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Il mercato dei rifiuti non esce dalla crisi

“Dottò, la monnezza è oro” è la celebre frase del pentito di camorra Nunzio Perrella ai magistrati di Napoli che lo interrogavano nel 1992. Oggi questa frase rischia di tornare ancora d’attualità a causa di un contesto difficilissimo che sta vivendo il mercato dei rifiuti in Italia. Siamo infatti in una crisi senza precedenti dovuta alla mancanza di sbocchi, sia della frazione indifferenziata e residuale (purtroppo ancora consistente) sia dei materiali riciclabili. Questo sta facendo lievitare i prezzi di smaltimento (e deprezzare il valore dei materiali) in alcuni casi anche del 50-60% e in tali situazioni è più facile per la criminalità insinuarsi offrendo prezzi a buon mercato, come già accaduto in passato.

Si è arrivati a questo scenario per due ordini di motivi. Da un lato la saturazione degli spazi nelle discariche ma soprattutto negli inceneritori, cioè gli unici impianti di smaltimento finale che possono trattare i rifiuti non differenziati della raccolta urbana ma anche delle aziende e il residuale che rimane dopo le attività di selezione propedeutiche al riciclo.

Il problema viene da lontano e cioè dal DL 133/2014, cd.”Sblocca Italia” (poi convertito nella legge 11 novembre 2014, n.164) che all’art. 35 autorizza gli inceneritori non solo ad ampliare i volumi fino a saturazione del carico termico ma anche a trattare i rifiuti extraregionali. Una manna dal cielo per questi impianti che, causa l’aumento delle raccolte differenziate e il principio di prossimità, rischiavano di restare senza lavoro; ma anche per le regioni e comuni del Sud, da sempre meno virtuosi. Ciò ha comportato lo spostamento di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti verso il settentrione, con il risultato di una saturazione degli impianti.

Secondo il rapporto Ispra 2018, i rifiuti inceneriti al Nord sono passati dalle 4.082.786 tonnellate del 2013 alle 4.469.251 del 2017. Nello stesso anno – sempre secondo il rapporto – solo la Lombardia ha ricevuto 300 mila tonnellate dalle regioni meridionali, Lazio (101 mila), Campania (52 mila), Abruzzo (33 mila). Il paradosso è che ora i rifiuti lombardi, nonostante i 13 inceneritori, devono trovare sbocchi in altre regioni oppure oltre confine. La saturazione operata dai rifiuti dei Comuni, ai quali viene data priorità, blocca poi anche il settore degli speciali prodotti dalle aziende, aspetto non secondario se consideriamo che in realtà i rifiuti speciali sono il triplo di quelli urbani.

La conseguenza di tutto questo è una regola base del mercato: quando aumenta la domanda e si riducono i posti, i prezzi crescono. Si stima un aumento medio del 30%, con picchi del 50-60% e oltre. Se fino all’estate scorsa un’attività commerciale pagava per smaltire il suo rifiuto non differenziato assimilabile all’urbano tra i 130 e 150 euro a tonnellata, oggi per lo stesso rifiuto si va dai 180 ai 250 euro. Di riflesso, c’è un problema discariche al Sud. Nonostante l’opportunità degli inceneritori del Nord Italia ed le esportazioni (parte dei rifiuti della Campania vanno ad esempio in Portogallo), le discariche rappresentano nel meridione ancora la principale soluzione per gestire l’enorme mole di rifiuti indifferenziati causa del ritardo sulla raccolta differenziata. E anche qui i costi di conferimento stanno lievitando.

Parallelamente, si è abbattuta sul settore un’altra enorme congiuntura negativa: il crollo delle vendite dei materiali oggetto di selezione e destinati all’industria estera del riciclo (es. carta e plastica). L’ultima volta era accaduto dieci anni fa con il valore della carta arrivato a zero. Ma se nel 2008/2009 si era trattato di una fase passeggera dovuta alla crisi mondiale, questa volta il problema è più strutturale perché legato alla drastica riduzione della domanda da parte della Cina, il paese che teneva in piedi il mercato mondiale dell’esportazione. Pechino ha annunciato la svolta green, non vuole più essere la discarica del mondo perchè solo una minima parte dei materiali importati veniva effettivamente riciclata.

Un bel guaio perché il nostro mercato interno non si è strutturato per un’evenienza del genere. Fino al 2017 l’Italia esportava lì oltre il 50% della carta e anche di più per la plastica. Oggi la carta si è ridotta moltissimo e la plastica quasi a zero. Si sono aperti canali alternativi in altri paesi come Thailandia, India, Indonesia ma la richiesta è molto inferiore. Un’altra via è quella della Germania, ma solo di carta per la stampa. La Cina in realtà non ha chiuso i rubinetti, solo non accetta più tutto come prima, ora avviene una rigida selezione della qualità prima della partenza. I controlli sono affidati ad un unico ente, il CCIC di Marsiglia, che ispeziona tutti i carichi e la percentuale di tolleranza delle impurità è bassissima (tra 0,1 e 0,5%); molti imprenditori per non rischiare non fanno più spedizioni. Questo fa sì che i materiali si accumulano negli impianti e aumenta il rischio roghi. Gli incendi dell’ultimo anno hanno infatti interessato sia gli impianti abusivi che quelli regolari che avevano i piazzali pieni di carta e plastica in attesa di piazzarli sul mercato.

Come se ne esce? Per prima cosa abbiamo bisogno degli impianti. Fino a che non avremo raggiunto livelli altissimi di sostenibilità ambientale, a cominciare dalla raccolta differenziata, l’Italia ha bisogno di impianti di trattamento dei rifiuti, un “male necessario”, solo grazie al quale si può uscire dalla continua emergenza, avere una gestione controllata dei rifiuti e superare l’anacronismo inaccettabile della discarica. Per impianti non si intendono solo quelli di smaltimento ma soprattutto di recupero, dove i rifiuti vengono selezionati e avviati a recupero cioè a riciclaggio di materia. Occorre dunque semplificare la burocrazia che oggi rallenta il rilascio delle autorizzazioni, superando anche pregiudizi ideologici. Certo, le autorizzazioni si devono accompagnare anche a prescrizioni tecniche precise e inderogabili a tutela della salute (ad esempio l’indicazione di delle migliori tecnologie per l’abbattimento dei fumi o degli odori) e a controlli e punizione certa per i trasgressori. Solo così si potrà riconquistare la fiducia dei cittadini. Contemporaneamente urge incentivare in tempi rapidissimi la raccolta differenziata ben oltre il 65% (bisognerebbe arrivare all’80%) nonchè la riduzione a monte dei rifiuti, attraverso riparazione e riutilizzo, end of waste, riduzione degli imballaggi, progressiva sostituzione della plastica con materiali più ecocompatibili, in due parole quella che si chiama economia circolare. Questo è il futuro ma solo quando lo avremo realizzato potremo dire di non aver più bisogno di inceneritori ed altro. Con la consapevolezza di una corsa contro il tempo perchè ogni giorno che passa con costi di smaltimento alle stelle è un’opportunità per i criminali dell’ambiente.

Angelo Brancaccio
Fonte: GreenReport