Regione Lazio: presentate le linee guida per il nuovo Piano Regionale

L’economia Circolare diventa il perno attorno al quale si redigerà il nuovo Piano Regionale. E’ quanto si evince dalla nota diffusa dalla Regione Lazio:

Piano regionale rifiuti 2019 – 2025: da un’economia lineare a un’economia circolare. Un atto importante che darà un forte impulso alla svolta sostenibile del Lazio, e si inserisce in un’iniziativa organica che il Lazio ha intrapreso con tante diverse azioni concrete: come quella della lotta all’inquinamento dell’aria, della guerra ai rifiuti plastici, al sostegno alle imprese green. L’approvazione in Consiglio avverrà entro luglio 2019.

Un lavoro che va avanti insieme ad altre istituzioni, a partire dal Ministero per l’Ambiente e alla rete dei Comuni del Lazio, ma che coinvolge anche il tessuto produttivo, le associazioni, e naturalmente i cittadini.      

Un’alleanza tra Stato, istituzioni locali, imprese e cittadini per affermare un modello di sviluppo incentrato sulla sostenibilità, sul rispetto dell’ambiente, sull’uso consapevole delle risorse. Un impegno etico, ma anche una grande occasione di crescita duratura.

Dalla Regione Lazio un grande passo in avanti in questa direzione: il nuovo piano rifiuti è stato approvato nei tempi previsti.

Cinque grandi azioni, con l’obiettivo di far entrare il Lazio in una dinamica virtuosa di economia circolare: 

  1. 70% di differenziata entro il 2025: sosterremo con 57 milioni nei prossimi tre anni isole ecologiche e impianti di compostaggio e con il passaggio alla Tarip (Tariffa puntuale) entro il 2020 per tutti i Comuni. “Chi produce meno rifiuti, meno paga”.
  2. Riduzione dei rifiuti Riduzione del 50% del fabbisogno di conferimento in discarica e inceneritori.
  3. Riconversione di Colleferro abbiamo previsto la riconversione dell’impianto di termovalorizzazione di Colleferro, una delle aree a maggior tasso d’inquinamento del Lazio, puntando sulla realizzazione di un presidio industriale altamente tecnologico e senza impatto ambientale.
  4. Stop all’export dei rifiuti Ogni territorio – come avviene in tutta Italia e in tutta Europa e come prevedono la legge e le normative europee – deve chiudere il ciclo dei rifiuti all’interno del proprio territorio.
  5. Lotta senza quartiere ai reati ambientali legati ai rifiuti. Un fatto che, purtroppo, riguarda anche la nostra regione.

 

Proprio il punto 4 di quelli previsti aprirà un confronto con Roma Capitale: “Di fronte al trend e ai ritmi attuali, al fatto poi che ogni 20 giorni devo cercare un presidente di regione che prenda i rifiuti di Roma – ha detto Zingaretti – abbiamo il dovere morale di indicare le soluzioni più congrue e cioè che una città di tre milioni di abitanti deve avere un sito dove far conferire materiale trattato”.

Economia Circolare – Da Davos l’allarme: siamo in ritardo, ma l’AI ci può aiutare

Il  Rapporto “The Circularity Gap Report 2019”  di Circle Economy, un think tank olandese sostenuto dall’UNEP e dal Global Environment Facility, è stato presentato all’annuale  World Economic Forum di Davos (22-25 gennaio 2019)

Ispirato nella forma al Rapporto sul divario delle emissioni delle Nazioni Unite, il Circularity Gap Report fornisce un quadro e una base di dati per misurare e monitorare i progressi nel colmare il divario, anno dopo anno. La nostra economia mondiale è circolare solo al 9,1%, lasciando un enorme “divario di circolarità”. Questa statistica allarmante è l’output principale di questo primo rapporto sulla circolarità, in cui viene lanciata una metrica per lo stato circolare del pianeta.

La chiusura del gap di circolarità è un obiettivo strumentale, che persegue quello più alto di prevenire un ulteriore e accelerato degrado ambientale e disuguaglianza sociale. La transizione verso la circolarità è, quindi, un mezzo per un fine. Come modello multi-stakeholder, un’economia circolare ha la capacità di unire una comunità globale dietro un’agenda d’azione, impegnata e potenziata sia collettivamente che individualmente. Il suo approccio sistemico aumenta la capacità e la capacità di soddisfare le esigenze della società, abbracciando e approvando il meglio che l’umanità ha da offrire: il potere dell’imprenditorialità, dell’innovazione e della collaborazione.

La transizione circolare offre quindi misure attuabili per contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e dell’accordo di Parigi. Il nostro modello lineare non è più adatto allo scopo, fallendo sia per le persone che per il pianeta. Le strategie economiche circolari hanno il potenziale per essere strumentali nella spinta per mitigare gli impatti climatici associati, dato che la maggioranza (67%) delle emissioni globali di gas a effetto serra sono legate alla gestione dei materiali.

Nel rapporto si individuano 4 pratiche finalizzate a colmare il divario di circolarità:

  1. Costruire una coalizione globale per l’azione, composta da imprese in prima linea, governi, ONG e accademici, che inserirà e convocherà un autorevole rapporto annuale sullo stato circolare dell’economia globale e misurerà i progressi verso la sua attuazione
  2. Sviluppare un obiettivo globale e un’agenda di azione collaborando con tutte le parti interessate per concordare una chiara definizione degli obiettivi e l’allineamento con gli obiettivi di sviluppo sostenibile e gli obiettivi di riduzione delle emissioni.
  3. Tradurre gli obiettivi globali in percorsi locali per il cambiamento circolare, prendendo le direzioni generali e interpretandoli per gli Stati nazionali, i singoli settori, le catene di approvvigionamento, le regioni e le città per integrare le strategie nel loro contesto specifico e allinearsi agli incentivi e ai mandati.
  4. Migliorare la nostra comprensione di come leve differenti per il cambiamento circolare influenzano aspetti come il risparmio di materiale, la conservazione del valore e la mitigazione del clima. Considera inoltre pienamente le dinamiche del commercio internazionale e dell’occupazione, oltre alle implicazioni per l’istruzione, la formazione e le competenze future, sia per i giovani di oggi sia per le prossime generazioni di domani.

Nel Rapporto vengono formulate anche delle Raccomandazioni ai Governi per passare velocemente da un’economia lineare “Prendi, Produci, Usa e Butta” ad un’economia circolare che massimizzi l’utilizzo delle risorse esistenti, riducendo la dipendenza dalle materie prime vergini e, al contempo svolgono un’azione di mitigazione dei cambiamenti climatici. Tra queste:

– Abolire gli incentivi che incoraggiano l’uso eccessivo delle risorse naturali, come i sussidi per l’esplorazione, l’estrazione e il consumo dei combustibili fossili.

– Aumentare le tasse sulle emissioni, ma anche quelle sull’estrazione delle risorse e sulla produzione di rifiuti, ad esempio, implementando una tassa sul carbonio gradualmente crescente.

– Ridurre le tasse su lavoro, conoscenza e innovazione, e investire in questi settori. Una riforma fiscale in cui l’onere aggiunto sui prodotti ad alta intensità di risorse viene immediatamente compensato con una riduzione delle imposte sul lavoro, incoraggerà i settori ad alta intensità di lavoro di un’economia circolare, come i sistemi di recupero e riciclaggio.

 

Parallelamente al rapporto “The Circularity Gap Report 2019” la Ellen McArthur Foundation ha presentato “ARTIFICIAL INTELLIGENCE AND THE CIRCULAR ECONOMY”. Il fornisce una prima esplorazione dell’intersezione di due megatrend emergenti: l’intelligenza artificiale e l’economia circolare. Scritto in collaborazione con Google, e con il supporto analitico da McKinsey & Company, rappresenta un primo passo verso la comprensione di come AI potrebbe accelerare la transizione verso un’economia circolare. IL risultato è che si scopre che l’intelligenza artificiale può offrire sostanziali miglioramenti in tre aree principali: progettazione del prodotto, operazioni e ottimizzazione dell’infrastruttura.

La ricerca esamina l’applicazione dell’IA in due catene di valore: il cibo e l’elettronica di consumo. Il valore potenziale che l’utilizzo della AI nel ridisegnare il mercato del food in maniera circolare potrebbe arrivare a 127 miliardi di dollari all’anno nel 2030. Per l’elettronica di consumo l’asticella si posiziona attorno ai 90 miliardi di dollari. Le somiglianze essenziali tra le opportunità in queste due industrie suggeriscono che sono applicabili in tutta l’economia. Combinare la potenza dell’intelligenza artificiale con una visione per un’economia circolare rappresenterebbe una significativa, e ancora in gran parte inutilizzata, possibilità di sfruttare uno dei grandi sviluppi tecnologici del nostro tempo. (SC)

Scarica  “ARTIFICIAL INTELLIGENCE AND THE CIRCULAR ECONOMY” di Ellen McArthur Foundation

Scarica “The Circularity Gap Report 2019”

 

 

Vuoto a rendere in Europa: il rapporto di ACR+

Nel mezzo di rinnovate discussioni su come raggiungere l’efficienza delle risorse e promuovere l’economia circolare in Europa, gli incentivi al vuoto a rendere ed al cauzionamento degli imballi sono ormai argomento fisso nelle discussioni intorno a potenziali strumenti per aiutare a raggiungere obiettivi ambiziosi di raccolta e riciclo e combattere il littering. ACR + ha esplorato le esperienze esistenti con i sistemi di rimborso dei depositi in tutta Europa in un rapporto appena pubblicato, incentrato sulle confezioni delle bevande monouso.

Il piano d’azione per l’economia circolare dell’UE e la legislazione sui rifiuti recentemente riveduta stanno aprendo la strada a una vera economia circolare nell’UE. Affinché ciò si realizzi, è necessario attuare misure concrete a livello nazionale, regionale e locale nei prossimi anni. Sono possibili diversi strumenti e appalti e gli esperti e i responsabili politici sono alla ricerca di soluzioni per quanto riguarda la loro attuazione e i possibili effetti.

Tra gli strumenti possibili, attualmente oggetto di accese discussioni, ci sono sistemi di rimborso dei depositi in base ai quali un consumatore è invitato a pagare una somma di denaro – un “deposito” visibile ed evidenziato – oltre al prezzo del prodotto e può richiedere il rimborso dello stesso se lo riconsegna il prodotto (o la sua confezione vuota) in un punto di raccolta approvato.

Su richiesta dei suoi membri, ACR + ha esaminato l’applicazione dei sistemi di rimborso dei depositi per gli imballaggi di bevande monouso. ACR + ha esplorato esperienze esistenti in dieci paesi europei: Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Islanda, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia. Le informazioni sono state redatte in un rapporto intitolato “Sistemi di rimborso dei depositi per imballaggi di bevande monouso in Europa”. Basandosi su fatti e dati disponibili, il rapporto presenta una panoramica informativa degli esempi e degli approcci esistenti in Europa. Mira a supportare i responsabili politici nel prendere decisioni migliori e più informate.

Scarica il rapporto completo o i singoli casi di studio:
Croazia
Danimarca
Estonia
Finlandia
Germania
Islanda
Lituania
Paesi Bassi
Norvegia
Svezia

End of Waste – Legambiente e Kyoto Club: sventato il pasticcio, ora norme certe!

La normativa sull’End of Waste , ovvero quella che è chiamata a stabilire quando un rifiuto cessa di essere qualificato come tale, è in questo momento il crocevia da cui deve passare il futuro del riciclo in Italia. Abbiamo assistito alla protesta dei riciclatori durante Ecomondo, ne abbiamo parlato in convegni ed incontri pubblici. Abbiamo raccontato come il primo (ed al momento unico) impianto al mondo per il riciclo degli assorbenti ad uso umano (pannolini, pannoloni, assorbenti igienici) sia molto limitato, di fatto bloccato, a causa dell’assenza di una normativa. La norma era stata promessa ed effettivamente inserita nel programma politico del Ministro Costa. Ma così come era stata scritta, dopo lo stralcio dal “Decreto Semplificazioni” e l’inserimento nella Legge di Bilancio, la norma sull’End of Waste al termine di un processo di recupero, rischiava non solo di non essere utile, ma di portare con sé alcuni problemi aggiuntivi. Tanto da stimolare la discesa in campo di Legambiente e Kyoto Club 

«La semplificazione del riciclo dei rifiuti urbani e speciali, la normativa sul cosiddetto end of waste, deve essere reale ed efficace, al contrario di quanto si stava facendo con la legge di bilancio approvata definitivamente nei giorni scorsi con l’intervento maldestro del Parlamento. Bene ha fatto il ministro dell’Ambiente Sergio Costa a stralciare quell’articolo dalla manovra economica per farlo tornare dove era stato inizialmente previsto, cioè nel Decreto Semplificazioni. Il nostro augurio è che ora non si facciano ulteriori pasticci nel passaggio parlamentare complicando il testo governativo sulle materie prime seconde che va, invece, nella direzione giusta».

È l’appello lanciato dal presidente di Legambiente Stefano Ciafani e dal vice presidente del Kyoto Club Francesco Ferrante per tradurre finalmente in realtà la norma sull’end of waste sulle materie prime seconde, molte volte annunciata in questi mesi dal ministro dell’ambiente Sergio Costa.

Da diversi anni l’Italia, infatti, non riesce a semplificare le operazioni di riciclaggio dei rifiuti come richiesto dall’Europa con le ultime direttive europee sul tema. La mancata emanazione di decreti sul fine vita dei rifiuti che dovrebbero rendere più semplici, solo per fare due esempi, il riciclo dei pannolini (l’unico impianto al mondo per trattare i pannolini e avviarli a recupero di materia è stato realizzato in provincia di Treviso ma è fermo perché manca la norma che dovrebbe emanare il ministero dell’Ambiente) o il granulato dei pneumatici fuori uso (manca da anni il decreto per riciclarli ad esempio nella produzione degli asfalti per le strade o nella realizzazione dei campi sportivi), sta creando un corto circuito che rischia di aumentare i flussi di rifiuti che vanno in discarica o negli inceneritori. Anche la chiusura del mercato cinese all’importazione dei rifiuti dall’estero, che spesso ha fatto emergere traffici illegali, ha di fatto ingolfato il mercato italiano e serve creare urgentemente il mercato interno dei prodotti riciclati che con i decreti “end of waste” sarebbe molto più rilevante nei numeri e nelle applicazioni.

«Ci auguriamo che questa sia la volta buona per l’approvazione di una norma che faccia decollare definitivamente il riciclaggio dei rifiuti di provenienza domestica o produttiva come ci chiede il nuovo pacchetto di direttive europee sull’economia circolare, grazie alla semplificazione dell’iter autorizzativo – aggiungono Ciafani e Ferrante –. Non c’è più tempo da perdere se vogliamo evitare la realizzazione di altri termovalorizzatori come paventato dal vicepremier Matteo Salvini. Una sciagura per l’economia circolare italiana che dobbiamo evitare rendendo più economiche le politiche di prevenzione, più semplici le operazioni di riciclo, costruendo tanti nuovi impianti industriali per il recupero di materia, a partire da quelli per la frazione organica dei rifiuti nei moderni digestori anaerobici per la produzione di biometano, e favorendo veramente, come previsto dall’obbligatorietà per legge dei criteri ambientali minimi nelle gare pubbliche d’appalto, i prodotti realizzati con materiali da riciclo».  (S.C.)

Da problema a risorsa: il riciclo SMART dei pannolini

Esistono territori particolarmente virtuosi, in cui la raccolta differenziata dei rifiuti, grazie a scelte che hanno privilegiato il porta a porta e la tariffazione puntuale, ha raggiunto livelli ampiamente superiori all’80%. La provincia di Treviso, nello specifico il bacino del Priula, nella zona corrispondente all’area della Destra Piave, un territorio di 1.300 Kmq con un bacino di circa 554.000 abitanti, servito da Contarina Spa è uno di questi. Proprio in queste realtà estremamente virtuose salta all’occhio il problema dei pannolini, pannoloni e assorbenti igienici femminili rappresentando una gran parte del “secco residuo”, arrivando a superare il 10% del materiale residuo a valle della differenziata.
E proprio in questa zona si è sviluppata, grazie all’impegno di Fater Spa e della divisione Fater SMART[1] una sperimentazione di riciclo e trasformazione degli assorbenti per la persona usati che ha portato risultati stupefacenti, con percentuali di riciclo del 100% della materia prima vergine.
Ci racconta l’esperienza  Giovanni Teodorani Fabbri, General Manager FaterSMART.

Dott. Teodorani, cominciamo con le presentazioni. Chi siete?
L’unità di business di cui stiamo parlando si chiama FaterSMART, dove SMART sta per Sustainable Materials And Recycling Technologies. È una divisione di Fater Spa, l’azienda leader in Italia per la produzione e la distribuzione di prodotti assorbenti per la persona, come Pampers, Lines, Linidor, Tampax, una joint venture fra Procter & Gamble e Gruppo Angelini. FaterSMART è una unità di business nata per consentire l’espansione su scala industriale, in Italia e all’Estero, di una tecnologia unica al mondo e completamente italiana in grado di riciclare i prodotti assorbenti per la persona usati, come pannolini per bambini, assorbenti igienici femminili e pannoloni per incontinenti, di tutte le marche, che per semplicità chiameremo “pannolini”.
I pannolini che ora finiscono al 70% in discarica e ad incenerimento per il restante 30%, grazie a questa tecnologia potranno essere riciclati al 100% per essere trasformati in materie prime seconde ad alto valore aggiunto come plastica, cellulosa e polimero ultra-assorbente, che potranno essere reimmesse nel ciclo produttivo ed utilizzate per molteplici applicazioni. Siamo davanti ad un esempio concreto di economia circolare. Ad un’azienda cioè, che, leader al mondo nella produzione di pannolini, ha sviluppato e industrializzato una tecnologia che consente il riciclo dei propri prodotti che fino ad ora non erano riciclabili, prendendosi dunque completamente cura del fine-vita. E creando una fonte di valore significativo, perché le materie prime seconde derivanti dal riciclo potranno essere riutilizzate, creando un valore aggiunto per tutti.

Quali sono le percentuali di riciclo del materiali che entrano nell’impianto?
Per quanto riguarda il prodotto originale, possiamo senza dubbio parlare di un 100% di riciclo. Il 100% dei materiali che costituiscono il pannolino vergine viene riciclato e trasformato in materie prime seconde. Continuo a parlare di pannolino ma ricordo che i prodotti assorbenti per la persona comprendono, oltre ai pannolini per l’infanzia, anche i pannoloni per adulti e gli assorbenti femminili. Ecco per tutti questi prodotti arriviamo a riciclare il 100% della materia vergine. Ovviamente il prodotto usato che entra in impianto ha anche una componente umana. Per ogni tonnellata di prodotto usato, grossomodo il 70% del peso è rappresentato dalla componente umana e solo il 30% dal prodotto. Quindi per ogni tonnellata di rifiuto riusciamo a recuperare 300 Kg di materie prime.

Il primo step di un’economia circolare prevede la riprogettazione di prodotti non riciclabili ai fini di una loro reale riciclabilità. Qual è la vostra azione da questo punto di vista?

Da ormai più di dieci anni stiamo provando a limitare l’impatto ambientale dei nostri prodotti. Da prima che nascesse il progetto di riciclarli. Ogni anno circa il 4% del fatturato viene investito in ricerca e sviluppo per la realizzazione di prodotti innovativi e più sostenibili. Ad esempio tramite il design, riducendo l’impiego di materie prime; rendendoli più compatti a parità di performances per ottimizzare la logistica; limitando l’utilizzo della plastica e utilizzando plastica che sia riciclabile a valle. Per parlare di numeri: Negli ultimi 20 anni è stato ridotto del 45% il peso dei pannolini per bambini, del 68% il packaging e del 19% il peso nei pannoloni per incontinenza.
Il vostro impianto ha subito un blocco legato a questioni autorizzative. Ci racconta cosa è successo?

Per ogni categoria di prodotto, affinché i rifiuti possano essere riciclati c’è bisogno, almeno per quel che riguarda l’UE, di un decreto “end of waste”, che consenta alla materia prima seconda recuperata di non essere più considerata “rifiuto” al pari dello scarto riciclato e di poter essere dunque immessa sul mercato. Senza questo decreto, le materie prime seconde derivanti da questi prodotti continuano ad essere considerate rifiuti e non possono essere vendute. Semplificando, i decreti “end of waste” sono lo strumento legislativo che consente all’output del riciclo di trasformarsi da rifiuto in risorsa e di rendere concreto il concetto di “economia circolare”.
Nel nostro caso il decreto “end of waste” non c’è ancora. Probabilmente anche in virtù della novità rappresentata dalla tecnologia che abbiamo sviluppato che trasforma in risorsa un rifiuto fino ad oggi irriciclabile. Sappiamo che le istituzioni si stanno muovendo ed abbiamo ricevuto forti rassicurazioni dal Governo in tal senso, sia dal Ministro per l’Ambiente Sergio Costa che dal Vice Premier e Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio che è venuto in visita al nostro impianto. Quindi siamo fiduciosi sul fatto che la situazione si sblocchi il prima possibile.
Di fatto adesso l’impianto, pur essendo in grado di operare a livello industriale, è fermo. O meglio, può operare ma solo a livello sperimentale e comunque la materia prima seconda che esce dall’impianto non è rivendibile perché ancora considerato rifiuto. Fra l’altro la situazione non è solo un blocco per l’attività dell’impianto e per la vendita delle materie prime seconde. Abbiamo tante domande e tanti operatori interessati a replicare l’esperimento in altre regioni italiane, ma chiaramente stanno tutti aspettando che il decreto venga approvato, perché senza la possibilità di rivendere le materie prime seconde l’investimento non sarebbe giustificato. È un blocco anche per la crescita industriale: l’impianto ha una capacità teorica di trattamento compresa fra le 20 e le 30 tonnellate di rifiuto al giorno. Attualmente non possiamo trattare più di 5 tonnellate al giorno. Meno del 20% della capacità…

Avete lavorato sulla riprogettazione dei vostri prodotti e sul loro riciclo. Qual è la prossima sfida?

Il prossimo passo, sperando che il decreto “end of waste” venga approvato, è quello di espanderci il più possibile oltre il bacino a cui fa riferimento questo primo impianto, che è quello servito da Contarina.
Ci stiamo espandendo anche all’estero, ed abbiamo ricevuto manifestazioni d’interesse per replicare l’impianto in Olanda, Inghilterra, Francia, e anche da nazioni al di fuori della Comunità Europea.

Inoltre stiamo lavorando alla seconda fase del nostro progetto, denominata “EMBRACED” e finanziata al 60% della Comunità Europea nell’ambito del programma Bio Based Industry Joint Undertaken parte di Horizon 2020, che consentirebbe di ricavare dal riciclo dei pannolini non solo plastica, cellulosa e polimero super assorbente, ma anche bio-chimici ad alto valore aggiunto. Fra questi anche i bio-stabilizzanti, che sono il prodotto attualmente usato in agricoltura per limitare l’impatto del riscaldamento climatico sulle coltivazioni. Quindi passeremmo da un problema per l’ambiente (il pannolino che attualmente finisce in discarica) a un prodotto che aiuta a ritardare l’impatto del riscaldamento climatico passando attraverso a meccanismi di economia circolare.

Lei sottolinea che il vostro impianto sorge nel bacino di Contarina, terra di eccellenza per modalità, quantità e qualità di raccolta differenziata. In quel bacino è prevista una raccolta dedicata per gli assorbenti per la persona.  Un impianto come il vostro riuscirebbe a sopravvivere in un altro contesto?

La buona notizia è che al di là di Contarina, in Italia sono già dodici milioni di cittadini che sono serviti dalla raccolta differenziata degli assorbenti ad uso umano. Circa il 20% della popolazione nazionale, dunque. Ed è un numero che aumenta ogni anno di circa un milione di unità.
Ma il tema non è e non può essere legato solo alla nostra tecnologia: affinché l’economia circolare si realizzi, al di là delle tecnologie, abbiamo bisogno di normative che la facilitino, che spingano i produttori a riprogettare i propri prodotti per limitarne l’impatto ambientali, che favoriscano sistemi di raccolta spinta, che permettano al mondo del riciclo di operare così da rappresentare appieno la risorsa sociale, economica ed ambientale che sono. Ma richiede anche e forse soprattutto l’impegno dei cittadini nel perseguire ed applicare buone pratiche.

[1] http://www.fatersmart.com

Plastica monouso addio, dal 2021 vietati piatti, cannucce e cotton fioc

Raggiunto l’accordo tra le istituzione dell’Unione europea; oltre al bando ci saranno anche obiettivi di riduzione. Plauso degli ambientalisti

Dopo oltre dodici ore di negoziato, le istituzioni Ue hanno raggiunto l’accordo che prevede restrizioni alla vendita e all’uso di oggetti monouso in plastica. Dal 2021 saranno vietati posate e piatti, cannucce, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso (come le scatole di fast food), oltre ai bastoncini di cotone per i prodotti dell’igiene tipo cotton fioc. Altri prodotti avranno obiettivi di riduzione. Per le bottiglie in Pet per bevande, per esempio, viene fissato un obiettivo vincolante di almeno il 25% di plastica riciclata dal 2025 in poi, calcolato come media per lo Stato membro.

Nel 2030 tutte le bottiglie di plastica dovranno rispettare un obiettivo di almeno il 30% di contenuto riciclato. Plaudono le Ong ambientaliste Break Free From Plastics e Rethink Plastics (cui aderiscono anche Client Earth, Eeb, Greenpeace e Friends of the Earth), secondo cui le nuove restrizioni sono “un precedente importante”, purché Paesi agiscano davvero. Inolte ritengono che le indicazioni su alcuni degli obiettivi restino “troppo vaghe”.

“Le nuove norme rappresentano un primo colpo significativo all’inquinamento da plastica – ha dichiarato Delphine Lévi Alvarès – , ma il loro impatto dipende dall’attuazione da parte dei nostri governi nazionali che devono agire immediatamente”.

“Gli europei sono consapevoli del fatto che parliamo di un problema enorme e l’Ue ha dimostrato coraggio nell’affrontarlo“, dichiara il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, considerato il ‘papà’ della direttiva. ” Ma – conclude – è anche importante sottolineare che, con le soluzioni concordate oggi, stiamo aprendo la strada a un nuovo modello di economia circolare”.

Fonte: E-Gazette

Verso una Economia realmente Circolare – Norme, Voci, Storie

Un volume di Associazione Comuni Virtuosi ed ESPER per spiegare e raccontare l’Economia Circolare attraverso interventi di esperti del settore, progetti, buone pratiche nazionali ed internazionali

La locuzione “Economia Circolare” è ormai di uso comune, compare in documenti ufficiali, sembra diventato un “mantra” politico-ambientalista. Troppo spesso, però, viene usata come uno slogan vuoto, come strumento di green-washing, senza la piena consapevolezza di cosa sia e cosa rappresenti.

In questo volume Associazione Comuni Virtuosi ed ESPER hanno cercato (e siamo convinti ci siano riusciti) di dare sostanza alla locuzione.

Partendo dalle Norme, raccontando cosa è l’Economia Circolare e come è cambiata la legislazione di settore nel breve volgere degli ultimi mesi, con il “Pacchetto Circular Economy” approvato dalla Unione Europea lo scorso luglio: quali norme sono state modificate, quali i nuovi obiettivi di riciclo e recupero.

Passando dalle Voci, interventi di esperti del settore che hanno fissato i confini del campo da gioco, parlando di Riprogettazione, Riuso, Riciclo, Ricerca, evidenziando quanto sia stato fatto e quali siano ad oggi le azioni indispensabili per raggiungere una vera circolarità del tessuto economico.

Arrivando infine alle Storie, il racconto di esperienze fattive e buone pratiche nazionali ed internazionali. Ovvero i protagonisti di esperienze circolari raccontano sé stessi e le proprie azioni, le difficoltà incontrate, i successi ottenuti, i risultati raggiunti. Cosa sia l’Economia Circolare ce lo racconta chi ha messo le mani “in pasta”. Perché se resta sulla carta, l’Economia Circolare resta una splendida, inutile, utopia.

“Verso una Economia realmente Circolare – Norme, Voci, Storie” può vantare le introduzioni di tre soggetti di spicco del mondo dell’ambientalismo Italiano: il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che fin dal suo discorso di insediamento si è dimostrato estremamente attento al tema specifico tanto da formare  una task-force ministeriale ad esso dedicata; Rossano Ercolini, Presidente di Zero Waste Europe, del Centro di Ricerca Rifiuti Zero e premio Goldman Environmental (il Nobel per l’ambiente); Marco Boschini, portavoce e coordinatore dell’Associazione Comuni Virtuosi.

“Da sempre siamo convinti che la condivisione sia la strada migliore per coinvolgere cittadini ed amministratori in un percorso virtuoso nella gestione dei rifiuti – dice Attilio Tornavacca, Direttore Generale di ESPER – Questo volume, il quarto di una collana che abbiamo iniziato tre anni fa, è il modo che abbiamo scelto per condividere riflessioni qualificate, analisi approfondite ed esperienze virtuose, in funzione della creazione di una nuova sensibilità e coscienza ambientale”

Verso una Economia realmente Circolare – Norme, Voci, Storie è un e-book a distribuzione gratuita. Per ottenerlo è sufficiente fare richiesta all’indirizzo mail info@esper.it 

La Regione Piemonte presenta le linee guida per la tariffazione puntuale

“Se vogliamo migliorare il sistema complessivo dei rifiuti piemontesi dobbiamo puntare sulla raccolta differenziata e sulla tariffa puntuale.”

Sono state queste le parole dell’Assessore all’Ambiente della Regione Piemonte Alberto Valmaggia all’EcoForum per l’economia Circolare del Piemonte organizzato da Legambiente.
Le parole dell’Assessore arrivano a seguito della presentazione dei dati sulla gestione rifiuti in Regione: Appena il 35,5% dei Comuni piemontesi raggiunge il 65% di raccolta differenziata previsto per legge e sono soltanto 36 su 1201 i Rifiuti Free, Comuni che oltre ad aver raggiunto il 65% di RD, producono meno di 75 kg pro capite l’anno di secco residuo, ovvero di rifiuti indifferenziati avviati a smaltimento.

Regione Piemonte ha scelto Ecoforum per presentare le nuove linee guida per la tariffazione puntuale, redatte in collaborazione il Consorzio Chierese Servizi, Consorzio Covar14, Pegaso 03 ed ESPER.

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Rifiuti Zero: il nuovo libro di Rossano Ercolini

Tutti noi abbiamo un’idea sbagliata dei rifiuti in Italia. Se pensiamo alle immagini dei cassonetti incendiati, degli scioperi dei netturbini che lasciano le strade sommerse di sacchi, se pensiamo alla tragedia della Terra dei fuochi e delle discariche fuori legge sparse in tutto il Paese dovremmo disperarci. Ma in realtà noi italiani siamo migliori di quello che crediamo… e ci raccontiamo. Lo dimostra la realtà di Rifiuti Zero, movimento civico e filosofia di vita che nasce da una realtà internazionale ma di cui Rossano Ercolini è il principale artefice in Italia. Grazie a uno sforzo «dal basso»di molte associazioni, il nostro Paese ha raggiunto un livello di raccolta differenziata superiore a quella di Inghilterra, Francia, e persino Danimarca e Olanda. Quindi si può vivere senza mandare tonnellate di rifiuti in inceneritori o in discarica, azzerando l’inquinamento che da essi deriva e non immettendo microplastiche nei mari? La risposta è sì, e questo libro ci indica un modello in dieci passi: dalla corretta raccolta differenziata porta a porta, al compostaggio che trasforma in fertilizzante il nostro umido, dal riciclo dei materiali al dare una seconda vita a molti nostri oggetti ed elettrodomestici, da una bolletta che premi con incentivi i cittadini virtuosi a una accorta politica degli imballaggi che li riduca all’origine o li renda compostabili.

Questa rivoluzione silenziosa è già in atto. Va verso un nuovo mondo pulito, e dipende da una nuova collaborazione responsabile e lungimirante fra cittadini, istituzioni e produttori. Perché mai come nel caso dei rifiuti, si può dire che il futuro del mondo è nelle nostre mani.

Rossano Ercolini, toscano, maestro elementare, è ideatore e responsabile del progetto «Passi concreti verso Rifiuti Zero». Si occupa attivamente di gestione dei rifiuti da 34 anni, in particolare il suo impegno è andato alla divulgazione dei rischi ambientali derivanti dagli inceneritori e a promuovere lo stile di vita a spreco zero. Per queste sue battaglie ha ricevuto nel 2013 il prestigioso Goldman Environmental Prize, il Nobel alternativo per l’ambiente, è stato ospite del presidente Obama e ha conquistato fama mondiale. Attualmente è presidente del Centro di Ricerca Rifiuti Zero e dell’associazione Zero Waste Europe. Presiede anche l’associazione Diritto al Futuro, ed è tra i principali fondatori della Rete Nazionale Rifiuti Zero. Oltre a numerosi articoli sull’argomento, ha pubblicato nel 2014 per Garzanti Non bruciamo il futuro.

Da imballaggi riciclabili a imballaggi riciclati il passo è lungo

Continuano ad aggiungersi nuove aziende e associazioni di categoria al fronte industriale che, dallo scorso anno, sta rendendo note le misure che verranno intraprese per ridurre l’impatto e le quantità di plastica utilizzata negli imballaggi. Le prime aziende che hanno annunciato impegni in tal senso su base volontaria, sono state noti brand che partecipano al programma The New Plastics Economy della Fondazione Ellen McArthur. Alcuni di loro, come Unilever hanno anche collaborato alla stesura del Piano di azione “NPE: Catalysing Action” del 2017 che ha ispirato molte delle misure annunciate.

L’impegno di massima che accomuna le aziende che si sono espresse ad oggi, consiste nel rendere tutti gli imballaggi utilizzati riciclabili, riusabili o compostabili al 2025. Altri impegni annunciati , prevalentemente correlati all’obiettivo riciclo, prevedono di utilizzare plastica riciclata negli imballaggi in percentuali che vanno da un minimo del 25%, passando per il 50% di Coca Cola per arrivare al 100% (come  Evian e Werner & Mertz ) e di contribuire alla creazione di un mercato di sbocco per il granulo da riciclo.

Le aziende stanno lavorando al perseguimento degli impegni annunciati a livello europeo e internazionale senza avere ancora ben chiaro come arrivarci. L’impresa si preannuncia  tutt’altro che facile alla luce dei contesti  profondamente diversi dei vari mercati in cui le aziende operano che riguarda anche i sistemi di gestione rifiuti.

Nei programmi di multinazionali come Coca Cola (World Without Waste), P&G (Ambition 2030), Unilever e Nestlè si accenna alla volontà di contribuire ad un miglioramento dei sistemi di raccolta rifiuti e soprattutto in quei paesi maggiormente responsabili della dispersione in mare dei rifiuti marini. Mancano però, anche in quelle sedi, indicazioni circa dove e come andare a farlo e soprattutto con quale ordine di investimenti.

Tra le azioni svelate alle quali le aziende stanno lavorando ce ne sono alcune che mi lasciano un pò perplessa perché rivelano la mancanza di una visione olistica e quindi di una progettazione sistemica.
Un esempio che chiarisce cosa intendo è quello di Unilever che, per risolvere le criticità collegate al fine vita dei sachet:  confezioni monodose di detergenti  in multimateriale  (facilmente dispersi nell’ambiente), ha deciso di investire in una nuova tecnologia di riciclo denominata  CreaSolv Process technology. Tale tecnologia verrà testata in un impianto pilota in Indonesia, uno dei cinque paesi che, con 1.300 tonnellate di rifiuti scaricati in mare ogni anno, contribuisce ad alimentare il marine litter.

Questa scelta, oltra ad essere un esempio su come le aziende tendano in genere a scavalcare azioni pioritarie della gerarchia dei rifiuti EU come prevenzione e riuso, solleva una serie di inevitabili domande che elenco. Ammesso che Unilever possa aprire degli impianti di riciclo basati su questa tecnologia nei paesi dove commercializza i sachet, come pensa la multinazionale di intercettare questi piccoli rifiuti senza un incentivo economico per chi li conferisce, e in mancanza di infrastrutture logistiche capillarmente diffuse sul territorio per gestire i flussi raccolti? Chi dovrebbe sviluppare, progettare e gestire l’avvio a riciclo di questo flusso di rifiuti e sostenerne i costi? Come fare in modo che siano disponibili le quantità necessarie per alimentare regolarmente gli impianti di riciclo e raggiungere economie di scala?

E infine, anche ammesso che si possano venire a creare questi presupposti, quale sarebbe l’impatto ambientale ed economico complessivo di questa scelta comparato con opzioni alternative di fornitura per piccole dosi di prodotto che potrebbero essere messe in campo?

Se fossi un decisore politico in uno dei paesi che non hanno infrastrutture di raccolta rifiuti chiederei alle aziende di presentare progetti di responsabilità estesa del produttore da loro finanziati capaci di intercettare il 90% dei sachet ( o altri imballaggi problematici) immessi al commercio , oppure di creare delle refill station dove le persone acquistano la quantità di prodotto che possono permettersi di pagare. In alternativa promuoverei la vendita di prodotti per la detergenza in barrette solide e saponi.

Queste misure di prevenzione dei rifiuti sarebbero anche indicate per aree isolate collinari o montane oppure per  isole che non dispongono di impianti di trattamento rifiuti di prossimità con conseguente aggravio dei costi di avvio a riciclo da sostenere.

Un’altra misura annunciata dalle aziende che mi lascia perplessa è quella di sostituire la plastica con altri materiali sempre usa e getta, dalla carta alle bioplastiche, senza una visione sistemica sugli impatti ambientali ed economici e sulle conseguenze che nuovi materiali avrebbero  sui sistemi di avvio a riciclo già esistenti.

Anche nei casi in cui le aziende si basano su studi LCA per “giustificare” determinate scelte  va detto che, come molti esperti di LCA concordano, le valutazioni LCA e EPD (Dichiarazione Ambientale di Prodotto)  commissionate e diffuse dalle aziende sono “incomplete” perché spesso non considerano gli impatti ed effetti collaterali della fase di fine vita che variano a seconda del contesto geografico. Cosi come non considerano altre esternalità correlate a tutto il ciclo di vita di un bene che sono difficili da misurare e quantificare come il marine litter, la deforestazione, il cambiamento di uso indiretto del suolo (Iulc), ecc..

Anche in Italia per quanto riguarda oltre il 50% di imballaggi di plastica che vengono raccolti per essere termovalorizzati non sarà sufficiente che le aziende mantengano le promesse di riciclabilità tecnica del packaging perché il nodo da risolvere è quello della  sostenibilità economica della filiera di riciclo. Ecco perché il piano Catalysing Action identifica tre strategie, ognuna rivolta a specifici flussi di imballaggi che non vengono riciclati che sono: riprogettazione, riuso, riciclo. Le azioni ad oggi rese note dalle aziende sono sbilanciate a favore del riciclo come ho commentato in un post dal titolo “Imballaggi: il riciclo per la plastica (ed altri materiali) da solo non basta”.

Quale delle tre strategie applicare per fare arrivare un bene al suo pubblico è una scelta che l’industria deve prendere sulla base delle caratteristiche dei sistemi post consumo dei mercati dove immette imballaggi. Questo implica per l’industria ammettere ed accettare che in un pianeta dai limiti fisici l’applicazione del modus operandi “one solution fits all “ tipica del modello economico globalizzato non “funge più” ma porta a ripetere gli stessi errori.

Per creare un mercato circolare per le plastiche, oltre all’adozione dei principi dell’ecodesign tra cui una standarizzazione dei formati e del design degli imballaggi, c’è una condizione essenziale da soddisfare che consiste nel convergere verso pochissimi polimeri  per rendere più semplice la differenziazione da parte degli utenti, la selezione e il riciclo. Solamente così raggiungeremo flussi di ottima qualità e nelle quantità necessarie perché il riciclo sia economicamente sostenibile.
Se, ad esempio,  decidessimo di convergere sul PET  per realizzare vassoietti e contenitori vari il cui consumo aumenta con di tendenze come un maggiore consumo di alimenti già pronti per l’uso eviteremo che vengano raccolti e selezionati per essere bruciati e alimenteremo il mercato del r-Pet.

Capisco che questa decisione possa fare imbufalire l’industria dei polimeri che verrebbero esclusi, che dovrebbero trovare sbocchi alternativi alla produzione usa e getta, ma cosa possiamo fare per ridurre il consumo di risorse e allontanare gli effetti del riscaldamento climatico se non fare di più con meno?
Purtroppo ogni misura ambientale incontra alzate di scudi sia da parte di coloro che rifiutano il cambiamento che di chi difende interessi di bottega, con l’esito che “si continua a ballare sul Titanic” pensando che il naufragio arriverà dopo di noi.

Come commentatori ben più autorevoli di me rimarcano la colpa del’inazione sul clima è condivisa tra le aziende che si limitano a fare azioni di facciata (come sostituire il materiale delle cannucce), i cittadini che non sono pronti a cambiare stili di vita e la politica, spesso appiattita sul corto-termismo, che non sa governare i processi e mediare tra i diversi interessi.

Prima parte. Segue una seconda parte dedicata agli impegni resi noti dall’industria delle bevande in relazione ad uno studio uscito in Inghilterra.

* Comunivirtuosi.org  “Imballaggi: il riciclo per la plastica (ed altri materiali) da solo non basta”.

di: Silvia Ricci