End of waste, il Consiglio di Stato: non spetta alle regioni stabilire i criteri

Il Consiglio di Stato mette la parola fine alla lunga querelle sulla definizione di criteri “end of waste” per la cessazione della qualifica di rifiuto. È stata pubblicata ieri, 28 febbraio, la sentenza n. 1129/2018 con la quale i giudici della IV sezione hanno stabilito che spetta allo Stato e non alle Regioni il potere di individuare, sulla base di analisi caso per caso e ad integrazione di quanto già previsto dalle direttive comunitarie, le ulteriori tipologie di materiale da non considerare più come rifiuti ma come “materia prima secondaria” a valle delle operazioni di riciclo.

Un provvedimento che potrebbe avere ricadute pesanti sul mondo della green economy. «La competenza esclusiva dello Stato di decidere caso per caso, con notifica della decisione assunta alla Commissione Europea – spiega Tiziana Cefis, consulente ambientale, tra i maggiori esperti in materia a livello nazionale – comporta tempi biblici incompatibili con le esigenze degli imprenditori».  Il rischio, infatti, è che si paralizzi il rilascio delle autorizzazioni per il riciclo di tutte le categorie di rifiuto che non siano già contemplate da criteri “end of waste” nazionali o comunitari (ovvero rottami, vetro, rame e combustibili solidi da rifiuto) o contenute nel decreto del Ministero dell’Ambiente del 5 febbraio 1998, che stabilisce i parametri guida di circa 200 procedure di recupero per altrettante tipologie di rifiuti. Si tratta in realtà di procedure “agevolate”, nate per permettere alle imprese, in particolare condizioni, di riutilizzare i propri scarti di produzione, ma l’elenco viene utilizzato ormai da venti anni da province e regioni come testo di riferimento anche per valutare le richieste di autorizzazione per gli impianti di riciclo.

Così succede che se un progetto per un impianto di riciclo prevede la trasformazione di una tipologia di rifiuto non contemplata dall’elenco del ’98, in assenza di un apposito criterio “eow” la procedura autorizzativa nella maggior parte dei casi si arena. E se si considera il fatto che negli ultimi venti anni l’elenco non è mai stato aggiornato tenendo conto dell’evolversi delle tecnologie per il riciclo e dei nuovi studi sulle proprietà dei materiali, si fa presto a capire come queste impasse finiscano quasi sempre per penalizzare i progetti di riciclo più ambiziosi e innovativi. Uno stato di cose sul quale la sentenza del Consiglio di Stato potrebbe calare come una autentica pietra tombale. Il tutto proprio mentre l’Europa si prepara ad adottare il nuovo, ambizioso pacchetto di misure sull’Economia Circolare che chiederà agli Stati membri di spingere sempre di più su riuso e riciclo. «Non si può che constatare – prosegue Cefis – la debolezza di un sistema che a parole declama l’importanza dell’end of waste come strumento necessario e imprescindibile dell’economia circolare, ma nei fatti non consente alle imprese del settore del recupero di investire in innovazionecon la certezza di poter vedere autorizzato un ciclo di recupero tecnologicamente avanzato».

La vicenda che sta dietro la sentenza del Consiglio di Stato è emblematica. Il provvedimento infatti è giunto al termine di un procedimento partito nel 2016, con un ricorso presentato dal consorzio Contarina contro la Regione Veneto, che nell’agosto di quell’anno aveva negato l’autorizzazione al riciclo all’impianto sperimentale di recupero materia dai prodotti assorbenti costruito dal consorzio in partnership con Fater a Lovadina di Spresiano, in provincia di Treviso. Un impianto tuttora unico al mondo nel suo genere, capace di recuperare da una tonnellata di prodotti assorbenti usati ben 150kg di cellulosa, 75kg di plastica e 75kg di polimero super assorbente. Secondo la Regione, però, dal momento che non esiste ancora uno specifico criterio “end of waste” sui prodotti assorbenti, il processo di riciclo di Contarina non avrebbe potuto essere valutato né tanto meno autorizzato.

Non secondo i giudici del Tar Veneto, che nel dicembre 2016 avevano dato ragione a Contarina, annullando la delibera di giunta regionale con la quale era stata negata l’autorizzazione all’impianto. Il provvedimento di primo grado, però, è stato ribaltato dal Consiglio di Stato, che nella sentenza pubblicata ieri sconfessa anche il Ministero dell’Ambiente. Con una circolare datata luglio 2016 e firmata dal direttore generale Mariano Grillo, il ministero aveva infatti comunicato come «in via residuale, le Regioni – o gli enti da queste individuati – possono, in sede di rilascio dell’autorizzazione prevista agli articoli 208, 209 e 211, e quindi anche in regime di autorizzazione integrata ambientale (Aia), definire criteri end of waste previo riscontro della sussistenza delle condizioni indicate al comma I dell’articolo 184-ter, rispetto a rifiuti che non sono stati oggetto di regolamentazione dei succitati regolamenti comunitari o decreti ministeriali».

Il Consiglio di Stato ha invece osservato, alle luce dell’art. 6 della direttiva 19 novembre 2008 n. 2008/98/CE riguardante la “cessazione della qualifica di rifiuto” che la disciplina della cessazione della qualifica di “rifiuto” è riservata alla normativa comunitaria e che quest’ultima ha previsto che sia comunque possibile per gli Stati membri valutare altri casi di possibile cessazione. Tale prerogativa, si precisa nelle motivazioni della sentenza. compete tuttavia allo Stato e precisamente al Ministero dell’Ambiente, che deve provvedere con propri regolamenti.

In materia di cessazione della qualifica di rifiuto, insomma, saranno solo l’Ue e il Ministero dell’Ambiente a potersi pronunciare. Proprio sui prodotti assorbenti è attualmente all’esame di Bruxelles un decreto “end of waste” messo a punto nei mesi scorsi dal Ministero di concerto con i tecnici dell’Ispra. Alla luce della sentenza del Consiglio di Stato, solo con la sua pubblicazione l’impianto di Contarina potrà essere valutato e, infine, autorizzato. Curiosamente, solo qualche giorno fa proprio la Regione Veneto aveva approvato i primi indirizzi operativi per la definizione “caso per caso” di criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto. Un documento che avrebbe potuto fare da guida per tutte le altre Regioni dello Stivale e che adesso, invece, è solo carta straccia. «All’indomani della pubblicazione della Delibera della Regione Veneto – conclude Tiziana Cefis – la sentenza del Consiglio di Stato, benché da un punto di vista strettamente giuridico sia ineccepibile, rappresenta sicuramente un ostacolo al decollo dell’economia circolare, impedendo di fatto ad imprenditori coraggiosi di perfezionare cicli  di recupero innovativi al fine di ottenere materiali che hanno perso la qualifica di rifiuti».

Fonte: RiciclaNews

Olanda: il primo supermarket plastic free

La catena olandese di supermarket di alimentari biologici Ekoplaza ha inaugurato la scorsa settimana ad Amsterdam il suo primo negozio senza plastica. Come riferisce il Washington Post, tutti i 700 prodotti venduti nel negozio “Ekoplaza Lab” sono confezionati senza imballaggi plastici ma con vetro, metallo, carta o materiali biodegradabili e compostabili.

L’obiettivo è quello di ridurre drasticamente l’utilizzo di plastica, che, nel caso degli imballaggi alimentari ha una durata effimera di utilizzo ma un impatto ambientale di gran lunga superiore. L’azienda è arrivata all’apertura del negozio plastic-free dopo una collaborazione lunga 3 anni con la fondazione Plastic Soup Foundation e con la ONG A Plastic Planet.

L’obiettivo è quello di allargare l’esperimento in tempi rapidi agli altri 74 punti vendita. Intervistato da Ninkamarketing.it, Hans Van Mierlo, il marketing manager di Ekoplaza, ha espresso qualche perleplessità sulla reale replicabilità presso altre catene della GDO: «Ciò che abbiamo mostrato qui è fattibile, scalabile e conveniente per i clienti. Per noi qualcosa che si adatta alla nostra visione. Ma potrebbe essere una lunga strada da percorrere per altre catene di supermercati».

il sito ufficiale di Ekoplaza

Rifiuti, a che punto è la gestione dei Raee a 10 anni dal primo ritiro

Dieci anni fa, presso l’isola ecologica del Comune ligure di Tribogna, Remedia ha effettuato il primo ritiro di Raee (rifiuti elettrici ed elettronici) in assoluto in Italia: era il 24 gennaio 2008. Ancora oggi Remedia rappresenta uno dei principali sistemi collettivi nazionali per la gestione ecosostenibile di tutte le tipologie di Raee, pile, accumulatori e impianti fotovoltaici (e il primo in assoluto nella gestione di Raee pericolosi, con circa 55.000 tonnellate gestite nell’ultimo anno), ma i numeri gestiti sono molto diversi da allora. Dalle prime stime, diffuse oggi, durante il 2017 Remedia ha registrato il miglior risultato di sempre: 90.000 tonnellate di rifiuti elettronici gestiti, con un incremento del 34% rispetto al 2016 e un aumento di oltre il 400% a confronto con il 2008. In 10 anni sono state gestite complessivamente quasi 500.000 tonnellate di Raee con un beneficio economico stimato per il Paese da Remedia, in «termini di risparmio sulle importazioni di materie prime, di almeno 140 milioni di euro».

«Nel 2008 siamo stati il consorzio che ha tenuto a battesimo il sistema Raee, effettuando il primo servizio di ritiro di rifiuti elettronici in Italia e oggi, a 10 anni di distanza, siamo orgogliosi – dichiara Walter Rebosio, presidente di Consorzio Remedia (nella foto, ndr) – di aver raggiunto 500.000 tonnellate gestite e di chiudere il 2017 con un nuovo record annuale: 90.000 tonnellate rifiuti tecnologici raccolti e gestiti, di cui 55.000 tonnellate di Raee appartenenti ai raggruppamenti pericolosi».

Nel dettaglio, i numeri registrati dal Consorzio nel 2017 mostrano che i Raee domestici, ossia quelli generati dai nuclei famigliari, ammontano complessivamente a 73.200 tonnellate (+26% rispetto al 2016), a cui si aggiungono i Raee professionali, prodotti da aziende ed enti pubblici, pari a 6.900 tonnellate e, infine, ben 9.900 tonnellate di pile e accumulatori portatili, industriali e per veicoli (+186% rispetto all’anno precedente).

Fonte: GreenReport

Raccolta differenziata: in Italia copertura quasi totale

La raccolta differenziata in Italia si svolge con il contributo fondamentale dell’accordo quadro Anci- Conai. Lo confermano i dati del settimo rapporto sulla banca dati Anci-Conai, presentati oggi nella sede dell’Anci a Roma da Ivan Stomeo (delegato Anci ai rifiuti e sindaco di Melpignano), Giorgio Quagliuolo, (presidente del Conai) e Filippo Brandolini (vice presidente di Utilitalia) e dal vice segretario dell’Anci, Stefania Dota. Con loro, alcuni degli amministratori protagonisti delle migliori pratiche nei territori: il sindaco di Chieti Umberto Di Primio, il sindaco di Albairate Giovanni Pioltini, l’assessore alle Politiche del Territorio di Fiumicino, Ezio Di Genesio Pagliuca (fotogallery)
Il rapporto conferma la capillarità dell’accordo Anci-Conai, basato su convenzioni per la raccolta e l’avvio a riciclo dei rifiuti di imballaggio che interessano nel 2016 il 97,7% dei Comuni italiani (7.813) e il 99,5% della popolazione (60.314.369), con un aumento in quest’ultimo caso del 2% rispetto al 2015; inoltre, il 51% dei Comuni italiani ha almeno cinque convenzioni. (Scarica Rapporto integrale, leggi la sintesi).
Il rapporto evidenzia poi che i Comuni stipulano soprattutto convenzioni per il riciclo della plastica (consorzio Corepla) e del vetro (consorzio CoReVe), con rispettivamente il 99% e 91% della popolazione nazionale coinvolta; minore è la diffusione territoriale delle convenzioni per il recupero di alluminio (consorzio CiAl) e legno (consorzio Rilegno), che interessano circa il 64-65% della popolazione.
Il Nord si conferma la macro area con le più elevate performance di raccolta: qui si intercetta il 54% di tutta la raccolta conferita al Conai e si concentra il 56% degli importi totali riconosciuti dai consorzi. Anche il Centro e il Sud peraltro, con una resa media pro capite tra gli 86 e i 77 chili per abitante all’anno, fanno registrare dati confortanti. Nelle regioni delle isole si registra il contributo minore alle raccolte conferite al Conai (6,2% del totale) e la resa media pro capite più bassa (50 chili per abitante all’anno.
Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), nel 2016 sono stati ritirate nei punti di raccolta 283.075 tonnellate, con una riduzione dello 0,4% rispetto al 2015. Anche per questa categoria di rifiuti i risultati della raccolta variano sensibilmente sul territorio, sia dal punto di vista dei quantitativi che della composizione: le regioni del Nord-Ovest intercettano il 30% del totale nazionale (la Lombardia, da sola, quasi il 19%).
“Il rapporto – sostiene il delegato Anci ai rifiuti Ivan Stomeo – conferma gli importanti risultati raggiunti, ma ci dà anche la fotografia di un’Italia a due velocità. Un Nord sempre più veloce ed un Sud, invece, molto meno. Da questo quadro bisogna ripartire nello scrivere il nuovo accordo con il Conai. Dobbiamo sforzarci tutti quanti a portare tutte le regioni d’Italia allo stesso livello. Altro tema è il costo del servizio: è necessario potenziare il principio del “chi inquina paga”, perché attualmente il costo di gestione degli imballaggi non viene pagato da chi li produce ma dalla collettività, con la Tari. Abbiamo di fronte una bella sfida nello scrivere il nuovo accordo: una sfida in cui le nostre comunità dovranno essere protagoniste”.
“Il quadro presentato oggi ci offre l’immagine di una sensibilità crescente verso la raccolta differenziata e l’economia circolare, pur con difformità territoriali ”, ha sottolineato la vice segretaria dell’Anci Stefania Dota. “Il tema dei rifiuti è strategico per i Comuni e come associazione vogliamo perseguirlo rafforzando la nostra collaborazione con il Conai grazie a  misure sempre più efficaci il raggiungimento degli obiettivi fissati per la raccolta differenziata a livello nazionale”.
“La banca dati Anci-Conai – afferma il presidente del Conai Giorgio Quagliuolo – è ormai diventata un punto di riferimento per quanto riguarda i dati di gestione dei rifiuti urbani, in particolare di imballaggio. I dati sulla raccolta differenziata presentati quest’anno confermano la centralità dell’accordo quadro Anci-Conai per i Comuni italiani, in un’ottica di sussidiarietà rispetto al mercato. Per il futuro, consolideremo la nostra collaborazione con Anci, concentrandoci sulle aree con maggiori margini di crescita e dialogando in maniera più diretta con i Comuni”.
“Il rapporto presentato dimostra  – afferma il vice presidente di Utilitalia Filippo Brandolini –  che quando c’è la volontà si possono raggiungere risultati importanti in materia di raccolta differenziata e di riciclo rifiuti. Questi risultati sono il presupposto migliore per la sfida che ci pone il pacchetto per l’economia circolare. La filiera tra comuni, consorzi e aziende di gestione è un punto di partenza per lo sviluppo industriale del comparto. Sono questi stessi soggetti a poter testimoniare l’effettivo bisogno di impianti industriali e a poter valutare insieme i processi che possono portare alla loro realizzazione”.
Fonte: Anci.it

In Puglia si studiano biopackaging da scarti caseari

Avviato nell’ambito del bando della Regione Puglia Innonetwork e finanziato con 1,4 milioni di euro dal Programma Operativo Regionale POR-FESR 2014-2020, il progetto Biocosì punta a riutilizzare le acque reflue della filiera casearia per produrre una bioplastica biodegradabile e compostabile destinata all’imballaggio alimentare.

Un progetto sviluppato dall’Enea in collaborazione con la start-up pugliese EggPlant, che vede tra i partner anche l’Università di Bari e le aziende CSQA, RL Engineering, Caseificio Colli Pugliesi, Compost Natura e la rete di laboratori pubblici di ricerca Microtronic, coordinata dall’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del CNR.

Il programma di ricerca Biocosì – spiegano i ricercatori – presenta un duplice aspetto innovativo: da un lato, il processo di separazione a membrana sviluppato dall’Enea nel Centro ricerche di Brindisi per il frazionamento del siero di latte, che consente sia il recupero differenziato di tutte le componenti (sieroproteine/peptidi, lattosio e sali minerali) e di acqua ultrapura; dall’altro, la partnership tra EggPlant ed Enea per la produzione di una bioplastica biodegradabile a base PHA (poliidrossialcanoati) ottenuta dal lattosio estratto dai reflui, con benefici anche in termini di riduzione degli inquinanti dell’industria casearia.

“Un progetto ispirato ai principi dell’economia circolare con l’obiettivo ‘zero rifiuti a fine processo’ – così lo definisce Valerio Miceli della Divisione Biotecnologie e agroindustria dell’Enea -, che risponde non solo ad esigenze di natura etica e ambientale, ma anche economiche, legate ai costi elevati dello smaltimento dei reflui caseari, consentendo oltretutto di tagliare di circa il 23% il costo unitario di produzione del biopolimero”.

Oltre ad occuparsi del processo di estrazione del lattosio e dei peptidi bioattivi da impiegare come integratori nei nuovi prodotti e fornire supporto tecnico scientifico per la messa a punto della produzione di bioplastica (PHA – poliidrossialcanoati) per via fermentativa, Enea avrà anche il compito della successiva caratterizzazione del biopolimero.

Segnalata tra le dieci migliori imprese nell’ambito del Premio per lo Sviluppo Sostenibile, EggPlant è una start-up fondata da Domenico Centrone, Vito Emanuele Carofiglio e Paolo Stufano per sviluppare un processo che consente di trattare e depurare acque reflue contenenti scarichi organici e di utilizzare i composti così ottenuti come materia prima per la sintesi di biopolimeri.

Fonte: Polimerica

Ercolini – Da centri riuso 100mila posti di lavoro

La campagna elettorale fino ad ora è stata poco attenta ai temi ambientali, ma è arrivato il momento di proporre un piano nazionale per i rifiuti e l’economia circolare che può generare 100mila posti di lavoro. Il messaggio ai partiti impegnati nelle corsa verso il voto del 4 marzo arriva da Rossano Ercolini, leader del movimento Zero Rifiuti, intervenuto a “Si può fare” su Radio 24.  Se vogliamo affrontare davvero il problema dei rifiuti e in particolare delle plastiche, spiega Ercolini, “ci vuole un Green Procurement, una corsia preferenziale per collocare le plastiche di pregio e cominciare a dismettere le plastiche di minor pregio.

Il problema dell’usa e getta deve trovare una Governance. Gradualmente cerchiamo di riprogettare i prodotti che non sono riciclabili compostabili”. Più in generale secondo Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Europe e Italy e coordinatore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero di Capannori, ci vuole “un piano nazionale del riciclo, della riparazione e del riuso. Senza i soldi pubblici queste filiere non possono svilupparsi” spiega Ercolini secondo il quale la strada da seguire è quella degli incentivi: “sono stati dati alle energie rinnovabili e agli inceneritori. Diamoli al riuso, alla riparazione e all’allungamento del ciclo di vita dei prodotti”. Anche perché un piano del genere potrebbe creare tantissimi posti di lavoro, 100mila nel solo settore del riuso: “lo dicono analisti indipendenti, non lo diciamo noi. A Lucca e Capannori – ricorda Ercolini – è nato un centro del riuso con 14 persone impiegate. Se moltiplichiamo per tutti e gli ottomila comuni italiani otteniamo circa 100mila posti di lavoro possibili”.

Fonte: La valle dei Templi

I live green, un concorso video per condividere le tue “azioni verdi”

Ispra e l’Agenzia Europea per l’Ambiente premiano i migliori video per aiutare l’Ambiente.
Come sei arrivato al lavoro o a scuola oggi? In auto, in bicicletta o con i mezzi pubblici? Ogni giorno prendiamo decisioni che possono avere un impatto sull’ambiente. Alcune delle nostre decisioni quotidiane sono sforzi consapevoli per vivere in un ambiente più pulito e più sano. Il concorso video “I LIVE GREEN”, ideato dagli NRC for Communication di ISPRA e organizzato dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) insieme alla rete di partner, invita tutti gli europei a mostrare la loro creatività e a condividere le loro azioni per aiutare l’ambiente. I migliori video riceveranno un premio in denaro.

Quello che mangiamo e compriamo, come ci muoviamo o riscaldiamo le nostre case, e molte altre grandi e piccole scelte hanno un impatto sull’ambiente e sulla nostra salute. Nel concorso video “I LIVE GREEN”, gli europei possono condividere le loro azioni verdi attraverso brevi video, votare per i migliori filmati e incoraggiare gli altri a fare ancora di più.

Mentre puoi intraprendere azioni ecologiche in quasi tutte le aree della tua vita, “I LIVE GREEN” si concentra su quattro argomenti:

1. Cibo sostenibile

Il cibo nutriente è essenziale per una vita sana. Tuttavia, la produzione alimentare richiede risorse preziose, come terra e acqua. Ogni volta che sprechiamo cibo, sprechiamo anche queste risorse. Inoltre, pesticidi e fertilizzanti possono avere un impatto sul suolo e sulle falde acquifere. Come ridurre gli impatti ambientali del cibo sul piatto?

2. Aria pulita

Molte attività economiche dai trasporti all’agricoltura rilasciano inquinanti atmosferici. Tuttavia, le nostre abitudini quotidiane possono contribuire a migliorare la qualità dell’aria e migliorare la nostra salute e la qualità della vita. Quali sono le scelte che fai per contribuire all’aria più pulita?

3. Acqua pulita

I nostri laghi, fiumi e mari sono sottoposti a numerose pressioni, tra cui il cambiamento climatico e l’inquinamento. In molte regioni in tutta Europa, utilizziamo le nostre riserve di acque sotterranee più velocemente di quanto possano essere reintegrate. Queste pressioni hanno impatti sulla natura e sulla nostra salute. Come possiamo aiutare a mantenere le risorse idriche pulite e libere dall’inquinamento?

4. Rifiuti minimi

Le cose che acquistiamo spesso hanno una durata limitata, ma ci sono modi per evitare che finiscano in discarica. Forse puoi mostrare agli altri un buon esempio di riutilizzo, riparazione o riciclaggio di qualcosa?

 

Regole di partecipazione

Link per l’invio dei video

 

Nota bene:

Le iscrizioni apriranno il 1 ° dicembre 2017.

Le richieste chiudono il 31 marzo 2018.

Il voto pubblico apre il 1 ° maggio 2018.

Il voto pubblico si chiude il 31 maggio 2018.

I vincitori verranno annunciati il 5 giugno 2018.

 

I premi

I vincitori di ciascuna categoria (cibo sostenibile, aria pulita, acqua pulita e rifiuti minimi) riceveranno un premio in denaro di 1000 euro. Il premio Public Choice, scelto tramite il voto online, è di 500 euro.

 

Per maggiori informazioni contattare gli NRC for Communication Italia:

Zero Waste Movement: novità made in USA

Si tratta di una comunità di attivisti che propugnano attraverso internet e i social media la riduzione od eliminazione totale della produzione di rifiuti

Gli Stati Uniti sono il regno del consumismo e dello spreco, e producono una quantità incredibile di spazzatura di ogni tipo, che inquina l’ambiente e produce gas serra CO2, a causa dell’energia richiesta per il trasporto, lo smaltimento e il riciclo. Ma per reazione, negli Usa è nato anche lo Zero Waste Movement, il Movimento Rifiuti Zero. Una comunità di attivisti che propugnano attraverso internet e i social media la riduzione od eliminazione totale della produzione di rifiuti, attraverso un attento stile di vita.

Instagram, in particolare, è diventato il regno di una serie di influencer che, con belle foto e didascalie, raccontano tutti i giorni ai follower le tecniche per vivere producendo pochi rifiuti, e quei pochi tutti riciclabili. Il sito ambientalista TreeHugger ha provato a fare un elenco delle star dello Zero Waste sul social network.

Heather White di “Intentionalism” posta foto coloratissime che insegnano a fare candele di cera di soia e sciroppo di sambuco per i bambini. Tutti prodotti fatti in casa, molti con ingredienti coltivati nel proprio orto, evitando di comprare nei supermarket prodotti avvolti in chili di imballaggi.

Su “Going Zero Waste”, Kathryn Kellog racconta del suo timore quando chiede ai negozianti di poter usare le sue retine per l’ortofrutta, evitando di usare i sacchetti di plastica (oggetto di recenti polemiche in Italia). “Io penso, ‘e se dicono di no?’. Ma sapete una cosa? Quasi sempre mi sento rispondere ‘Che grande idea!’. La maggior parte delle persone è molto favorevole e recettiva all’idea di portarsi il proprio contenitore”.

La “Zero Waste Nerd” Megean Weldon di Kansas City propone ogni giorno una piccola azione per ridurre i rifiuti. Ad esempio, il 10 gennaio ha proposto di rifiutare cortesemente i gadget inutili (penne, tazze, magliette). Jonathan Levy di Los Angeles, ribattezzato “Zero Waste Guy”, si è preso invece la missione di denunciare gli sprechi di cibo. Il suo profilo Instagram abbonda di foto incredibili di frutta e verdura ancora commestibili buttate nei cassonetti.

Celia Ristow di “Go Litterless” insegna come fare regali usando solo oggetti compostabili e riciclati, mentre su “Girl Gone Green” Manuela Baron racconta come mantenere uno stile di vita a rifiuti zero anche viaggiando per il mondo.

E in Italia? Per chi vuole ridurre i rifiuti casalinghi, ci sono i due vademecum “Io non spreco”, sul sito www.politicheagricole.it del Ministero delle politiche agricole che ha anche premiato con 500mila euro progetti innovativi contro lo spreco alimentare, e “Waste Notes”, scaricabile dal sito della campagna www.sprecozero.it. Dritte anche sui libri: “Zero rifiuti in casa” di Bea Johnson, “Rifiuti zero” di Paul Connet, “Zero rifiuti” di Marinella Correggia, “Impatto zero” di Linda Maggiori, “Vivere a spreco zero” di Andrea Segrè.

Fonte: E-Gazette

Premiate a Davos cinque idee di packaging sostenibile

Durante il Forum Economico Mondiale di Davos, che si tiene in questi giorni in Svizzera, Ellen MacArthur Foundation (EMF) e NineSigmahanno annunciato cinque nuovi vincitori del New Plastics Economy Innovation Prize, premio alle innovazioni sviluppate da privati, progettisti scienziati o imprenditori con l’obiettivo di sviluppare imballaggi capaci di contrastare la dispersione di materie plastiche nell’ambiente marino e favorire l’economia circolare.

DUE SFIDE DA 1 MILIONE DI DOLLARI. Due le sezioni previste, ognuna con un montepremi di un milione di dollari, finanziato da Wendy Schmidt, filantropa e sponsor principale dell’iniziativa New Plastics Economy. Nel Circular Design Challenge (premiato lo scorso ottobre) i ricercatori sono stati invitati a ripensare e riprogettare gli imballaggi per minimizzare i rifiuti plastici. Si tratta di quelle confezioni, spesso di piccolo formato come flaconi di cosmetici, film da imballaggio, cannucce o coperchi di tazze monouso, che oggi vengono scarsamente riciclate e che sono quindi suscettibili di dispersione nell’ambiente.
La seconda sfida lanciata da EMF, Circular Materials Challenge – oggetto della premiazione a Davos -, punta invece a sviluppare tecnologie e materiali per rendere tutti gli imballaggi in plastica riciclabili o compostabili, soprattutto i packaging multimateriale e multistrato, più complessi da gestire a fine vita.
Ai cinque vincitori del Circular Materials Challenge , selezionati in collaborazione con NineSigma, sono stati assegnati premi da 200.00 euro ognuno e l’accesso per dodici mesi all’incubatore tecnologico gestito da Think Beyond Plastic.

Davos VTT

I VINCITORI. L’University of Pittsburgh è stata premiata dalla Giuria per l’applicazione delle nanotecnologie allo sviluppo di un materiale riciclabile in grado di sostituire le strutture multistrato degli imballaggi flessibili utilizzate per buste e pouches per alimenti, più difficili, se non impossibili, da riciclare. La soluzione si ispira al modo in cui la natura utilizza un numero limitato di strutture molecolari per creare una grande varietà di materiali. La struttura si basa su un solo polimero, il polietilene (facilmente riciclabile), funzionalizzato in modo differente per ogni strato, grazie ad una modifica a livello nanometrico.
La spagnola Aronax Technologies si è classificata nella top-five per lo sviluppo di un additivo magnetico destinato all’imballaggio di prodotti sensibili come caffè e farmaci, in sostituzione del rivestimento di alluminio. A base di silicati e ossidi di ferro, l’additivo migliora la barriera a ossigeno, ma la ridotta quantità necessaria rende il materiale riciclabile e, eventualmente, anche compostabile. Le proprietà magnetiche ne consentono, in ogni caso, una facile identificazione e separazione negli impianti di selezione e riciclo di imballaggi.

Fraunhofer Institute for Silicate Research (ISC)

Full Cycle BioplasticsElk Packaging e Associated Labels and Packaging si dividono il premio da 200mila dollari per un materiale compostabile a base PHA (poli-idrossi-alcanoati) per imballaggio multistrato ottenuto da materie prime rinnovabili, sottoprodotti dell’agricoltura e residui alimentari, indicato per imballare una vasta gamma di prodotti che vanno dalle barrette di cereali ai salatini, fino ai detersivi per le lavatrici.
Il centro di ricerca finlandese VTT ha ottenuto il riconoscimento per un multistrato per imballaggi basato su un materiale cellulosico ‘simil-plastica’ ottenuto da sottoprodotti agricoli e forestali. Infine, il quinto premio è stato assegnato al Fraunhofer Institute for Silicate Research (ISC) per un nuovo rivestimento compostabile in silicato e biopolimeri che può essere utilizzato per proteggere imballaggi alimentari base bioplastica da una prematura degradazione, aumentando così la shelf-life del contenuto.

Fonte: Polimerica.it

Seconda indagine EuPC sulle plastiche riciclate

Aziende trasformatrici chiamate a rispondere al questionario. I risultati saranno presentati a maggio durante l’assemblea annuale di EuPC in programma a Milano.

EuPC, Federazione europea delle aziende trasformatrici di materie plastiche, ha lanciato il 22 gennaio la seconda edizione dell’indagine online sull’impiego di plastica riciclata nelle aziende del settore (escluso autoconsumo), al fine di valutare il potenziale di crescita e gli ostacoli allo sviluppo.

Le aziende trasformatrici che vogliono partecipare al sondaggio hanno tempo fino a maggio per compilare il questionario ospitato nel sito internet della società di consulenza Polymer Comply Europe (PCE), disponibile in sette lingue europee tra cui l’italiano.

I risultati saranno presentati in occasione dell’Assemblea annuale di EuPC, in programma il 24 e 25 maggio 2018 a Milano, durante il convegno “A circular Future with Plastics”.

I risultati della prima indagine erano stati diffusi nell’ottobre dell’anno scorso (leggi articolo); in quell’occasione, il questionario online era stato compilato da 485 aziende di 28 diversi paesi. Qualità del materiali riciclati, scarso supporto fornito dai clienti dei trasformatori nel favorire l’impiego di materiali rigenerati e un quadro normativo inadeguato erano risultati i tre principali limiti allo sviluppo del riciclo evidenziati dai partecipanti all’indagine.

Per partecipare al sondaggio: EuPC Survey on the Use of rPM by Plastics Converters

Fonte: Polimerica.it