alminetari_puglia

Spreco, sfruttamento e mafia: il j’accuse di Hilal Elver alla filiera agroalimentare italiana

Non confondere la carità con il diritto al cibo”. Questa è la sintesi del viaggio in Italia di Hilal Elver, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo. Un tour che ha toccato Puglia Toscana, Lazio, Sicilia, Lombardia e Piemonte. E proprio a Torino nella giornata di sabato 25 gennaio (qui il video dell’incontro) ha incontrato le principali realtà piemontesi che si occupano di diritto e accesso al cibo, visitando il nostro progetto RePoPP (inserito nella rete Food Pride) che al mercato di Porta Palazzo recupera e ridistribuisce gratuitamente a tutti le eccedenze del mercato.

Durante il colloquio con i veri protagonisti di RePoPP, i migranti richiedenti asilo, la stessa Elver lasciava intendere alcuni punti di quello che si è poi trasformato in un vero e proprio j’accuse alla filiera agricola italiana e non solo (a questo link le 19 pagine della relazione del suo viaggio in Italia).

“Durante la mia visita – continua Hilal Elver – ho incontrato molte persone che dipendono da banchi alimentari e da enti di beneficenza per il loro prossimo pasto, migranti senza dimora e senza un alloggio sicuro dove trascorrere la notte, lavoratori agricoli sottoposti a orari di lavoro eccessivi in condizioni difficili e con stipendi bassi, che non permettono loro di far fronte ai bisogni fondamentali, lavoratori migranti privi di documenti e dunque relegati in un limbo senza accesso a lavori regolari o alla possibilità di prendere in affitto un posto dignitoso in cui vivere e studenti le cui famiglie sono troppo povere per pagare i prezzi richiesti dalle mense scolastiche”.

In quanto paese sviluppato, nonché terza economia in Europa, tali livelli di povertà e di insicurezza alimentare in Italia non sono accettabili. Il governo italiano dovrebbe comprendere che la beneficenza in ambito alimentare non va confusa con il diritto all’alimentazione”.

I migranti che lavorano in ambito agricolo costituiscono uno dei gruppi più vulnerabili in Italia. All’interno del settore agricolo italiano ci sono tra i 450.000 e i 500.000 lavoratori migranti, che rappresentano circa la metà della forza lavoro complessiva. Quello agricolo è spesso l’unico settore in cui i lavoratori poco qualificati riescono a trovare un impiego. La più elevata percentuale di lavoratori irregolari in relazione al numero totale dei lavoratori migranti si trova in ambito agricolo.

“Da nord a sud, centinaia di migliaia di lavoratori coltivano la terra o si occupano del bestiame senza le adeguate tutele legali e sociali, con stipendi scarsi e convivendo con la costante minaccia di perdere il lavoro, di un rimpatrio coatto o di subire violenze fisiche e morali”, ha continuato la Relatrice Speciale. “I lavoratori stagionali e non stagionali spesso trovano nel sistema del caporalato l’unica possibilità di vendere la propria manodopera e di essere retribuiti”.

“Attraverso la legge 199/2016 contro lo sfruttamento del lavoro, l’Italia ha esteso la portata della già esistente disposizione contro il caporalato. Ad ogni modo, la legge risulta incapace di sostenere i diritti umani di tutti i lavorati agricoli, nello specifico dei migranti privi di documenti, relegati in una condizione di invisibilità e di paura”.

Lo sfruttamento in ambito lavorativo non costituisce l’unico modo in cui l’illegalità si insinua all’interno del sistema alimentare italiano. Vi sono anche altri aspetti inaccettabili, tra i quali l’abbandono in aree rurali di prodotti contaminati, che vengono altresì inceneriti o riversati nelle acque dei fiumi; mercati all’ingrosso in cui gli agricoltori sono costretti ad accettare prezzi talmente bassi da rischiare di compromettere il proprio sostentamento; acquisti di terreni con proventi da attività illegali; la presenza di fertilizzanti contraffatti e tossici piuttosto diffusi, che vengono importati o assemblati in Italia e spesso utilizzati da lavoratori senza le adeguate competenze e in mancanza di misure di sicurezza sono solo alcune delle diverse pratiche diffuse illegali. “L’aumento della grande distribuzione ha determinato un significativo riassetto del settore alimentare, poiché le principali catene di distribuzione controllano la maggior parte del mercato agroalimentare, imponendo prezzi bassi, che i piccoli agricoltori non riescono a eguagliare”.

Durante la sua visita, la Relatrice Speciale si è spostata in dieci città, in Lazio, Lombardia, Toscana, Piemonte, Puglia e Sicilia, incontrando autorità locali, rappresentanti di organizzazioni della società civile, specialisti accademici, lavoratori migranti, commercianti, produttori alimentari, piccoli agricoltori e lavoratori agricoli.

“Ho inoltre avuto modo di incontrare studiosi, docenti e studenti per discutere dei programmi scolastici di alimentazione e dell’accesso alle mense. Tutti loro hanno espresso il bisogno urgente che venga definito un quadro nazionale per l’alimentazione al fine di combattere le disparità esistenti tra i diversi comuni e garantire a tutti gli studenti l’accesso alle mense scolastiche, a prescindere dalla situazione economica delle loro famiglie”, ha concluso Elver.

Lo spreco alimentare

L’Italia è stata il secondo Paese dell’Unione Europea a approvare una legge nazionale che regola la perdita e lo spreco di oltre 100 kg di cibo per persona all’anno dalla fattoria alla tavola. La Legge Gadda (166/2016) facilita la raccolta e la donazione di eccedenze alimentari semplificando le donazioni a enti senza scopo di lucro, incentivando l’innovazione e imponendo alle amministrazioni locali di fornire incentivi fiscali. Inoltre, promuove il riutilizzo e il riciclaggio e dispone di un fondo dedicato per le attività di ricerca, informazione e sensibilizzazione dei consumatori, degli attori privati e delle istituzioni. Amministrazioni pubbliche, attori del settore alimentare e dati evidenziano che la legge ha aumentato la quantità di cibo disponibile per la ridistribuzione. Tuttavia, sebbene sia una soluzione rapida importante ed efficace alla povertà alimentare, la Legge Gadda deve essere vista come una soluzione temporanea e la “mentalità di ridistribuzione” diffusa nel paese deve essere abbandonata a favore di un diritto all’approccio alimentare alla perdita di cibo e spreco.

Fonte: Eco dalle città