energie rinnovabili e agli inceneritori. Diamoli al riuso, alla riparazione e all’allungamento del ciclo di vita dei prodotti”. Anche perché un piano del genere potrebbe creare tantissimi posti di lavoro, 100mila nel solo settore del riuso: “lo dicono analisti indipendenti, non lo diciamo noi. A Lucca e Capannori – ricorda Ercolini – è nato un centro del riuso con 14 persone impiegate. Se moltiplichiamo per tutti e gli ottomila comuni italiani otteniamo circa 100mila posti di lavoro possibili”.

Fonte: La valle dei Templi

I live green, un concorso video per condividere le tue “azioni verdi”

Ispra e l’Agenzia Europea per l’Ambiente premiano i migliori video per aiutare l’Ambiente.
Come sei arrivato al lavoro o a scuola oggi? In auto, in bicicletta o con i mezzi pubblici? Ogni giorno prendiamo decisioni che possono avere un impatto sull’ambiente. Alcune delle nostre decisioni quotidiane sono sforzi consapevoli per vivere in un ambiente più pulito e più sano. Il concorso video “I LIVE GREEN”, ideato dagli NRC for Communication di ISPRA e organizzato dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) insieme alla rete di partner, invita tutti gli europei a mostrare la loro creatività e a condividere le loro azioni per aiutare l’ambiente. I migliori video riceveranno un premio in denaro.

Quello che mangiamo e compriamo, come ci muoviamo o riscaldiamo le nostre case, e molte altre grandi e piccole scelte hanno un impatto sull’ambiente e sulla nostra salute. Nel concorso video “I LIVE GREEN”, gli europei possono condividere le loro azioni verdi attraverso brevi video, votare per i migliori filmati e incoraggiare gli altri a fare ancora di più.

Mentre puoi intraprendere azioni ecologiche in quasi tutte le aree della tua vita, “I LIVE GREEN” si concentra su quattro argomenti:

1. Cibo sostenibile

Il cibo nutriente è essenziale per una vita sana. Tuttavia, la produzione alimentare richiede risorse preziose, come terra e acqua. Ogni volta che sprechiamo cibo, sprechiamo anche queste risorse. Inoltre, pesticidi e fertilizzanti possono avere un impatto sul suolo e sulle falde acquifere. Come ridurre gli impatti ambientali del cibo sul piatto?

2. Aria pulita

Molte attività economiche dai trasporti all’agricoltura rilasciano inquinanti atmosferici. Tuttavia, le nostre abitudini quotidiane possono contribuire a migliorare la qualità dell’aria e migliorare la nostra salute e la qualità della vita. Quali sono le scelte che fai per contribuire all’aria più pulita?

3. Acqua pulita

I nostri laghi, fiumi e mari sono sottoposti a numerose pressioni, tra cui il cambiamento climatico e l’inquinamento. In molte regioni in tutta Europa, utilizziamo le nostre riserve di acque sotterranee più velocemente di quanto possano essere reintegrate. Queste pressioni hanno impatti sulla natura e sulla nostra salute. Come possiamo aiutare a mantenere le risorse idriche pulite e libere dall’inquinamento?

4. Rifiuti minimi

Le cose che acquistiamo spesso hanno una durata limitata, ma ci sono modi per evitare che finiscano in discarica. Forse puoi mostrare agli altri un buon esempio di riutilizzo, riparazione o riciclaggio di qualcosa?

 

Regole di partecipazione

Link per l’invio dei video

 

Nota bene:

Le iscrizioni apriranno il 1 ° dicembre 2017.

Le richieste chiudono il 31 marzo 2018.

Il voto pubblico apre il 1 ° maggio 2018.

Il voto pubblico si chiude il 31 maggio 2018.

I vincitori verranno annunciati il 5 giugno 2018.

 

I premi

I vincitori di ciascuna categoria (cibo sostenibile, aria pulita, acqua pulita e rifiuti minimi) riceveranno un premio in denaro di 1000 euro. Il premio Public Choice, scelto tramite il voto online, è di 500 euro.

 

Per maggiori informazioni contattare gli NRC for Communication Italia: